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Nicco richiama l’aula: “Responsabilità, non bandiere”. Un milione per chiudere il Lodo ASA che pesa su 52 Comuni del Canavese

Il presidente del Consiglio regionale Davide Nicco difende l’emendamento in aula: “Atto giusto e necessario per dare stabilità amministrativa a 52 Comuni e chiudere una partita da 70 milioni di euro”

Nicco richiama l’aula: “Responsabilità, non bandiere”. Un milione per chiudere il Lodo ASA che pesa su 52 Comuni del Canavese

Il presidente del consiglio regionale Davide Nicco

Un passaggio atteso da anni, che potrebbe finalmente mettere la parola fine a una vicenda amministrativa lunga oltre due decenni e che continua a gravare sui bilanci di decine di enti locali del territorio. Alla vigilia del voto in Consiglio regionale, previsto per la giornata di domani, il presidente dell’assemblea piemontese Davide Nicco interviene sul cosiddetto Lodo ASA, che coinvolge complessivamente 52 Comuni del Canavese, difendendo con decisione l’emendamento che prevede uno stanziamento regionale di un milione di euro per chiudere definitivamente la partita.

Secondo Nicco, si tratta di un atto amministrativo giusto, responsabile e necessario, capace, con un intervento economico definito e circoscritto, di risolvere una questione che pesa da troppo tempo sulle amministrazioni locali. «Con un intervento regionale limitato, pari a un milione di euro, possiamo chiudere definitivamente una vicenda che si trascina da oltre vent’anni e restituire stabilità amministrativa a decine di comunità», sottolinea il presidente del Consiglio regionale.

Il provvedimento, spiega Nicco, si inserisce in un contesto ben più ampio e complesso, caratterizzato da una partita debitoria complessiva che sfiora i 70 milioni di euro. Una situazione che affonda le radici nel passato e rispetto alla quale, rimarca, gli attuali sindaci non hanno alcuna responsabilità. «Si tratta di una vicenda risalente nel tempo – afferma – rispetto alla quale gli amministratori di oggi non possono essere chiamati a rispondere». Un punto su cui il presidente insiste anche alla luce della propria esperienza diretta: «Avendo ricoperto il ruolo di sindaco, conosco bene quanto siano complessi i problemi gestionali che derivano da scelte del passato e quanto possano mettere a repentaglio gli equilibri finanziari di un ente, fino a esporlo concretamente al rischio di dissesto».

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Per Nicco, l’emendamento rappresenta dunque una soluzione concreta e definitiva a una problematica che da anni grava sui bilanci comunali e che, inevitabilmente, finisce per riflettersi sui cittadini. Da qui l’appello rivolto all’aula consiliare, affinché il dibattito e il voto siano guidati dal senso di responsabilità istituzionale. «Nel mio ruolo di Presidente del Consiglio regionale auspico che in tutti i consiglieri prevalga il senso di responsabilità verso i territori e le istituzioni, al di là degli schieramenti», afferma, rivendicando un approccio pragmatico maturato nel mondo del lavoro e dell’amministrazione concreta. «Ho sempre ritenuto che un provvedimento utile a cittadini e Comuni debba essere valutato per la sua efficacia».

Non manca, tuttavia, una nota di cautela finale. «Ho imparato – conclude Nicco – che, purtroppo, in politica, accanto al merito, entrano talvolta in gioco logiche che poco hanno a che vedere con l’interesse generale». Da qui l’auspicio che, su una decisione destinata a incidere sul futuro di un intero territorio, queste dinamiche restino fuori dal confronto. «Oggi abbiamo l’occasione di compiere una scelta di autentica responsabilità istituzionale».

Una brutta storia

In Canavese c’è una vicenda che non appartiene al passato, anche se tutti vorrebbero archiviarla come tale. È una storia che nasce nei primi anni Duemila, esplode ufficialmente nel 2013 e da allora non smette di proiettare la sua ombra sui bilanci comunali e sulle tasche dei cittadini. È la storia di ASA, Azienda Servizi Ambiente, un consorzio pubblico che avrebbe dovuto semplificare la gestione dei servizi e che invece ha lasciato in eredità uno dei più grandi e longevi contenziosi amministrativi del territorio.

ASA non era una scatola vuota. Era un colosso pubblico che metteva insieme oltre cinquanta comuni del Canavese, comprese Unioni e Comunità montane. Gestiva raccolta e smaltimento dei rifiuti, lavori pubblici, infrastrutture, servizi ambientali. Aveva centinaia di dipendenti, appalti milionari, una presenza capillare sul territorio. Proprio per questo, per anni, nessuno ha davvero avuto il coraggio – o la forza politica – di fermare una gestione che diventava sempre più pesante, più costosa, più fuori controllo.

Quando nel 2013 ASA viene dichiarata fallita, emerge tutta la dimensione del disastro. Le prime stime parlano di oltre 70 milioni di euro di esposizione complessiva. Una cifra enorme, che nel tempo verrà ricalcolata, ridotta, riorganizzata, ma che continuerà a oscillare comunque attorno a numeri spaventosi: 36–37 milioni di debito residuo è la cifra che ritorna più spesso negli atti e nelle sentenze successive. Non sono numeri astratti. Sono soldi che, se richiesti, non possono che provenire da una sola fonte: i bilanci comunali.

È qui che inizia il vero incubo. Perché il fallimento di ASA non si chiude con la procedura fallimentare, ma si trasforma in una battaglia legale contro i comuni soci. La curatela sostiene che ASA non fosse una semplice società partecipata, ma un consorzio, e che quindi i comuni non possano chiamarsi fuori: devono rispondere dei debiti. I comuni ribattono che esiste una norma chiara che vieta agli enti pubblici di ripianare perdite di organismi partecipati, proprio per evitare che gestioni dissennate ricadano sui cittadini.

Il primo punto di svolta arriva con il lodo arbitrale, passato alla storia come “Lodo ASA”. Gli arbitri danno ragione alla curatela: i comuni devono pagare. È un terremoto. Per molti municipi del Canavese – da Rivarolo Canavese a Cuorgnè, da Valperga a Favria, da Feletto a Ozegna, da Oglianico a decine di piccoli comuni e Unioni montane – significa trovarsi improvvisamente esposti a cifre che possono azzerare anni di programmazione. In quelle settimane si parla apertamente di rischio default, di dissesto, di servizi da tagliare.

I comuni reagiscono e impugnano il lodo. E per un periodo sembra che la giustizia amministrativa restituisca un minimo di equilibrio. La Corte d’Appello di Torino annulla il lodo arbitrale, ritenendo che la normativa che vieta agli enti pubblici di ripianare le perdite valga anche in questo caso. È una sentenza che viene letta come una liberazione: finalmente qualcuno dice che non è accettabile far pagare oggi ai cittadini errori e scelte gestionali del passato.

Ma la storia di ASA, come tutte le storie sbagliate, non si chiude quando dovrebbe.

Nel 2024 arriva la sentenza della Corte di Cassazione, ed è qui che tutto si riapre. La Suprema Corte ribalta l’impostazione della Corte d’Appello e stabilisce un principio che cambia completamente il quadro: il divieto di ripianare le perdite non si applica automaticamente ai consorzi come ASA. In altre parole, il fatto che ASA fosse un consorzio e non una società partecipata rende possibile – almeno in teoria – chiamare i comuni a rispondere dei debiti. Non è una condanna definitiva, ma è qualcosa di peggio: un rinvio, un ritorno alla Corte d’Appello di Torino per rifare tutto, con nuovi criteri.

Ed è così che, a oltre dieci anni dal fallimento, i comuni del Canavese si ritrovano di nuovo appesi a una sentenza. Di nuovo costretti a spiegare perché nei bilanci c’è una voce che non si riesce a cancellare. Di nuovo con la consapevolezza che, se il verdetto finale dovesse essere sfavorevole, il conto sarà pesantissimo.

Negli ultimi mesi, per evitare il peggio, prende forma l’ipotesi di una transazione. Una cifra molto più bassa rispetto al debito originario: circa 8 milioni di euro complessivi. Un accordo che dovrebbe coinvolgere tutti i comuni soci, con il contributo – ancora tutto da definire – di altri livelli istituzionali. È presentata come l’unica via d’uscita possibile, il modo per chiudere una volta per tutte una vicenda che logora amministratori e cittadini. Ma anche questa strada è fragile, contestata, politicamente delicata. Perché anche otto milioni, alla fine, non li paga ASA. Li pagano i territori.

Ed è questo il nodo che rende ASA una storia ancora viva, ancora scomoda. Non è una faccenda da tribunali lontani. È una questione che riguarda strade non asfaltate, scuole che aspettano manutenzione, servizi sociali sotto pressione, tasse che possono aumentare. È una vicenda che dimostra come, quando un sistema pubblico fallisce senza che nessuno paghi subito, il prezzo venga solo rimandato. E quando arriva, arriva sempre a chi non ha firmato contratti, non ha gestito appalti, non ha deciso nulla.

ASA oggi è questo: un fantasma amministrativo che continua a bussare alle porte dei municipi del Canavese. Un debito che non si vede ma che pesa. Una storia che nessuno vuole più raccontare, ma che prima o poi qualcuno dovrà chiudere. Perché i bilanci possono aspettare. I cittadini no.

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