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29 Gennaio 2026 - 12:00
Da Chivasso al Nasdaq: Khaby Lame e il nuovo business che può cambiare TikTok Shop
Khaby Lame non ha mai avuto bisogno di parlare per farsi capire. Un’espressione, una mano aperta, quello sguardo che sembra dire davvero serviva tutto questo? e la gag è già finita. Da Chivasso ai feed di mezzo pianeta, ha costruito un linguaggio che funziona ovunque: senza sottotitoli, senza doppiaggio, senza barriere. Oggi quel linguaggio entra in una fase nuova e molto più rischiosa: non più solo viralità, ma finanza, azioni, valutazioni da capogiro.
L’operazione annunciata in questi giorni mette sul tavolo una cifra che fa rumore: 975 milioni di dollari. È la valutazione con cui la holding di Hong Kong Rich Sparkle Holdings intende acquisire il 100% della società di Khaby, Step Distinctive Limited, per costruire un “polo degli influencer” insieme a un colosso cinese del live-commerce. Tradotto: unire un pubblico globale da oltre 160 milioni di follower con una macchina industriale capace di trasformare ogni minuto di streaming in vendite, logistica, ordini, margini.
Il punto, però, è che quel “quasi un miliardo” non è un assegno. Non è nemmeno, davvero, un incasso. È una cifra “sulla carta”, legata a un meccanismo tipico delle operazioni aggressive: equity contro equity. Secondo i documenti depositati alla SEC statunitense, Rich Sparkle avrebbe firmato uno SPA il 9 gennaio 2026 e pagherebbe l’acquisizione non in contanti, ma emettendo 75 milioni di azioni ordinarie a favore dei venditori, tra cui lo stesso Khaby, che prima dell’operazione controllava il 49% della target. Il risultato è chiaro: Khaby non “vende e incassa”, ma entra nella cabina di comando di una società quotata, diventando un pezzo centrale della storia che si vuole raccontare al mercato.
È qui che l’operazione diventa attualità vera. Perché non riguarda solo un creator che monetizza. Riguarda un modello economico che sta cambiando pelle: i creator più grandi non sono più semplici testimonial, ma diventano asset finanziari, valutati come aziende. E come aziende, possono crescere. Ma possono anche crollare.
La controparte aiuta a capire l’aria che tira. Rich Sparkle non nasce come gigante dell’e-commerce: arriva da servizi di stampa finanziaria a Hong Kong, con ricavi storicamente limitati e una quotazione al Nasdaq nel 2025. Ora tenta un salto di specie: trasformarsi in una piattaforma della creator economy, con un progetto che mescola contenuti, live shopping, affiliazioni, supply chain e partnership commerciali. In mezzo c’è Khaby, che da fenomeno social viene trattato come infrastruttura: non più “il volto”, ma il motore.
A rendere l’operazione ancora più ambiziosa è il tassello cinese. Il partner industriale indicato è Anhui Xiaoheiyang Network Technology, collegata al sistema “Three Sheep” e alla star di Douyin nota come “Crazy Little Brother Yang”, uno dei simboli del live-commerce asiatico, con numeri da capogiro e un’organizzazione costruita come una fabbrica: studi interni, format replicabili, prodotti a rotazione, vendite spinte con KPI e obiettivi quotidiani. È un modello che in Cina funziona perché non si limita a “mostrare” prodotti: li trasforma in spettacolo e li vende mentre intrattiene.

Ma qui arrivano le prime crepe, quelle che in un comunicato non si vedono e che invece un lettore dovrebbe fissare bene. Il gruppo collegato al partner ha avuto negli ultimi anni anche problemi regolatori e reputazionali, tra sanzioni, risarcimenti e sospensioni legate a pratiche contestate. Le autorità locali avrebbero poi certificato una rettifica nel 2025, con pagamento di sanzioni e indennizzi e ripresa dell’attività. È un elemento che non basta da solo a bocciare il progetto, ma che pesa: perché quando metti insieme un creator globale e un sistema commerciale aggressivo, basta poco per trasformare una campagna in un boomerang.
La scommessa si regge su un dato: il live-commerce non è più una moda, è un mercato. TikTok Shop ha accelerato ovunque, con numeri che crescono a ritmo impressionante e un’idea ormai chiara anche in Occidente: il video breve porta traffico, la diretta lo converte in acquisti. In questo scenario Khaby è perfetto per un motivo semplice: non ha lingua. La sua comicità è internazionale, quindi scalabile. Un contenuto che non deve essere adattato, tradotto, riscritto. Funziona e basta. È esattamente quello che serve quando vuoi standardizzare format e spingere vendite in più mercati.
Eppure, proprio perché la storia è potente, è anche fragile. Il rischio principale è evidente: la valutazione da 975 milioni è “di carta”. Dipende dal prezzo delle azioni, dal closing, dalle condizioni sospensive, dalla fiducia del mercato. Se il titolo non regge, quella cifra evapora. Se la narrazione non convince, la capitalizzazione si sgonfia. Se il progetto non produce ricavi veri e ricorrenti, la valutazione resta un titolo buono per i social e cattivo per i bilanci.
C’è poi un secondo elemento, ancora più delicato, che sposta la discussione su un piano quasi politico: l’idea di un “AI Digital Twin” di Khaby. Nei documenti si parla di consenso all’uso di Face ID, Voice ID e modelli comportamentali per creare un gemello digitale capace di generare contenuti e live multilingua 24 ore su 24, su più fusi orari. È la frontiera più redditizia e più pericolosa: da una parte moltiplica la presenza e riduce i costi marginali, dall’altra apre una domanda inevitabile: chi garantisce che l’identità non diventi un prodotto replicabile all’infinito, fuori controllo?
Per un creator qualunque sarebbe già un tema enorme. Per Khaby Lame, che nel 2025 è stato nominato Goodwill Ambassador UNICEF, diventa un tema esplosivo: perché reputazione e credibilità non sono accessori, sono capitale. E nel momento in cui un avatar “parla” al posto tuo, la trasparenza non è un dettaglio: è la linea tra fiducia e truffa percepita. Il pubblico deve sapere se sta guardando una persona o una simulazione. I brand devono sapere cosa stanno comprando. Le piattaforme dovranno decidere quanto consentire. E i regolatori, prima o poi, arriveranno.
Alla fine il “polo degli influencer” è questo: un tentativo di costruire una filiera completa dove convivono un IP globale, una macchina industriale del live-commerce e un veicolo quotato che permette di raccogliere capitale, emettere azioni, fare altre acquisizioni e continuare a crescere. L’obiettivo dichiarato nei prossimi tre anni è spingere vendite annuali potenziali su livelli enormi. Possibile? Sì. Garantito? Assolutamente no.
La domanda vera, per chi guarda da fuori, è sempre la stessa: dov’è il confine tra hype e sostanza? Le views non bastano. Servono numeri da industria: conversioni, valore medio degli ordini, resi, qualità dei prodotti, reputazione stabile, compliance impeccabile. Perché se il live-commerce ti porta miliardi, ti porta anche il suo rovescio: contestazioni, scandali, prodotti sbagliati, influencer travolti dalle polemiche.
In questa storia c’è anche un pezzo d’Italia che torna a galla senza nostalgia e senza retorica: Chivasso. Il paradosso è che l’“estetica semplice” che ha reso Khaby universale oggi viene trattata come un vantaggio competitivo industriale. È una cosa che funziona nel mondo reale: costa poco, viaggia ovunque, si capisce subito. Ma trasformare una grammatica social in una macchina economica stabile è un’altra partita. E quella partita non si gioca con una smorfia.
Il verdetto, oggi, non può essere né entusiasta né cinico. È un’operazione ingegnosa, perfino inevitabile, nel momento in cui la creator economy smette di essere intrattenimento e diventa mercato finanziario. Ma è anche un’operazione che chiede prudenza, perché si regge su tre pilastri fragili: azioni, reputazione, regole. Se reggono, Khaby può diventare il primo creator davvero “industriale”, non solo famoso. Se cedono, resterà una lezione chiara: la fama è semplice da ottenere, ma il valore — quello vero — è molto più difficile da tenere.
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