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Il disastro degli Orti urbani di San Grato. Elisabetta Piccoli: resa dei conti con Comotto

Tra saggi mai fatti, ruspe arrivate troppo presto e fondi PNRR a rischio, il progetto di Canton Vesco è fermo da due anni. La consigliera Elisabetta Piccoli accusa: “Non mi hanno ascoltata, ora rischiamo di perdere tutto”

Orti urbani di San Grato, il disastro dell’amianto. Elisabetta Piccoli punta il dito su Comotto

Francesco Comotto e Elisabetta Piccoli

Che ci sia stato un errore del direttore dei lavori, del responsabile del procedimento che coincide anche con il responsabile dell’Ufficio tecnico e dell’assessore comunale Francesco Comotto, ormai non sembra più un sospetto ma una certezza che prende corpo giorno dopo giorno. Orti urbani di Canton Vesco a San Grato, progetto dal nome altisonante e dal destino decisamente meno nobile – “Rifunzionalizzazione degli orti comunali di Canton Vesco, bonifica dei siti e costituzione di comunità agricole nel rispetto della sostenibilità ambientale”.

Peccato che i lavori di rigenerazione siano fermi, bloccati con le quattro frecce. Il motivo è noto, anzi arcinoto: l’amianto. Nel progetto erano previsti 210 saggi di campionamento e 70 analisi di laboratorio, per un costo complessivo di circa 70 mila euro, da effettuare prima dell’avvio delle demolizioni. Era stato stanziato un budget di bonifica pari a 175 mila euro. Tutto scritto, tutto previsto. Eppure nulla di tutto questo è stato fatto.

Sono arrivate le ruspe e l’amianto, che si sarebbe potuto rimuovere con qualche decina di migliaia di euro, è stato sparpagliato ovunque. Ora il conto è salato: bisogna bonificare sul serio e per farlo servono molti più soldi. Un fatto grave. Una catastrofe che chiama in causa l’intera Amministrazione comunale.

A dirlo apertamente, senza giri di parole – come già aveva fatto mesi fa – è la consigliera comunale Elisabetta Piccoli.
“Mi ero messa a disposizione, avevo seguito questa pratica fin dal primo momento – non si dà pace e denuncia – non mi hanno ascoltata e adesso è tutto fermo. Il rischio è che degli orti urbani non se ne faccia nulla. Fine. Forse resterà solo un prato. A vedere cosa c’è oggi a San Grato mi piange il cuore. E c’è il rischio concreto di perdere il finanziamento”.

Manco a dirlo, nel prossimo consiglio comunale si parlerà anche di questo. Sul tavolo un’interpellanza generale di cui Elisabetta Piccoli è prima firmataria. Tra le richieste, quella di un incontro pubblico per spiegare ai cittadini cosa stia realmente accadendo.

“Vogliamo poter visionare l’intera pratica e chiarire se il Consiglio comunale ritenga possibile utilizzare, almeno in parte, le entrate di bilancio derivanti dalla vendita dei garage limitrofi per integrare le risorse necessarie al completamento dei lavori o per eventuali migliorie, come l’ampliamento dei box, già giudicati in Commissione consiliare non adeguati allo scopo dell’assegnazione dei lotti…”.

L’ultima volta che avevamo raccontato questa storia correva il settembre 2025. Avevamo trovato cittadini affacciati alle finestre, a controllare l’erba che cresceva a vista d’occhio, il degrado ovunque e, in mezzo a quello scenario surreale, galline, oche, capre, pecore e persino un ariete. Tutti con il dito puntato contro due proprietari che continuavano a coltivare e allevare sui loro piccoli appezzamenti, incastrati tra quelli che, almeno sulla carta, avrebbero dovuto trasformarsi in giardinetti pubblici.

Mariangela Gamberini

Mariangela Gamberini

la deermina

orti urbani


“Si sono pure fatti una strada di accesso in mezzo al cantiere…”, sbottava allora Mariangela Gamberini.
E a proposito di animali: “Ogni tanto si avvicinano persino alle scuole…”, raccontava sconsolata. Insieme al degrado erano arrivati anche topi e bisce. Un quadro che definire desolante era poco.

Insomma, benvenuti a San Grato. Sulla carta – e solo su quella – un progetto da 1 milione e 200 mila euro di fondi PNRR, destinati alla realizzazione di 70 lotti, con casette in legno, recinzioni e sistemi di irrigazione. Dovevano essere il fiore all’occhiello della rigenerazione urbana di Ivrea.

Per la cronaca, tutto precipita nella primavera del 2024, quando gli operai trovano lastre di Eternit, frammenti edilizi e materiali interrati chissà quando e da chi. Da allora il cantiere resta congelato.

In consiglio comunale Elisabetta Piccoli lo dice chiaro: “Nel progetto originale erano previsti saggi di campionamento del sottosuolo proprio per verificare la presenza di amianto prima dell’avvio degli scavi. Erano state previste anche somme per la bonifica”. Insomma, qualcuno ha preso un granchio grande come una casa, concentrandosi sulle casette invece che sul problema vero.

Di sottofondo, come un disco rotto, l’assessore Francesco Comotto ripete: “Stiamo lavorando, abbiamo affidato il piano di bonifica”. Parole. Le stesse già sentite sulla ricerca di “un’azienda a buon prezzo”.

Ad agosto 2025 qualcosa sembra muoversi. All’albo pretorio compaiono due determine. Con la n. 647 del 19 agosto 2025, il Comune liquida alla Bonifiche San Martina Srl la prima tranche delle analisi: 16.775 euro per campionamenti e verifiche chimiche. Gli esiti, però, sono tutt’altro che rassicuranti: alcuni valori rientrano nei limiti, altri superano le concentrazioni soglia di contaminazione. Tradotto: l’area non è pulita.
Segue la determina n. 645, firmata lo stesso giorno: via alla fase 2 delle indagini, altri 30.670 euro per ulteriori campionamenti e per un vero piano di caratterizzazione. Tradotto ancora: ci sono voluti oltre diciotto mesi per arrivare alle prime vere spese sulle analisi, mentre l’amianto restava lì.

La domanda resta sospesa: quanto amianto c’è davvero? La risposta sembra essere arrivata. E ce n’è troppo. Non solo superficiale, come si ipotizzava all’inizio, ma probabilmente frantumato nel tempo e durante gli scavi, disperso anche in profondità.

Intanto la scadenza del PNRR incombe: 2026. I fondi vanno spesi o restituiti. Una corsa contro il tempo che stride con la lentezza mostrata finora.

I residenti di San Grato si sentono traditi. Coinvolti, illusi, lasciati soli. Guardano reti abbattute, frammenti di eternit, macerie ed erba alta. “Non possiamo continuare a vivere così. Qui si respira l’aria di un disastro annunciato”, denunciano.

E adesso che si fa? Si resta immobili. Prima c’erano gli orti. Oggi non c’è niente. C’è un progetto di bonifica, un progetto di orto urbano, un progetto del progetto. Ma sul terreno c’è solo erba. Tanta erba. Un’erba così alta da nascondere tutto: l’amianto, i rifiuti, le responsabilità.

Non era un progetto agricolo, dicevano. Era un investimento sociale. E infatti il risultato è sociale: un quartiere che osserva un cantiere fermo, un’area recintata, un problema lasciato lì a marcire.
Quegli orti esistevano da oltre cinquant’anni. Per decenni considerati occupazioni abusive, poi improvvisamente riscoperti.
Dell’amianto si sapeva. Delle lastre si sapeva. Si sapeva tutto. Si pensava di risolvere. Invece l’amianto è ancora lì. Puntuale. Coerente. Inamovibile.

Oggi, a Canton Vesco, cresce solo l’erba sopra l’amianto. Un luogo dove la rigenerazione urbana si è fermata al titolo del progetto, dove il futuro è stato rimandato a data da destinarsi e il presente è stato lasciato marcire.
Un capolavoro dell’Amministrazione comunale. Complimenti davvero.

C'era una volta Comotto...

C’erano una volta Francesco Comotto all’Opposizione ed Elisabetta Piccoli in Giunta. E c’era, soprattutto, un Comotto barricadero: inflessibile, severo, pronto a smontare pezzo per pezzo ogni scelta dell’Amministrazione di cui Piccoli era vicesindaca. Ne diceva di tutti i colori. Sui metodi, sui progetti, sui tempi, sulle procedure. Un fuoco di fila continuo. Dai banchi dell’Opposizione, Comotto era un fustigatore instancabile, uno che non faceva sconti a nessuno.

Poi qualcosa è cambiato. Comotto si è seduto in Giunta, con il centrosinistra. E, quasi per magia, il rivoluzionario ha scoperto la continuità amministrativa. Anzi: non solo continuità, ma una fedeltà assoluta a quei progetti che prima criticava e che oggi porta avanti senza troppi scossoni. Progetti che, dettaglio tutt’altro che secondario, non sono suoi.

Già, perché la gran parte dei cantieri, delle opere e delle “bandierine” del PNRR che oggi scorrono sotto la regia dell’attuale Amministrazione nascono tutti prima. Nascono con la Giunta precedente, quella di cui Elisabetta Piccoliera vicesindaca. Ed è qui che la storia si fa interessante. Quasi teatrale.

Quella Amministrazione aveva infatti richiesto, ottenuto e avviato una mole impressionante di finanziamenti, circa 23 milioni di euro, mettendo in pista una serie di progetti in grado – almeno sulla carta – di cambiare in modo significativo il volto della città. Parliamo di dieci progetti PNRR, tra cui sei interventi di rigenerazione urbana: Bastioni del Castello, Orti di San Grato, eliminazione delle barriere architettoniche, interventi sul lago San Michele e al Parco Polveriera, case di aggregazione nei quartieri Bellavista e San Giovanni, risparmio energetico negli edifici di edilizia residenziale pubblica.

E poi ancora: Asilo Nido, Palazzo Giusiana con la Sala Cupola e i giardini, interventi sugli immobili ATC di via Marsala e via Ospedale, efficientamento energetico degli istituti scolastici, riapertura e riqualificazione dell’area interna del Castello, illuminazione compresa, lavori negli uffici di via Cardina Fietta, manutenzione straordinaria del Viadotto XXV Aprile, Comunità energetica Don Milani, fino alla pista di atletica di San Giovanni. Un elenco lungo, pesante, difficile da ignorare.

Ed è qui che entra in scena il paradosso. Perché, data la mole dei progetti e la delicatezza del passaggio amministrativo, sia l’ex assessore Michele Cafarelli sia l’ex vicesindaca Piccoli si erano resi disponibili a garantire collaborazione e supporto per un vero passaggio di consegne. Un affiancamento. Un minimo di continuità istituzionale. Nulla di clamoroso. Nulla di anomalo.
Peccato che quel passaggio di consegne non sia mai avvenuto.

All’epoca, l’ex Comotto aveva liquidato la questione con un atteggiamento da "sbruffone": poche parole, nessun accento, un “facciamo noi” non detto ma chiarissimo. Fine del dialogo.

Le porte si chiudono. Il confronto si interrompe. E quando qualcuno inizia a preoccuparsi seriamente per quella mancanza di dialogo, arriva persino una mozione, datata 21 giugno 2023, che chiede la convocazione della Commissione Assetto del Territorio. Un luogo istituzionale, si diceva, per confrontarsi sui progetti, capire, correggere, eventualmente migliorare. La mozione viene bocciata dalla maggioranza.

La Commissione arriverà sì, ma molto più tardi. Troppo tardi. A giochi fatti. Con i progetti già esecutivi e approvati, come nel caso emblematico degli orti urbani di San Grato, il cui progetto viene licenziato con deliberazione n. 254 del 13 luglio 2023 dall’attuale Giunta. A quel punto non si discute più: si prende atto. E si va avanti.

Ed eccoci al presente. Piccoli, oggi all’Opposizione, che denuncia errori, ritardi, mancanze, progetti gestiti male. Comotto, oggi in Giunta, che rassicura, minimizza, ripete che “si sta lavorando”. I ruoli si sono invertiti. Le frasi pure. Ma i progetti sono rimasti gli stessi. E gli orti urbani sono fermi.

Incapacità? È questo che Piccoli lascia emergere, restituendo parola per parola quegli anni in cui era Comotto a dare dell’incapace a lei e a Cafarelli. Le accuse tornano indietro con gli interessi.

La resa dei conti, ora, non è solo politica. È una questione di coerenza, di memoria e di responsabilità. E, come spesso accade, non saranno le dichiarazioni a decidere chi ha ragione, ma i cantieri fermi e quelli che – nonostante tutto – vanno avanti.

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