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La "premio nobel per la pace" Narges Mohammadi condannata di nuovo: 9 anni, confino nel deserto e divieto di espatrio.

Sciopero della fame, isolamento e una sentenza costruita per spezzare una voce scomoda. La nuova condanna contro l’attivista iraniana mostra come il sistema giudiziario usi propaganda, confino interno e salute come strumenti di repressione politica

La "premio nobel per la pace" Narges Mohammadi condannata di nuovo: 9 anni, confino nel deserto e divieto di espatrio.

Narges Mohammadi

Un corridoio asettico nel carcere di Mashhad, le luci al neon che ronzano, l’odore persistente di disinfettante. In quel luogo, dopo settimane di isolamento, la premio Nobel per la pace 2023 Narges Mohammadi ha iniziato uno sciopero della fame il 2 febbraio 2026. Quattro giorni più tardi è arrivata la nuova sentenza: sei anni di reclusione per associazione e collusione per commettere reati, un anno e mezzo per propaganda contro lo Stato, due anni di confino interno a Khosf, nella provincia del South Khorasan, e due anni di divieto di espatrio. Un dispositivo sanzionatorio articolato, pronunciato a meno di due mesi dall’ultimo arresto dell’attivista, avvenuto il 12 dicembre 2025 durante una cerimonia in memoria dell’avvocato Khosrow Alikordi, difensore dei diritti umani morto in circostanze definite sospette da colleghi e osservatori indipendenti. Anche questa volta, però, la condanna non ha silenziato la sua voce. Al contrario, ne ha rafforzato la risonanza.

Per capire il significato di questo verdetto occorre ricordare il profilo di Narges Mohammadi. Ingegnere di formazione, giornalista e scrittrice, è stata per anni vice direttrice del Defenders of Human Rights Center fondato da Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace 2003. Da oltre vent’anni documenta e denuncia l’uso della tortura, dell’isolamento prolungato e le condizioni di detenzione nelle carceri iraniane. Ha condotto campagne contro la pena di morte e a difesa dei diritti delle donne, diventando una delle voci più riconoscibili dopo la mobilitazione seguita all’uccisione in custodia di Mahsa (Jina) Amini nel 2022. Il suo libro-inchiesta “White Torture” ha raccolto testimonianze dirette sulle pratiche di coercizione psicologica utilizzate nei penitenziari della Repubblica Islamica dell’Iran, contribuendo a renderla un bersaglio costante delle autorità giudiziarie e di sicurezza.

Negli ultimi anni Mohammadi è stata arrestata e processata più volte, trasferita tra il carcere di Evin, il carcere di Qarchak e quello di Mashhad. Prima dell’ultima sentenza, le condanne a suo carico superavano già i 13 annicomplessivi, con l’aggiunta di 154 frustate e di numerose limitazioni ai diritti civili e politici. Alla fine del 2024 le era stata concessa una sospensione temporanea della pena per sottoporsi a cure mediche dopo un intervento chirurgico per una lesione ossea considerata potenzialmente tumorale. Durante quel periodo, breve, aveva continuato a denunciare la negazione di assistenza sanitaria adeguata ai detenuti politici. Il rientro in carcere nel dicembre 2025 e la nuova condanna hanno riattivato un meccanismo repressivo ormai consolidato.

Secondo quanto riferito dall’avvocato Mostafa Nili, il tribunale ha ritenuto Mohammadi colpevole del reato di associazione e collusione per commettere reati, una formula giuridica ampia, frequentemente utilizzata nei procedimenti politici in Iran per colpire attività civiche, incontri pacifici o semplici prese di parola pubbliche. A questa imputazione si è aggiunta quella di propaganda contro lo Stato, spesso impiegata come categoria residuale per criminalizzare interviste, lettere dal carcere, rapporti e denunce sulle condizioni di detenzione. Le pene accessorie comprendono l’obbligo di dimora per due anni a Khosf e il divieto di lasciare il Paese.

La scelta del luogo del confino ha un peso concreto. Khosf è una piccola città ai margini orientali dell’Iran, distante dai grandi centri urbani, dagli ospedali specializzati di Teheran e dalle reti di supporto legale e mediatico. Il confino interno agisce come una forma di isolamento geografico e informativo, riducendo contatti, visite e possibilità di monitoraggio indipendente. È una misura che incide non solo sulla libertà personale, ma anche sulle relazioni e sull’accesso alle cure.

Dal punto di vista giuridico, il diritto iraniano prevede in alcuni casi la possibilità che le pene vengano scontate in concorrenza. Nella prassi dei processi politici, tuttavia, queste distinzioni perdono rilevanza quando l’obiettivo è prolungare la detenzione e impedire il ritorno alla vita pubblica dell’imputata. L’effetto complessivo è quello di un controllo a lungo termine sulla persona e sulla sua capacità di comunicare.

L’arresto del 12 dicembre 2025 è avvenuto durante una commemorazione a Mashhad dedicata a Khosrow Alikordi. Video e testimonianze diffusi online hanno mostrato Narges Mohammadi mentre parlava a capo scoperto e guidava cori in ricordo di Majidreza Rahnavard, giovane giustiziato pubblicamente nel 2022. Le autorità locali hanno definito quei fermi come misure “preventive”, motivate da slogan ritenuti non conformi. Per i sostenitori dell’attivista si è trattato dell’ennesima restrizione della libertà di espressione.

Alla detenzione è seguito un periodo di isolamento e, il 2 febbraio 2026, l’avvio dello sciopero della fame. Mohammadi aveva già utilizzato in passato questa forma di protesta per denunciare la negazione di visite mediche, la separazione forzata dalle altre detenute e l’uso dell’isolamento come strumento di pressione psicologica. Lo sciopero attuale ha riacceso l’attenzione sul suo stato di salute, segnato da problemi cardiaci, disturbi alla colonna vertebrale e alle ginocchia, oltre alle conseguenze dell’intervento chirurgico recente.

Il capo di imputazione di propaganda contro lo Stato rappresenta da anni uno degli strumenti principali del sistema giudiziario iraniano contro giornalisti, avvocati, accademici e attivisti. In un contesto in cui il concetto di sicurezza nazionale è definito in modo estensivo, la diffusione di informazioni, la partecipazione a una veglia o la redazione di un rapporto possono essere considerate atti criminali. Nel caso di Mohammadi, la propaganda coincide con la documentazione dell’uso sistematico della pena capitale e dell’isolamento come pratiche di governo.

Il contesto generale rafforza questa lettura. Nel 2025, secondo analisi dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Office of the United Nations High Commissioner for Human Rights), l’Iran ha registrato un aumento significativo delle esecuzioni, con mesi caratterizzati da numeri molto elevati e il ricorso a impiccagioni pubbliche. In questo scenario, l’attività di monitoraggio e denuncia diventa un fattore di disturbo per le autorità, che cercano di ridurne la visibilità.

La nuova condanna ha suscitato reazioni immediate. Media internazionali e organizzazioni per i diritti umani hanno rilanciato i dettagli del verdetto e rinnovato l’appello per la liberazione di Mohammadi e degli altri prigionieri di coscienza. Dopo l’arresto del dicembre 2025, l’Unione Europea aveva espresso “profonda preoccupazione”, richiamando le condizioni di salute dell’attivista. Human Rights Watch aveva già denunciato l’uso strumentale delle misure giudiziarie nei suoi confronti e chiesto il rispetto degli obblighi internazionali in materia di diritti umani e assistenza medica ai detenuti.

Sul piano interno, il caso si colloca in una fase segnata da segnali contraddittori. Mentre sul fronte internazionale emergono aperture negoziali, anche sul dossier nucleare, all’interno il sistema giudiziario continua a colpire figure simboliche del dissenso. La vicenda di Mohammadi mostra come la repressione non si limiti alla privazione della libertà, ma miri a ridurre ogni possibilità di relazione con l’esterno.

Quando una persona detenuta ricorre allo sciopero della fame, il corpo diventa uno strumento di comunicazione politica. Nel caso di Mohammadi, le condizioni cliniche pregresse rendono questa scelta particolarmente rischiosa. Non si tratta di un gesto simbolico, ma di un tentativo di richiamare l’attenzione su pratiche che rischiano di essere normalizzate. La contraddizione è evidente: una premio Nobel per la pace che denuncia la tortura e la negazione delle cure è costretta a mettere a rischio la propria vita per rivendicare diritti fondamentali.

Il caso solleva anche una questione sul ruolo dei media. Senza un’informazione costante e verificata, molte vicende resterebbero confinate entro le mura delle carceri. L’uso dell’accusa di propaganda mostra il tentativo di criminalizzare la notizia stessa quando diventa scomoda. Appelli e sanzioni diplomatiche hanno effetti limitati se non accompagnati da un lavoro continuativo di visibilità basato su nomi, date, luoghi e documenti.

Organizzazioni come Amnesty International, Human Rights Watch, il Parlamento Europeo e vari organismi parlamentari occidentali hanno più volte chiesto la scarcerazione di Mohammadi. Accanto alle dichiarazioni, esiste però un livello operativo che riguarda il sostegno alle reti legali, la protezione delle famiglie dei detenuti e il lavoro dei meccanismi delle Nazioni Unite sulla detenzione arbitraria e la tortura.

La figura di Narges Mohammadi è diventata un simbolo, ma i simboli da soli non bastano. La sua storia rappresenta quella di migliaia di persone che chiedono stato di diritto e dignità. L’accanimento giudiziario nei suoi confronti indica che la pressione interna e l’attenzione internazionale toccano un punto sensibile del potere. Se fosse irrilevante, non sarebbe perseguita con tale insistenza.

Sul piano procedurale, l’avvocato Mostafa Nili ha indicato la possibilità di presentare appello. Restano anche strumenti come la sospensione della pena per motivi medici, applicati però in modo discrezionale. Il confino a Khosf apre interrogativi concreti sulle condizioni di vita e sull’accesso a cure specialistiche. Il divieto di espatrio rafforza l’isolamento, impedendo contatti diretti con la famiglia e con la comunità internazionale.

Questa vicenda continua a essere un indicatore del rapporto tra l’Iran e l’opinione pubblica globale. Ogni trasferimento, ogni visita medica concessa o negata, ogni messaggio che riesce a uscire dal carcere fornisce elementi per valutare quanto il potere sia disposto a spingersi senza pagare un costo reputazionale.

La condanna di Narges Mohammadi non riguarda solo l’Iran. Interroga il valore della libertà di espressione e il modo in cui le democrazie reagiscono alle violenze istituzionali. Chi racconta questa storia ha il compito di tenere insieme i dati e le persone, evitando che i numeri sostituiscano le vite. Oggi il nome di Mohammadi è associato a cifre precise: sei anni, un anno e mezzo, due anni, due anni. Dietro quei numeri ci sono luoghi, relazioni, documenti, cartelle cliniche e una voce che continua a farsi sentire. Raccontarlo in modo rigoroso è una responsabilità collettiva.

Fonti:
Avvocato Mostafa Nili
Human Rights Watch
Amnesty International
Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani
Unione Europea
Media internazionali (tra cui The Washington Post, BBC, Reuters)

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