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La guerra è alle porte. USA e Iran tra negoziati, minacce e propaganda

Video non verificati rilanciati da Trump, una portaerei nel Golfo e trattative fragili: mentre Washington parla di dialogo, Teheran si prepara allo scontro e il Medio Oriente trattiene il fiato

La guerra è alle porte. USA e Iran tra negoziati, minacce e propaganda

La guerra è alle porte. USA e Iran tra negoziati, minacce e propaganda

La guerra non è ancora scoppiata, ma la si sente respirare. È lì, a pochi passi dalla soglia, come un ospite indesiderato che nessuno invita ma che tutti sanno prima o poi entrerà. Tra Washington e Teheran il linguaggio della diplomazia si consuma giorno dopo giorno, mentre quello delle armi diventa sempre più concreto, visibile, persino quotidiano.

Un uomo che corre tenendo in braccio un bambino, la telecamera che trema, le grida in farsi. Il video – rilanciato dal presidente americano Donald Trump su Truth Social – sostiene di immortalare una presunta fuga disordinata dei Guardiani della Rivoluzione nelle strade di Teheran. Le immagini non sono verificate, la fonte non è ufficiale, il contesto resta opaco. Ma l’effetto politico è reale e immediato. In poche ore una clip amatoriale diventa un detonatore di percezioni, comprimendo pericolosamente lo spazio tra diplomazia e forza.

Succede mentre la Casa Bianca ribadisce che gli iraniani stanno negoziando. Succede mentre, a sud dell’Iran, nel Golfo Persico, la USS Abraham Lincoln e il suo gruppo da battaglia avanzano lentamente, con quella calma ostentata che in geopolitica è spesso la forma più esplicita di minaccia. La crisi si modella così come un gioco a più tavoli, dove ogni mossa – un’intervista, un dispiegamento navale, un post social – sposta l’ago di una bilancia già instabile.

Trump, fedele al suo stile, tiene insieme tutto: trattativa e intimidazione, apertura e memoria corta, minacce lunghe. In un’intervista a Fox News assicura che gli iraniani stanno negoziando, ma subito dopo ricorda che l’ultima volta che hanno negoziato, abbiamo dovuto distruggere il loro nucleare perché non ha funzionato. È un riferimento diretto agli attacchi del giugno 2025 contro gli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan, colpiti dagli Stati Uniti in coordinamento con Israele e rivendicati in tempo reale dallo stesso Trump sui social. Un precedente che pesa come un macigno su qualsiasi tavolo negoziale.

Pochi giorni dopo, il 28 gennaio 2026, lo stesso Trump parla apertamente di una “massive Armada” diretta verso l’Iran e avverte che il tempo sta per scadere. Il messaggio è chiaro: o un accordo che impedisca definitivamente a Teheran di dotarsi di armi nucleari, oppure la forza. È il lessico del tycoon applicato alla crisi internazionale: pressione pubblica, spettacolarizzazione della minaccia, e un continuo rimbalzo tra deterrenza e escalation.

Dentro questo schema comunicativo si inserisce il video non verificato sui pasdaran. Serve a costruire una narrativa precisa: un regime sotto stress, assediato dall’esterno e incrinato dall’interno. Ma proprio la non verificabilità delle immagini impone cautela. Nelle ultime settimane sono circolati numerosi video fuorvianti o decontestualizzati sulle proteste in Iran, spesso smentiti da verifiche indipendenti. L’informazione, in questa crisi, non è un contorno: è un fronte di guerra parallelo.

Da Teheran arrivano segnali che vanno in direzioni diverse ma convergono su un punto: evitare lo scontro diretto senza rinunciare alla deterrenza. Il presidente Masoud Pezeshkian, parlando con il leader egiziano Abdel Fattah al-Sisi, ribadisce che l’Iran non cerca la guerra e che la priorità resta la diplomazia. Ma aggiunge che qualsiasi aggressione riceverà una risposta decisa. È la formula classica della Repubblica islamica: mano tesa, dito sul grilletto.

Figure centrali dell’establishment, come Ali Larijani, parlano di progressi nella costruzione di un quadro negoziale con Washington. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi conferma l’apertura a riprendere i colloqui sul nucleare, ma pone condizioni nette: fine delle minacce e totale esclusione del programma missilistico dall’agenda. È qui che la distanza con gli Stati Uniti resta enorme. Trump punta a un accordo più ampio del vecchio JCPOA, che includa missili e ruolo regionale. Teheran difende invece il proprio arsenale come strumento di sopravvivenza strategica.

Sul piano militare, il segnale più forte resta la presenza americana nel Golfo. La USS Abraham Lincoln non è solo una nave: è un messaggio galleggiante. Con i suoi velivoli imbarcati e i cacciatorpediniere armati di Tomahawk, rappresenta la capacità di colpire rapidamente e in profondità. Ma rappresenta anche il rischio di incidenti, errori di calcolo, provocazioni in uno spazio congestionato come lo Stretto di Hormuz. Una portaerei non serve necessariamente a fare la guerra. Serve a dimostrare che la guerra è possibile.

Intanto, sul fronte interno iraniano, la situazione resta esplosiva. Le proteste tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno lasciato sul terreno centinaia di vittime secondo ONG e attivisti. Le forze di sicurezza, inclusi reparti dei Guardiani della Rivoluzione, sono accusate di aver sparato su manifestanti e civili in fuga. In questo contesto, l’Unione Europea ha deciso di inserire l’IRGC nella lista delle organizzazioni terroristiche, irrigidendo ulteriormente lo scontro e riducendo i margini di mediazione.

A complicare il quadro arrivano poi le piccole scintille: esplosioni, incidenti, voci di sabotaggi, come quelli registrati a Bandar Abbas. Le autorità parlano di fughe di gas e cause accidentali, smentendo qualsiasi coinvolgimento esterno. Ma in una crisi così tesa ogni scoppio suona come una miccia. La percezione diventa quasi più importante dei fatti.

Sul tavolo restano le linee rosse. Washington chiede limiti stringenti all’arricchimento dell’uranio, ispezioni intrusive dell’AIEA, garanzie irreversibili. Teheran chiede la fine delle sanzioni, il rispetto della sovranità difensiva, negoziati senza pistole puntate alla tempia. Un possibile punto di contatto potrebbe essere un accordo a fasi, una de-escalation controllata. Ma la fiducia è ai minimi storici, soprattutto dopo gli attacchi del 2025.

In questo scenario, anche un post sui social pesa quanto una fregata. La decisione di Trump di rilanciare un video non verificato dimostra quanto la comunicazione sia ormai parte integrante della strategia. Un errore, un fake, un audio manipolato possono produrre decisioni reali, con conseguenze irreversibili.

Gli scenari restano aperti: una de-escalation vigilata, un attacco limitato con risposta calibrata, un’escalation regionale, oppure uno stallo armato che può durare settimane. Tutti, però, hanno un punto in comune: l’equilibrio è sottilissimo.

Per ora, il messaggio che arriva da entrambe le parti è doppio e contraddittorio: stiamo negoziando e siamo pronti a colpire. Se davvero, come sostiene Trump, gli iraniani stanno trattando, serviranno gesti rapidi e verificabili. Perché un’armada può anche fermarsi.
Una narrativa di guerra, quando prende velocità, molto meno.

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