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08 Febbraio 2026 - 11:56
È meglio investire sulle famiglie con bambini o sui marciapiedi in una società sempre più anziana?
L’annuncio arriva sui giornali, rimbalza sui social e nel giro di poche ore accende un confronto acceso, a tratti ideologico.
Il dito è puntato sulla decisione del Comune di Settimo Torinese di rendere l’asilo nido gratuito per il 90% delle famiglie residenti.
Il provvedimento, approvato in Giunta, prevede l’abbattimento quasi totale delle rette comunali: le famiglie con un Isee fino a 28 mila euro anticipano solo la quota del bonus nido nazionale – 327 euro al mese – che viene poi rimborsata.
Nei fatti, il servizio diventa gratuito per nove bambini su dieci. E l’orizzonte dichiarato dall’amministrazione è ancora più ambizioso: arrivare ad azzerare le rette anche per chi ha redditi più alti.
«Non è una magia – spiega la sindaca Elena Piastra su Facebook – ma una scelta politica precisa: investire sul welfare per migliorare la qualità della vita, sostenere le famiglie e rendere la città più attrattiva per i giovani genitori».
Una frase che riassume bene l’impostazione dell’intervento: il nido non come servizio accessorio, ma come infrastruttura sociale, capace di incidere sull’occupazione femminile, sulla natalità e sul futuro demografico della città.
Dal punto di vista amministrativo, la misura si inserisce in un percorso già avviato negli anni scorsi. A Settimo le liste d’attesa sono state azzerate con l’apertura di nuovi spazi, l’offerta è cresciuta anche grazie al coinvolgimento di strutture private e oggi la copertura dei nidi raggiunge il 34% del fabbisogno, superando la media nazionale.
Un dato che l’amministrazione rivendica come risultato concreto e non come slogan.
Ma se sui numeri la Giunta difende la solidità della scelta, sul piano politico e sociale la decisione apre una frattura evidente.
Ed è sui social che il dibattito esplode, diventando lo specchio di un Paese diviso su welfare, tasse e diritti.
C’è chi applaude senza riserve, parlando di una misura di civiltà e di giustizia sociale. Per molti genitori il nido non è un optional, ma una necessità reale per poter lavorare, soprattutto in assenza di reti familiari. Nei commenti si insiste su un punto: senza servizi, la maternità e la paternità diventano un peso individuale e non una responsabilità collettiva.
Ma accanto agli applausi arrivano anche critiche dure. Una parte dei cittadini solleva il tema della sostenibilità economica: quanto costa davvero questa scelta? E soprattutto, quanto potrà reggere nel tempo? Il timore, espresso apertamente, è che oggi si regga sull’incastro con il bonus statale, ma che domani il conto possa ricadere interamente sul bilancio comunale – e quindi su tutti i contribuenti.
Altri contestano il principio stesso della gratuità estesa. Nei commenti si legge che il nido non dovrebbe essere equiparato a sanità e istruzione obbligatoria, e che far pagare il servizio a chi non ha figli o ne ha uno solo sarebbe una forzatura.
C’è chi parla apertamente di ingiustizia fiscale, chi arriva a dire che così “conviene non lavorare” e chi contesta l’idea di estendere in futuro il beneficio anche a famiglie benestanti.
Il tema più divisivo, però, resta quello degli stranieri. In diversi interventi emerge il timore che la misura finisca per favorire soprattutto famiglie di origine non italiana, viste come principali beneficiarie dei servizi sociali. Altri ribattono che si tratta di residenti che lavorano e pagano le tasse come tutti. Il confronto degenera spesso in uno scontro ideologico, ma il dato politico resta: ogni politica universalistica, oggi, viene letta anche attraverso la lente dell’immigrazione e dell’identità.
C’è poi una critica più profonda, che va oltre il nido. Qual è il ruolo di un Comune? Deve limitarsi a gestire servizi oppure può e deve fare politiche di welfare avanzate? Alcuni cittadini rivendicano una visione “amministrativa” dell’ente locale, altri vedono proprio nei Comuni l’ultimo spazio in cui intervenire concretamente dove lo Stato arretra.
Insomma, la scelta di Settimo Torinese non è un provvedimento neutro, né indolore.
Non è una domanda retorica. È una domanda che fa male. Ed è una domanda che, a Settimo Torinese, oggi smette di essere teorica e diventa politica, concreta, persino personale.
Perché mentre il Comune decide di rendere l’asilo nido gratuito per il 90% delle famiglie residenti, scegliendo di investire con decisione su scuole e servizi educativi, una parte della città continua a fare i conti con marciapiedi dissestati, barriere architettoniche, percorsi urbani poco accessibili, servizi pensati per giovani.
Due esigenze reali, due bisogni legittimi. Ma risorse limitate. E dunque una scelta è inevitabile.
«L’asilo nido è una scelta strutturale – ha spiegato la sindaca annunciando il provvedimento – serve ai bambini nei loro primi mille giorni di vita, ma serve anche ai genitori, in particolare alle madri, per conciliare lavoro e famiglia».
Una dichiarazione che chiarisce la linea politica: il nido non come servizio accessorio, ma come infrastruttura sociale. Non una spesa, ma un investimento.
E i numeri, da questo punto di vista, danno ragione all’amministrazione. A Settimo le liste d’attesa sono state azzerate, l’offerta è cresciuta negli anni, la copertura del servizio ha raggiunto il 34% del fabbisogno, sopra la media nazionale. Sulle scuole e sull’educazione si investe, e si investe molto. Non per caso, ma per scelta.
È proprio questa scelta, però, a far scattare la miccia.
Perché Settimo, come molte altre città, è una comunità che invecchia. E chi invecchia chiede sicurezza, accessibilità, manutenzione. Chiede marciapiedi percorribili, non visioni a lungo termine. Chiede risposte oggi, non promesse per domani. E quando vede risorse concentrate altrove, il malumore cresce.
Nei commenti sui social la frattura è netta. Da una parte c’è chi rivendica che senza servizi le famiglie non fanno figli, che senza nidi le donne escono dal lavoro, che senza bambini una città si spegne lentamente. Dall’altra c’è chi si chiede perché chi non ha figli debba pagare per chi li ha, perché si investa su un servizio non universale mentre l’ordinaria manutenzione resta indietro. Qualcuno parla apertamente di ingiustizia, qualcun altro di una città sempre meno a misura di anziano.
È qui che la domanda iniziale torna, più cruda che mai.
Ha senso investire sulle famiglie con bambini in una società sempre più anziana?
La risposta facile sarebbe dire “servono entrambi”. Ma è una risposta che non regge alla prova dei bilanci. Perché ogni euro speso racconta una priorità. E a Settimo la priorità è chiara: il futuro prima dell’immediato.
È una scelta legittima. Ma non neutra. Perché una città può anche avere scuole moderne e nidi gratuiti, ma se chi fatica a camminare si sente escluso, quella città rischia di "cadere", letteralmente. Allo stesso tempo, una città che investe solo su marciapiedi e panchine può diventare perfettamente accessibile… e progressivamente vuota.
Il paradosso è tutto qui. Una società anziana chiede cura. Una società senza bambini non ha futuro.
Settimo ha deciso di non accompagnare il proprio invecchiamento. Ha scelto di scommettere sui bambini. È una scommessa che potrà essere giudicata solo nel tempo. Ma intanto produce un effetto immediato: costringe la città a guardarsi allo specchio.
E forse è proprio questo il punto più politico di tutti. Non il nido gratuito. Non i marciapiedi rotti.
Ma la domanda che nessuno può più evitare: Settimo è una città che gestisce il presente o una città che prova, rischiando, a costruire il futuro?
Il dibattito è aperto. Ed è destinato a non chiudersi in fretta.
LA VOCE DEL CANAVESE
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