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L'Unione fa la forza

Ci metto la faccia

Da carabiniere a comunista: testimonianze sulle violenze di Bolzaneto, la difesa di Askatasuna e l'allarme per la militarizzazione delle piazze e la repressione dei giovani

Ci metto la faccia

Franco Giorgio

Molti di voi già mi conoscono e mi conoscono come "Comunista" come ex sindacalista ma pochi sanno che nella mia vita sono stato anche Carabiniere. Bene voglio partire da qui da quel lontano 1981 quando per svolgere il mio servizio militare scelsi l'arma dei Carabinieri. Lo faccio in quanto il servizio lo svolsi proprio nel battaglione a Moncalieri dove l'attività principale era proprio l'ordine pubblico. Manifestazioni, Stadi ecc. Ho quindi vissuto un pezzo della mia vita da quella parte della "barricata". Vi garantisco che ne ho viste di tutti i colori anche atteggiamenti poco consoni a una divisa.

Atal proposito riporto un pezzo uscito su “Il manifesto” del 1 agosto 2001 che intervistava un operatore di polizia sui casi delle violenze  alla Bolzaneto:

"Le violenze contro i manifestanti portati alla Bolzaneto - inizia il racconto - sono cominciate già il venerdì sera. A compierle, sono stati quelli della penitenziaria, i signori del Gom. Gente presa a calci con estrema violenza e in modo sempre più scientifico, fino al trasferimento all'interno dove nessuno di noi dei reparti mobili ha potuto vedere quel che succedeva. Anche se mi risulta che alcuni colleghi, finito il servizio, si siano uniti a loro nel picchiare. Per picchiare non intendo uno scappellotto, uno spintone, quello ci può stare. Poi c'è stato il pestaggio della domenica, frutto di un'operazione collettiva e fatto da personaggi esterni alla truppa dei reparti mobili. Chi canticchiava ai fermati Pinochet e cose razziste? Sicuramente personaggi esterni alla caserma, gente che conosce bene quel retroterra di destra estrema. Anche se 'Faccetta nera' nella suoneria di un telefonino l'avevo già sentita prima".

Che tipo di cultura c'è dentro i vostri reparti? chiedeva il giornalista "La base ha una cultura di destra, una cultura militare. Alla Bolzaneto ci sono simpatizzanti di Forza Nuova, si vede in giro qualche svastica. Ma nella celere non si va per vocazione, è il settore operaio della polizia di stato. E' una scelta di prima destinazione, per chi esce dalle scuole e non ha calci per finire da qualche altra parte. Magari qualcuno chiede di andare in sedi particolari, lì c'è un reparto mobile e così ti ritrovi nella celere e sei stato pure accontentato. C'è cultura della violenza, a molti piace l'idea di picchiare. Il livello di cultura è medio basso anche tra gli ufficiali, tutti di destra. E si sentono discorsi che rasentano il limite dell'incostituzionalità, di sfiducia estrema nelle istituzioni democratiche. La violenza nasce da questo retroterra”

Tutto questo non certo per prendere le parti di quel pezzo risibile e condannabile della manifestazione torinese ma per provare a fare un ragionamento che vada oltre la pura reazione di pancia e entri nel merito della questione.

Mi imbatto su Facebook sul post di condanna dell’Onorevole Vigna della Lega.

ff

Devo dire che da chi ricopre un ruolo politico di peso mi aspetterei una analisi più profonda sui fatti e sulla situazione in generale, ma tantè…

La grande manifestazione nazionale “Torino partigiana” di ieri affonda le sue radici nello sgombero di Askatasuna di dicembre. Ma ridurre questa storia a una cronaca di sigilli e occupazioni significa, deliberatamente, non voler vedere.

Dal 1996, Askatasuna non è un semplice edificio: è un’infrastruttura sociale che ha colmato i vuoti lasciati dallo Stato. Laddove le istituzioni si sono ritirate, sono nati corsi di italiano per migranti, ciclofficine, lotte contro il caporalato e reti di mutuo soccorso. Questo mutualismo non è un esercizio teorico, ma una risposta concreta a bisogni inevasi che il potere oggi sembra voler cancellare per ristabilire un decoro che somiglia troppo al deserto sociale.

La piazza di ieri era partecipata soprattutto da giovani. Una generazione che non chiede concessioni, ma il diritto di esistere e di partecipare a un mondo fondato su uguaglianza e giustizia. Il nodo politico non è la ricerca di un capro espiatorio, ma l’incapacità delle istituzioni di accogliere le istanze di quella piazza.

Difendere gli spazi sociali oggi non significa idealizzarli, ma proteggere l’idea che la società debba avere dei luoghi in cui il pensiero critico possa farsi corpo e comunità.

Quei giovani di ieri e parlo di quella grande parte di loro che hanno manifestato pacificamente hanno allestito mostre , preparato pasti, fatto musica, suonato con fiati e percussioni, marciato con bambini e bandiere della pace volevano mostrare un’altra idea di città: non quella competitiva e sorvegliata, ma una città fatta di legami e diritti. Una città che non chiede sicurezza come controllo poliziesco, ma come giustizia sociale, perché la vera sicurezza nasce dalla certezza di un futuro degno, di un tetto e di una comunità che non ti lasci solo.

Non ci sono dubbi sul fatto che gli episodi di tensione avvenuti a margine del corteo vadano condannati; tuttavia, usarli strumentalmente per criminalizzare un movimento così vasto è un atto di codardia politica che serve solo a evitare il merito delle questioni poste.

Rimpiango i tempi in cui la società e la politica erano abituate ad abitare il conflitto e non come capita oggi cercare solo di sopprimerlo.

In questi mesi abbiamo assistito, nel corso delle manifestazioni a favore della Palestina alla militarizzazione delle nostre città. Un cumulo di manganelli, scudi romani, autoblindo, elicotteri volteggianti, messi a presidiare strade, piazze e stazioni. A informare la popolazione che i manifestanti sono dei pericolosi e violenti sovversivi. Alla strumentalizzazione di scontri e scaramucce isolati. Fino ad arrivare al nuovo Ddl in preparazione che, oltre a offrire lo scudo penale ai poliziotti coinvolti negli scontri, impedisce a chi viene denunciato di scendere in piazza.

Lo scopo di queste misure è sin troppo ovvio: si aumenterà la tensione, fino a provocare quelle scaramucce che termineranno in identificazioni e denunce, e svuoteranno lentamente, manu militari, le piazze. Finché la tensione non sfocerà in un evento critico, che giustificherà magari il varo di provvedimenti di emergenza.

Vorrei ci rendessimo conto che se una volta si diceva di isolare i provocatori di piazza. Adesso si debba lavorare per isolare i provocatori al governo. Per rimpolpare una democrazia sempre più esangue.

Un potere che ha paura dei propri giovani è un potere che ha già perso la sua legittimità morale.

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