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28 Gennaio 2026 - 15:34
Pierangelo Monti
Il Presidio per la Pace di Ivrea arriva al suo 205° appuntamento e, ancora una volta, sceglie di non fermarsi. Cambia luogo, attraversa la città, si sposta nei quartieri e nei punti di passaggio, ma continua a tenere acceso un messaggio che, settimana dopo settimana, resta drammaticamente attuale: fermiamo le guerre.
Sabato 31 gennaio 2026, dalle 11 alle 12, il presidio non si svolgerà nella consueta piazza Ferruccio Nazionale, ma approderà in piazza Primo Maggio, nel quartiere Bellavista. Una scelta comunicata ufficialmente da Pierangelo Monti, a nome dei partecipanti al presidio, che riguarda anche il successivo appuntamento di sabato 14 febbraio, previsto nel piazzale della Stazione ferroviaria di Ivrea, in corso Nigra.
Uno spostamento che non è soltanto organizzativo. Portare il presidio in luoghi diversi della città significa ribadire che la pace non è una pratica rituale, confinata sempre nello stesso spazio, ma un messaggio che deve incontrare persone diverse, attraversare strade, incrociare sguardi, farsi vedere e ascoltare. Bellavista, la stazione, i quartieri: luoghi vissuti ogni giorno, attraversati da cittadini, pendolari, studenti, anziani, famiglie. Luoghi dove la parola “pace” non è uno slogan lontano, ma una necessità concreta.
Il numero del presidio parla da solo: 205 appuntamenti. Un percorso lungo, ostinato, che attraversa mesi e anni segnati da conflitti sempre più diffusi, da scenari di guerra che cambiano nome ma non sostanza, da una normalizzazione della violenza che sembra non fare più notizia. Mentre il dibattito pubblico si abitua alle immagini dei bombardamenti e ai bollettini dei morti, a Ivrea c’è chi continua a dire che tutto questo non può essere accettato come inevitabile.
La bandiera arcobaleno che campeggia sulla locandina non è un elemento decorativo, ma un simbolo riconoscibile di un pacifismo che rifiuta le scorciatoie, le giustificazioni, le gerarchie tra guerre “giuste” e guerre “dimenticate”. Il messaggio è netto, senza aggettivi e senza distinguo: fermiare le guerre, tutte. Perché ogni conflitto porta con sé distruzione, vittime civili, esodi forzati, ferite che durano generazioni.
Il presidio del 31 gennaio, come quelli che lo hanno preceduto, non promette soluzioni facili né pretende di cambiare il mondo in un’ora. Ma rivendica il valore della presenza, della continuità, del non voltarsi dall’altra parte. Un gesto semplice, ripetuto nel tempo, che diventa testimonianza civile. Un modo per dire che anche nelle città di provincia, lontane dai palazzi del potere e dalle grandi capitali, esiste una coscienza critica che non accetta la guerra come orizzonte inevitabile.
Ivrea, ancora una volta, sceglie di esserci. Senza clamore, senza riflettori, ma con la determinazione di chi continua a ripetere che la pace non è una parola vuota né una celebrazione rituale. È una scelta, quotidiana e ostinata. E finché le guerre continueranno, qualcuno, in piazza, continuerà a dirlo.

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