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Bambini con malattie autoimmuni gravissime curati con una terapia innovativa: sette in remissione completa

Pubblicato su Nature Medicine lo studio tra Roma e Germania: stop ai farmaci e malattia spenta

Bambini con malattie autoimmuni gravissime curati con una terapia innovativa: sette in remissione completa

Bambini con malattie autoimmuni gravissime curati con una terapia innovativa: sette in remissione completa

Sette bambini con malattie autoimmuni gravissime sono in remissione completa dopo una sola infusione di CAR-T. Senza più immunosoppressori. È successo tra Roma e la Germania, non in un futuro ipotetico ma oggi, ed è nero su bianco su Nature Medicine. Il dato rompe una consuetudine che in reumatologia pediatrica sembrava intoccabile: contenere la malattia per tutta la vita. Qui, invece, il sistema immunitario viene spento e riavviato. E regge.

All’inizio c’è una stanza bianca, una sacca, un’infusione lenta. Niente che faccia pensare a una svolta storica. Ma dentro quella sacca ci sono cellule T geneticamente riprogrammate, addestrate a colpire i linfociti B che alimentano l’autoimmunità. Otto bambini e adolescenti, tra i 5 e i 17 anni, arrivano dopo anni di terapie pesanti, recidive, danno d’organo. Sette di loro escono con una remissione clinica completa, stabile nel tempo, senza più farmaci. L’ottavo migliora in modo sostanziale. Non è un annuncio da congresso: è un risultato clinico misurato, con un follow-up mediano di 16,5 mesi e i primi trattati che stanno bene da circa due anni.

La terapia si chiama zorpocabtagene autoleucel, una CAR-T anti-CD19 prodotta direttamente nei centri clinici, in regime di Hospital Exemption. È una tecnologia nata per le leucemie e i linfomi, ma qui cambia mestiere: non attacca un tumore, ma riscrive un sistema immunitario che ha perso il controllo. Il bersaglio è CD19, lo stesso antigene espresso dai linfociti B responsabili della produzione di autoanticorpi nelle forme più aggressive di lupus, dermatomiosite e sclerosi sistemica.

I numeri sono piccoli, ma il segnale è netto. Quattro pazienti avevano lupus eritematoso sistemico, anche con interessamento renale. Tre erano affetti da dermatomiosite pediatrica, una delle miopatie infiammatorie più ostinate. Uno da sclerosi sistemica giovanile, patologia rara e progressiva. Tutti erano refrattari alle terapie convenzionali, inclusi i biologici anti-B. Dopo una singola infusione di CAR-T, preceduta dalla linfodeplezione standard, nei sette casi di lupus e dermatomiosite la malattia si spegne. Segni clinici azzerati, marcatori di attività normalizzati, farmaci sospesi. Nel caso di sclerosi sistemica il miglioramento è più lento, ma continuo e documentato.

La sicurezza, in questa coorte pediatrica, sorprende per sobrietà. Sindrome da rilascio di citochine di grado 1 in sei pazienti, neurotossicità lieve in uno, qualche citopenia tardiva. Nessuna infezione grave. Un profilo molto più leggero rispetto all’oncologia, dove le CAR-T sono spesso accompagnate da tossicità severe. Un dato che pesa, soprattutto quando si parla di bambini.

Il cuore della notizia non è solo clinico. È culturale. Per decenni, nelle malattie autoimmuni pediatriche, la strategia è stata una sola: tenere a bada l’infiammazione, accettando una dipendenza cronica dagli immunosoppressori, con costi biologici e sociali enormi. Qui il paradigma cambia. La deplezione profonda ma temporanea dei linfociti B patologici sembra permettere una ricostituzione “naïve” del sistema immunitario, priva delle popolazioni autoreattive. I linfociti B tornano, ma la malattia no. È questo il possibile “reset” immunologico di cui parlano i ricercatori.

«Stiamo trasferendo un approccio già consolidato nelle leucemie e nei linfomi in un ambito completamente diverso», spiega Franco Locatelli, responsabile del programma CAR-T dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. «Qui il bersaglio non è il tumore, ma i linfociti B auto-reattivi». Per Fabrizio De Benedetti, alla guida dell’area di Immunologia e Reumatologia, «una remissione così profonda non l’avevamo mai vista con le terapie tradizionali». È una frase che pesa anche fuori dall’ospedale, perché apre una questione di sostenibilità, accesso e priorità sanitarie.

Lo studio si inserisce in un filone internazionale in rapida espansione. Negli adulti con lupus refrattario, le CAR-T anti-CD19 hanno già mostrato remissioni farmacologicamente libere. Tra il 2024 e il 2026 sono partiti trial accademici e industriali, si esplorano bersagli combinati, approcci allogenici “off-the-shelf”, modelli per ridurre tempi e costi. La pediatria, però, resta il banco di prova più delicato: per fisiologia, per rischio, per responsabilità. Ed è anche il terreno dove ridurre il carico farmacologico significa restituire infanzia e futuro.

I limiti non spariscono. Otto pazienti non fanno uno standard di cura. Servono studi multicentrici, criteri di selezione rigorosi, biomarcatori predittivi, follow-up pluriennali. E serve una riflessione politica: il modello point-of-care in Hospital Exemption funziona, ma non è scalabile ovunque. Senza investimenti, reti e regole chiare, il rischio è che l’innovazione resti confinata a pochi centri.

Eppure il segnale è qui. Silenzioso, ma solido. Sette bambini senza più malattia dopo una sola infusione non sono una suggestione, sono un fatto. La scienza ha dimostrato che può migrare, cambiare campo, rimettere in ordine ciò che sembrava irreversibile. Ora la domanda non è se questa strada vada percorsa, ma quanto siamo pronti a farlo davvero.

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