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Dentro il rifugio antiaereo di Monteu da Po: il paese che si salvava sotto terra per sfuggire alle bombe della Guerra

Dalle incursioni aeree al grande deposito di carburanti: la storia che passa sotto i piedi dei cittadini

Dentro il rifugio antiaereo di Monteu da Po: il paese che si salvava sotto terra per sfuggire alle bombe della Guerra

Alcune classi della Scuola primaria “Giuseppe Impastato” sono scese, accompagnate dagli insegnanti

Sotto Monteu da Po, la guerra non è un concetto astratto. È cemento, gallerie, silenzio. È un rifugio scavato nella collina di via Matteotti, a pochi passi dal Municipio e dalla chiesa parrocchiale, dove per decenni la paura delle bombe ha avuto un indirizzo preciso. Ed è lì che, nel pomeriggio di giovedì 29 gennaio, alcune classi della Scuola primaria “Giuseppe Impastato” sono scese, accompagnate dagli insegnanti, per una visita che ha avuto poco di simbolico e molto di concreto: entrare dentro la storia, letteralmente.

Non un laboratorio didattico qualunque, ma un’esperienza fisica, fatta di corridoi, pareti spesse, aria chiusa. Un rifugio antiaereo vero, costruito nei primi anni Quaranta, quando Monteu da Po non era un tranquillo paese collinare ma un obiettivo militare. «Un viaggio nella memoria che ha coinvolto direttamente bambine e bambini nella scoperta della storia del territorio e degli eventi legati alla Seconda guerra mondiale», ha spiegato il sindaco Elisa Ghion, rivendicando il senso di un’iniziativa che ha scelto di non edulcorare il passato.

Perché Monteu da Po, durante la guerra, non fu colpita per caso. Sul suo territorio insisteva una delle infrastrutture strategiche più rilevanti del Piemonte: un grande deposito di carburanti dell’Esercito Italiano, realizzato tra il 1936 e il 1937 e rimasto operativo fino alla fine degli anni Ottanta. Un complesso imponente, composto da 19 serbatoi – tredici metallici e sei in calcestruzzo – collegati da gallerie sotterranee, serviti da una linea ferroviaria dedicata e protetti da strutture difensive. Un bersaglio perfetto per le incursioni aeree alleate.

È questo il nodo che tiene insieme la storia del rifugio di via Matteotti e quella del deposito militare: la necessità di proteggere la popolazione civile da una guerra che aveva trasformato il paese in un punto sensibile della mappa bellica. Le bombe arrivarono davvero, danneggiarono gravemente il deposito e segnarono la vita quotidiana di Monteu. Da qui l’urgenza di scavare, rinforzare, nascondere.

Il rifugio antiaereo di via Matteotti a Monteu da Po

Il rifugio antiaereo di via Matteotti – una struttura a forma di ferro di cavallo che si sviluppa all’interno della collina – risponde a questa logica. Non un’opera improvvisata, ma un ambiente progettato per accogliere decine di persone durante gli allarmi, con percorsi curvi per attenuare l’onda d’urto e protezioni pensate per resistere. Nel dopoguerra, la struttura venne ristrutturata e rinforzata, con l’inserimento di robuste opere in cemento armato, segno di una memoria che non si è dissolta con la fine del conflitto.

Monteu da Po, in questo senso, conserva un patrimonio sotterraneo poco conosciuto ma di grande valore storico. Oltre al rifugio di via Matteotti, i documenti comunali attestano la presenza, nell’area dell’ex deposito, di un vero e proprio rifugio militare con pareti spesse fino a tre metri, costruito per garantire la sopravvivenza del personale in caso di attacco. Una rete di opere difensive che racconta meglio di qualsiasi manuale cosa significasse vivere accanto a un’infrastruttura strategica in tempo di guerra.

Portare oggi dei bambini in quei luoghi non è un gesto neutro. È una scelta politica nel senso più alto del termine: fare della memoria un’esperienza, non una ricorrenza stanca. Toccare con mano la storia locale, capire perché il proprio paese sia stato bombardato, scoprire che sotto le strade che si percorrono ogni giorno esistono ancora le tracce di un passato violento.

Non c’è retorica, lì sotto. Solo la constatazione che la guerra, quando arriva, entra nelle case, nelle scuole, nelle colline. E che ricordarla non serve a celebrare il dolore, ma a riconoscerne le cause, le responsabilità, le conseguenze. Monteu da Po lo fa partendo dal basso, dai suoi rifugi antiaerei, da quelle gallerie che oggi non proteggono più dai bombardamenti, ma continuano a difendere qualcosa di altrettanto fragile: la memoria civile di una comunità.

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