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Sanità disumana: otto, dieci, dodici mesi di attesa. il collasso dell'Asl To4. E' un disastro senza fine

Giorni che pesano più delle diagnosi: attese fino a un anno per visite, esami e interventi nell’Asl To4

Sanità disumana: otto, dieci, dodici mesi di attesa.  il collasso dell'Asl To4. E' un disastro senza fine

Sanità disumana: otto, dieci, dodici mesi di attesa. il collasso dell'Asl To4. E' un disastro senza fine

C’è un modo semplice, brutale, onesto per capire come sta davvero la sanità nell’Asl To4: smettere di ascoltare le parole e iniziare a contare i giorni. Non quelli astratti delle conferenze stampa, non quelli medi che servono a tranquillizzare, ma i giorni veri, quelli che passano mentre una persona aspetta una visita, un esame, una risposta. L’ultimo report ufficiale dell’Asl To4, aggiornato a gennaio 2026 per le visite e alle ultime rilevazioni del 2025 per i ricoveri, non lascia spazio a interpretazioni: curarsi è diventato un’attesa lunga, sistematica, spesso disumana.

La cardiologia è il primo pugno nello stomaco. Oggi, se un cittadino dell’Asl To4 chiede una prima visita cardiologica con elettrocardiogramma, classe D, deve mettere in conto tempi che non hanno nulla di sanitario. A Chivasso l’attesa è di 252 giorni, a Settimo Torinese 255, a Ivrea 268, a Ciriè 268, a Caselle 273, a Lanzo 266. Otto o nove mesi per controllare il cuore. Otto o nove mesi per sapere se quel dolore al petto è qualcosa da tenere d’occhio o un segnale che andava ascoltato prima. In mezzo, il tempo scorre e il sistema sanitario resta fermo.

La neurologia è ancora più crudele, perché qui il tempo pesa come una condanna. Nell’ultimo monitoraggio, una prima visita neurologica a Ivrea richiede 360 giorni. All’ospedale di Ciriè si sale a 364. Un anno intero. Dodici mesi per affrontare disturbi che possono significare perdita di memoria, problemi di equilibrio, dolori persistenti, sintomi che cambiano la vita quotidiana. A Lanzo l’attesa scende a 155 giorni, a Caselle a 181, ma parlare di “meglio” davanti a cinque o sei mesi di attesa è un esercizio di cinismo.  

L’oculistica è il capitolo che più di tutti racconta l’assurdità di questo sistema. Vedere è una necessità elementare, eppure una prima visita oculistica a Ivrea richiede 360 giorni. A Ciriè 364. Un anno per capire perché vedi male, perché hai dolore, perché qualcosa non va. A Lanzo servono 155 giorni, a Caselle 181.

Se si passa all’endocrinologia, il quadro resta immobile su livelli insostenibili. Nell’ultimo report, la prima visita endocrinologica a Ivrea supera i 250 giorni, mentre in altre sedi si resta comunque oltre i 200. Tiroide, metabolismo, diabete, squilibri ormonali vengono trattati come problemi da rimandare, da gestire “quando si può”. Nel frattempo i pazienti si arrangiano, modificano terapie, cercano risposte altrove.

La dermatologia è una lenta tortura. In diverse sedi dell’Asl To4, la prima visita dermatologica arriva o supera i 300 giorni. Lesioni che cambiano, macchie che preoccupano, controlli che servirebbero per escludere patologie serie vengono rinviati di mesi, come se il tempo non avesse alcun effetto sul corpo umano.

Ma è nella diagnostica che il sistema mostra il suo volto più spietato. La colonscopia, uno degli esami cardine per la prevenzione del tumore del colon, oggi richiede 366 giorni all’ospedale di Ivrea, 295 a Chivasso, 233 all’ospedale di Ciriè. Quasi un anno per un esame che dovrebbe intercettare una malattia prima che diventi una sentenza. Qui la prevenzione non è in ritardo: è sospesa.

La sigmoidoscopia tocca i 365 giorni in alcune sedi, un anno esatto. Un numero che sembra scelto apposta per ricordare che il tempo dell’attesa ha ormai preso il sopravvento su quello della cura. Le gastroscopie superano i 160 giorni, cinque mesi per indagare dolori, bruciori, difficoltà a mangiare. Nel frattempo l’unica alternativa concreta resta il privato, per chi può permetterselo.

Le risonanze raccontano una sanità a macchia di leopardo. Una risonanza dell’encefalo richiede 235 giorni all’ospedale di Ivrea, 172 a Chivasso, 58 a Ciriè. Stesso esame, stessi diritti, tempi completamente diversi. Le risonanze del rachide cervicale, dorsale e lombare oscillano tra 130 e oltre 300 giorni. Nel frattempo il dolore diventa cronico, il lavoro si perde, la qualità della vita si riduce a una gestione quotidiana della sofferenza.

Le ecografie non sono da meno. Un’ecografia ginecologica arriva a 351 giorni a Ivrea. Un’ecografia ostetrica tocca 366 giorni a Ciriè, un anno per un controllo in gravidanza. L’ecografia addome completo si muove tra i 235 e i 246 giorni in diverse sedi. Ma il dato che più di tutti dovrebbe far scattare un allarme è quello dell’eco(color)doppler venoso degli arti inferiori, che arriva a 375 giorni a Ivrea. Dodici mesi per capire se c’è una trombosi. 

I test funzionali chiudono il cerchio di questa attesa infinita. Una spirometria semplice arriva a 360 giorni, una spirometria globale supera i 300. Le prove da sforzo toccano i 203 giorni a Ivrea e i 365 in altre sedi. Un anno per valutare la risposta del cuore allo sforzo. Nel frattempo lo sforzo più grande è resistere all’attesa.

Se la specialistica ambulatoriale racconta una sanità che rinvia, i ricoveri ospedalieri raccontano una sanità che tiene i pazienti sospesi tra una diagnosi già fatta e un intervento che non arriva. L’ultimo report sui tempi di attesa per i ricoveri dell’Asl To4, aggiornato a novembre 2025, è una lettura che dovrebbe far tremare chiunque abbia responsabilità di governo sanitario. Perché qui le lettere A, B, C e D — che sulla carta indicano priorità cliniche precise — diventano etichette svuotate, incapaci di garantire ciò che promettono.

Partiamo dall’angioplastica coronarica, cioè dal cuore che viene riaperto con un palloncino. Nel report più recente, l’attesa media è di 55 giorni in classe B, 103 giorni in classe C e 148 giorni in classe D. Tradotto: se non sei classificato come urgenza massima, puoi aspettare tre, quattro, cinque mesi per un intervento cardiaco. Il cuore, anche qui, può attendere. Almeno sulla carta.

La biopsia percutanea del fegato, che serve a capire se un fegato è malato o no, arriva a 244 giorni in classe B e 245 giorni in classe C. Otto mesi per un esame invasivo, decisivo, che dovrebbe chiarire una diagnosi e invece la rimanda. Nel frattempo, il paziente vive nell’incertezza, mentre la malattia — se c’è — non aspetta nessuno.

La colecistectomia laparoscopica, l’intervento per togliere la cistifellea, racconta una normalizzazione dell’assurdo. Nel report di novembre 2025, servono 72 giorni in classe A, 244 giorni in classe B e 245 giorni in classe C. Quasi otto mesi per un intervento che spesso viene indicato come risolutivo per dolori e complicanze. Qui la chirurgia non è programmata: è rinviata fino a diventare una forma di resistenza fisica.

La coronarografia, esame cardine per diagnosticare le malattie coronariche, richiede 55 giorni in classe B, 115 giorni in classe C e 185 giorni in classe D. Sei mesi per guardare dentro le coronarie, quando già si sospetta che qualcosa non vada. Anche qui, la priorità clinica si scontra con il muro dell’attesa.

L’emorroidectomia, che qualcuno potrebbe liquidare come intervento “minore”, è in realtà un ottimo termometro del sistema. Nel report di novembre, l’attesa è di 103 giorni in classe A, 271 giorni in classe B e 226 giorni in classe C. Tre mesi per chi dovrebbe essere trattato rapidamente, nove mesi per chi rientra in una priorità intermedia. Il dolore, in questo caso, è dato per scontato.

Quando si entra nel capitolo oncologico, il quadro diventa ancora più delicato. Gli interventi chirurgici per tumore del polmone vengono effettuati in 27 giorni in classe A, segno che l’urgenza massima viene ancora rispettata. Ma appena si scende di livello, il sistema mostra la sua fragilità. Per il tumore del colon, l’attesa in classe A è di 21 giorni, mentre altre classi iniziano ad allungarsi. Per il tumore alla prostata, invece, il dato è un pugno nello stomaco: 260 giorni in classe B e 318 giorni in classe C. Nove, dieci mesi per un intervento oncologico che non dovrebbe mai diventare una pratica parcheggiata.

Il tumore del retto arriva a 88 giorni in classe C, mentre i tumori dell’utero richiedono 44 giorni in classe B. Qui il sistema tiene ancora una parvenza di equilibrio, ma basta poco perché salti. Perché il problema non è il singolo dato: è la continuità. È la capacità di garantire che una diagnosi trovi un intervento in tempi coerenti.

L’intervento di protesi d’anca racconta invece una sofferenza quotidiana che viene considerata accettabile. Nel report di novembre, servono 138 giorni in classe B e 253 giorni in classe C. Quattro mesi per chi ha una priorità media, otto mesi per chi rientra in una classe più bassa. Nel frattempo il dolore limita il movimento, il lavoro diventa impossibile, la vita si restringe.

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Ma il dato che più di tutti certifica il collasso è quello sulla riparazione dell’ernia inguinale. Nel report di novembre 2025, l’attesa è di 270 giorni in classe B, 255 giorni in classe C e addirittura 349 giorni in classe D. Quasi un anno per un’ernia. Un intervento chirurgico che, se rimandato troppo, rischia complicanze serie. Qui non siamo davanti a un rallentamento: siamo davanti a una rinuncia implicita alla tempestività.

Messe una accanto all’altra, queste cifre delineano una sanità che riesce ancora a intervenire sull’emergenza pura, ma lascia scivolare tutto il resto in una zona grigia dove il tempo smette di avere valore clinico. Le classi di priorità restano allineate nei report, ordinate e rassicuranti sulla carta. Nella pratica, però, vengono sistematicamente superate, trattate come semplici indicazioni e non come obblighi vincolanti.

Non siamo davanti a una crisi improvvisa. Nei documenti ufficiali ricorrono sempre le stesse motivazioni: pensionamenti, carenze di personale, macchinari guasti, strutture inagibili, convenzioni interrotte. Sono elencate nero su bianco, mese dopo mese, come se bastasse citarle per assolvere il sistema. Ma quando le stesse cause si ripetono per anni, smettono di essere imprevisti e diventano struttura. È una sanità che funziona a intermittenza, che rinvia invece di risolvere, che accumula ritardi senza riuscire a recuperarli.

L’ultimo report dell’Asl To4 non fotografa una difficoltà passeggera. Mette in evidenza un sistema che ha perso il senso dell’urgenza, che non corre più contro la malattia ma le cammina accanto, rallentandola solo quando diventa inevitabile. Un sistema che ha trasformato l’attesa in una prestazione implicita: non dichiarata, non garantita, ma di fatto obbligatoria per chi resta nel perimetro della sanità pubblica.

Fuori dalle tabelle restano le persone. Quelle che aspettano una data che non arriva, quelle che rinunciano, quelle che si indebitano per pagare il privato, quelle che finiscono al pronto soccorso perché è l’unico luogo in cui il tempo, improvvisamente, torna a contare. E poi ci sono quelle che peggiorano in silenzio, mentre il calendario continua a scorrere.

I ricoveri dell’Asl To4 restituiscono infine l’immagine più netta: una sanità che riesce ancora a intervenire quando il rischio è immediato, ma che abbandona progressivamente tutto ciò che non è sull’orlo del precipizio. Una sanità che chiede ai cittadini di resistere, di sopportare, di aspettare. E che intanto misura tutto in giorni, dimenticando che quei giorni non sono numeri, ma pezzi di vita.

TEMPI DI ATTESA - VISITE E DIAGNOSTICA

TEMPI DI ATTESA - RICOVERI

Nonostante gli sforzi dichiarati, i tempi continuano ad allungarsi

Si può parlare di impegno, di piani straordinari, di turni aggiuntivi, di riorganizzazioni interne. Si può raccontare che “si sta facendo tutto il possibile”. Ma poi arrivano i numeri, quelli veri, quelli ufficiali, e spazzano via ogni narrazione rassicurante. I dati più recenti sui tempi di attesa dell’Asl To4, aggiornati a gennaio 2026 per le visite specialistiche e a novembre 2025 per i ricoveri ospedalieri, raccontano una storia chiara e preoccupante: nonostante gli sforzi dichiarati, il sistema non sta recuperando, ma continua ad accumulare ritardi.

Il segnale più evidente arriva dalle visite specialistiche. Tra dicembre 2025 e gennaio 2026 non si registra un miglioramento diffuso, ma al contrario un allungamento progressivo di alcune prestazioni chiave. La prima visita cardiologica con elettrocardiogramma, già attestata su tempi molto elevati a dicembre, a gennaio vede salire ulteriormente l’attesa in diverse sedi, passando stabilmente dalla fascia degli otto-nove mesi a quella dei nove-dieci mesi. Un peggioramento lento ma costante, che indica chiaramente come il flusso delle richieste superi la capacità di risposta del sistema.

Ancora più netto è il caso dell’endocrinologia. Se a dicembre le prime visite endocrinologiche si collocavano mediamente tra i 260 e i 280 giorni, a gennaio compaiono con sempre maggiore frequenza valori oltre i 300 giorni. Qui il salto è evidente: l’attesa supera la soglia dell’anno clinico, trasformando una prestazione già critica in un percorso a ostacoli che spinge i pazienti verso il privato o verso la rinuncia.

La neurologia segue la stessa traiettoria. A dicembre molte sedi registravano attese comprese tra i 200 e i 250 giorni; a gennaio diverse superano i 270 e arrivano fino a 300 giorni. Parliamo di disturbi neurologici, non di controlli marginali. L’allungamento dei tempi in questo ambito rappresenta un campanello d’allarme serio, perché il tempo, in neurologia, è spesso un fattore decisivo per l’evoluzione della patologia.

Anche l’ortopedia mostra segnali di peggioramento strutturale. Se a dicembre la prima visita ortopedica si attestava mediamente tra i 240 e i 280 giorni, a gennaio emergono diversi casi oltre i 300 giorni. Questo significa che un numero crescente di pazienti viene spinto oltre i nove-dieci mesi di attesa prima ancora di entrare in un percorso di cura, con ricadute evidenti sulla qualità della vita e sulla capacità lavorativa.

L’oculistica, già fortemente critica a dicembre con tempi compresi tra i 300 e i 360 giorni, non mostra alcun segnale di recupero. A gennaio resta su livelli altissimi, con ulteriori allungamenti in alcune sedi. È una situazione che ormai può essere definita cronicamente fuori controllo, dove l’assenza di miglioramenti diventa di per sé un dato allarmante.

Non tutte le prestazioni si muovono allo stesso modo. Le visite ginecologiche e dermatologiche restano sostanzialmente stabili tra dicembre e gennaio. Ma questa stabilità non va letta come un segnale positivo: i tempi restano lunghi e incompatibili con una risposta sanitaria efficace. È una stabilità su livelli già problematici, non una normalizzazione virtuosa.

Il quadro complessivo delle visite è chiaro: tra dicembre e gennaio aumenta il numero di prestazioni che superano stabilmente i nove-dieci mesi di attesa, crescono i casi di indisponibilità (N.D.), spesso legati a carenze di personale o a pensionamenti, e il sistema mostra di non riuscire ad assorbire l’arretrato. Ogni mese si aggiunge coda alla coda, senza che si intraveda una reale inversione di tendenza.

Se sulle visite il peggioramento è progressivo, sui ricoveri ospedalieri il confronto tra ottobre e novembre 2025 è ancora più netto. L’andamento generale evidenzia un peggioramento quasi ovunque, sia nei tempi medi sia nella capacità di effettuare ricoveri. Qui emerge con forza una dinamica preoccupante: le urgenze vengono in larga parte salvaguardate, mentre tutto il resto slitta.

La riparazione dell’ernia inguinale è emblematica. In ottobre le attese erano già elevate; a novembre, mentre la classe B mostra un lieve miglioramento, la classe C peggiora e soprattutto la classe D esplode, arrivando a 349 giorni. Questo dato indica un grave peggioramento per le classi meno urgenti, che vengono di fatto parcheggiate per mesi, con il rischio concreto di trasformare un intervento programmato in un’emergenza.

La protesi d’anca conferma la difficoltà strutturale del sistema. Tra ottobre e novembre non si registra alcun miglioramento sostanziale: i tempi restano inchiodati su valori fuori soglia, segno che il problema non è contingente ma organizzativo. La stabilità, in questo caso, è il sintomo di un blocco.

Anche l’emorroidectomia peggiora, con un aumento secco dei tempi in classe B. Si tratta di un intervento che incide fortemente sulla qualità della vita, e il suo slittamento continuo indica una tendenza a considerare “tollerabile” una sofferenza che, di fatto, viene semplicemente rinviata.

Sul fronte dei tumori della prostata il quadro è ancora più complesso. Tra ottobre e novembre si registra un miglioramento in classe B, ma la classe C resta su livelli altissimi. Non è una soluzione, ma una redistribuzione dell’attesa: si sposta il problema senza risolverlo, lasciando una parte significativa dei pazienti in una zona grigia di mesi e mesi di rinvio.

Le prestazioni oncologiche nel loro complesso — colon, mammella, polmone — mostrano una frattura sempre più marcata: le classi A restano sostanzialmente stabili, mentre le classi B e C spesso peggiorano o restano su tempi elevati. L’urgenza immediata regge, tutto il resto scivola. È una sanità che interviene quando non può più rimandare, ma che fatica a prevenire e a programmare.

La sintesi dei ricoveri è inequivocabile: novembre è peggio di ottobre, le classi C e D mostrano un’esplosione dei tempi, e aumenta la distanza tra le urgenze “salvate” e gli interventi rinviati. Una distanza che non è astratta, ma fatta di persone che aspettano, che peggiorano, che perdono fiducia.

In questo contesto, parlare solo di sforzi rischia di diventare insufficiente. Gli sforzi possono essere reali, ma i risultati, oggi, non arrivano. E finché i dati continueranno a mostrare allungamenti, arretrati che crescono e tempi incompatibili con i bisogni di salute, l’allarme non solo è legittimo: è doveroso.

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