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Caso Epstein: principe Andrea d’Inghilterra a quattro zampe

Dalle e‑mail a inviti mai accettati: come i nuovi rilasci del Dipartimento di Giustizia ridisegnano i rapporti tra il finanziere e alcuni dei nomi più influenti al mondo, da Trump a Gates, da Musk a Tisch, fino ad Andrew

Caso Epstein: principe Andrea d’Inghilterra a quattro zampe

Caso Epstein: principe Andrea d’Inghilterra a quattro zampe

Non è più un’inchiesta, non è più un dossier giudiziario e non è nemmeno uno scandalo isolato: il caso Jeffrey Epsteinè diventato una radiografia impietosa del potere globale, e l’ultima colossale pubblicazione del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti lo dimostra senza possibilità di ritorno. Oltre 3 milioni di pagine di documenti, circa 180.000 immagini, fotografie inedite, appunti manoscritti, promemoria di agenda, e-mail, bozze di atti giudiziari e segnalazioni mai verificate: un archivio che non chiarisce tutto, ma che rende impossibile far finta di niente. Non è un semplice deposito digitale. È un acceleratore di domande. Chi frequentava chi, quando, perché. Dove finisce il gossip e dove iniziano i fatti. E soprattutto: quanto sapevano davvero coloro che continuavano a orbitare intorno a Epstein anche dopo la sua condanna del 2008.

Tra le carte che più stanno facendo tremare redazioni e uffici stampa c’è un promemoria secco, scritto senza enfasi, che oggi suona come una sirena d’allarme: “Elon Musk to island Dec. 6 (is this still happening?)”. Una riga, una parentesi, un dubbio. Poco distante, un’altra e-mail, altrettanto brutale nella sua normalità, chiede semplicemente: “Is she fun?”, riferendosi a una donna segnalata da Epstein. Non sono prove di reato. Ma sono istantanee di un clima, di un linguaggio, di una disinvoltura che oggi appare tossica. È così che Epstein operava: normalizzando l’anomalia, rendendo accettabile l’inaccettabile, trasformando il potere relazionale in una moneta spendibile ovunque.

Il rilascio, avvenuto il 30 gennaio 2026, arriva dopo settimane di ritardo rispetto alla scadenza fissata dal Congresso al 19 dicembre 2025. Il Dipartimento di Giustizia rivendica ora di essere finalmente in regola con l’Epstein Files Transparency Act, la legge approvata a larghissima maggioranza bipartisan nel novembre 2025. Ma insieme ai documenti arriva anche un avvertimento che pesa come un macigno: tra quelle carte possono esserci segnalazioni non verificate, materiale apocrifo, informazioni deliberatamente false raccolte nel corso di vent’anni di indagini. In altre parole, il lettore è chiamato a distinguere. E proprio questa distinzione, oggi, è il terreno più scivoloso.

I nomi che rimbalzano sono sempre gli stessi, ma con nuovi dettagli, nuove sfumature, nuove ombre. Donald Trumpcompare migliaia di volte: ritagli di stampa, e-mail, commenti politici, fogli di calcolo che raccolgono segnalazioni arrivate all’FBI e mai corroborate. Non emergono accuse penalmente circostanziate, e il Dipartimento di Giustizia insiste su questo punto. Ma la mole delle ricorrenze racconta di una presenza costante nel perimetro sociale di Epstein, e tanto basta per alimentare il dibattito politico e mediatico, soprattutto ora che la Casa Bianca rivendica di aver completato l’operazione di trasparenza.

Poi c’è Bill Gates, il cui nome torna in corrispondenze e bozze in cui Epstein attribuisce a terzi affermazioni e richieste compromettenti. In una di queste bozze si allude a presunte “medicine per malattie sessualmente trasmissibili” e a favori chiesti e ottenuti. Lo staff di Gates respinge tutto come “assolutamente falso”, e dal punto di vista giudiziario il confine resta chiaro: l’esistenza dell’asserzione non equivale alla sua verità. Ma il dato politico e simbolico è un altro: Epstein cercava legittimazione proprio lì dove la reputazione era più alta, nella filantropia, nella scienza, nel racconto del bene globale.

Elon Musk appare in più scambi e promemoria relativi a visite programmate o ipotizzate a Little Saint James, l’isola privata di Epstein, negli anni 2012 e 2013. Le carte parlano di tentativi di pianificazione, di agende, di logistica. Nessun documento conferma che il viaggio sia avvenuto. Musk sostiene di aver rifiutato inviti ripetuti e di aver sempre spinto per la pubblicazione integrale dei file. Ed è qui che il dettaglio diventa sostanza: i documenti mostrano l’intenzione, non l’esecuzione. Ma mostrano anche che quei contatti avvenivano dopo la condanna del 2008. Ed è questo che oggi pesa come una domanda inevasa.

Nel flusso emergono anche nomi meno globali ma altrettanto significativi, come Steve Tisch, co-proprietario dei New York Giants, presente in e-mail del 2013 in cui Epstein propone presentazioni con “donne adulte” e si offre come intermediario. In uno scambio Tisch chiede se una donna sia una “working girl”, in un altro si informa su una “ragazza ucraina”. Tisch ha parlato di una breve associazione, di inviti mai accettati, di un profondo pentimento. Ancora una volta, nessuna contestazione penale, ma una fotografia nitida dell’uso disinvolto dei contatti di Epstein come scorciatoia sociale.

E poi c’è Andrew Mountbatten-Windsor, l’ex principe Andrea, il nome che più di tutti incarna il corto circuito tra istituzioni e scandalo. Le carte lo citano centinaia di volte: cene, voli, incontri, fotografie. Ma questa volta emergono anche immagini private, imbarazzanti, degradanti, che lo ritraggono a quattro zampe, in un contesto che ha fatto sobbalzare anche le redazioni più assuefatte. Non è satira, non è ricostruzione: è una delle immagini che oggi accompagnano il suo nome nei file. Andrew ha sempre negato condotte illecite e ha chiuso nel 2022 la causa civile con Virginia Giuffre tramite un accordo economico riservato. Ma l’effetto di queste nuove pubblicazioni è devastante sul piano simbolico: un uomo della Corona inchiodato a una postura che diventa metafora di un potere che striscia.

Accanto alla mappa delle relazioni, le carte raccontano anche un’altra storia, forse la più inquietante: quella dell’inerzia investigativa. Un draft di incriminazione del 2007 suggerisce che i procuratori federali fossero pronti a colpire Epstein e tre assistenti. Poi arrivò l’accordo di non-perseguimento in Florida, firmato da Alexander Acosta, che consentì a Epstein di evitare un processo federale e di scontare una pena minima per una condanna statale legata alla sollecitazione di prostituzione di una minorenne. Le nuove carte aggiungono tasselli su quanto le autorità sapessero e su come valutarono la credibilità delle testimonianze. Non riscrivono la storia, ma la rendono più pesante.

Dentro l’archivio ci sono anche dettagli laterali che illuminano il contesto: la segnalazione del ban di Epstein da Xbox Live nel 2013, applicazione automatica delle policy contro i sex offenders; la ricorrenza ossessiva degli inviti, delle “presentazioni”, delle cene come valuta di scambio; il tentativo costante di Epstein di posizionarsi come facilitatore universale, portiere di un club esclusivo dove reputazione e accesso contavano più di qualsiasi prudenza.

Il rischio, oggi, è trasformare questo archivio in un tribunale parallelo. Il Dipartimento di Giustizia lo dice chiaramente: una menzione non è una colpa, un invito non è un incontro, un promemoria non è un fatto avvenuto. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile ignorare il quadro complessivo che emerge: una rete ad altissima densità, porosa, dove politica, finanza, tecnologia, filantropia e mondanità si toccavano senza frizioni apparenti, anche quando l’allarme era già scattato.

Insomma, gli Epstein Files non ribaltano tutto ciò che sapevamo, ma aggiungono texture, dettagli, linguaggio, tempistiche. Confermano che Epstein non era un corpo estraneo, ma un nodo, e che la sua forza non stava solo nel denaro, ma nella capacità di rendere normale ciò che non lo era. La trasparenza promessa dalla legge è arrivata, ma con un prezzo: obbliga tutti a una lettura adulta, scomoda, priva di alibi. Perché ogni nome in più genera una domanda in più. E ogni domanda, oggi, pesa come un macigno sulla memoria pubblica di un’intera epoca.

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