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28 Gennaio 2026 - 01:59
Carabinieri inginocchiati con le armi spianate in Cisgiordania: l’Idf corregge il tiro, “fu un nostro soldato, non un colono”
All’inizio pareva l’ennesimo episodio di violenza da parte dei coloni. Ma nella luce cruda di un lunedì d’inverno, su una strada sterrata nei pressi di Ramallah, la scena cambia attore: a puntare il fucile contro due carabinieri italiani in borghese — facendoli uscire dall’auto diplomatica, perquisendoli e, secondo le fonti italiane, obbligandoli a inginocchiarsi — non sarebbe stato un civile, bensì un militare israeliano. A dirlo, ventiquattr’ore dopo, sono le stesse forze armate di Israele. Per Roma, resta un fatto «inaccettabile»; per l’Idf, un episodio in cui il soldato avrebbe «seguito le procedure» per un veicolo sospetto, salvo poi riconoscere i documenti e lasciarli andare. Sul tavolo diplomatico, intanto, si accumulano proteste, richieste di chiarimenti e promesse di indagini.
Secondo la ricostruzione convergente di più fonti, l’episodio risale a domenica 25 gennaio 2026 e si colloca in un’area della Cisgiordania non lontano da Ramallah, con riferimenti alla comunità di Sde Ephraim e alla cosiddetta Area C, sotto controllo israeliano. I due carabinieri — in servizio presso il Consolato generale d’Italia a Gerusalemme — stavano svolgendo una ricognizione per preparare una futura missione di ambasciatori dell’Unione europea in un villaggio dell’Autorità Nazionale Palestinese. Viaggiavano, stando a fonti italiane, su un veicolo blindato con targa diplomatica e riportavano con sé passaporti e tesserini diplomatici.
Nella versione italiana, un uomo in abiti civili armato — ritenuto inizialmente un colono — avrebbe bloccato l’auto, puntato il fucile e costretto i militari a inginocchiarsi, interrogandoli sul posto. Dopo contatti telefonici con un terzo interlocutore non identificato, ai carabinieri fu intimato di allontanarsi per presunta presenza in «zona militare». Un riscontro con il Cogat (il comando militare israeliano con competenza sui Territori) avrebbe però escluso che il punto fosse effettivamente classificato come area militare in quel momento. I due militari sono rientrati incolumi al consolato, riferendo quanto accaduto all’Ambasciata d’Italia in Israele e alla catena di comando dell’Arma dei Carabinieri.
Fermo Carabinieri in Cisgiordania, Israele rettifica: "Era un soldato" https://t.co/EKSennt2ES
— euronews Italiano (@euronewsit) January 27, 2026
Il giorno successivo, la svolta. L’Idf comunica ai media italiani che a fermare i carabinieri non è stato un colono, ma un proprio soldato. Lo scenario delineato è diverso: il veicolo sarebbe stato intercettato perché procedeva su una strada chiusa al traffico civile e designata come zona militare chiusa; al momento del contatto, la targa diplomatica non sarebbe risultata immediatamente identificabile; il militare si sarebbe avvicinato con l’arma puntata — senza sparare — ordinando ai passeggeri di scendere e di identificarsi; avvenuto l’accertamento, li avrebbe «immediatamente rilasciati», segnalando l’accaduto ai superiori. L’Idf aggiunge di aver avviato un confronto con il soldato («incontro di chiarimento») e di voler «rafforzare» le procedure per tutti i militari operanti in Giudea e Samaria (Cisgiordania).
Nella stessa cornice, le forze armate israeliane ribadiscono che un’«indagine preliminare» indica un’azione in linea con i protocolli per i veicoli sospetti, ma non pienamente conforme alle procedure specifiche applicabili ai veicoli diplomatici — circostanza attribuita al mancato riconoscimento immediato della targa. La strada menzionata conduce alla comunità di Sde Ephraim, e il tragitto sarebbe stato interdetto ai civili «in base alla valutazione della situazione operativa».
A Roma, la risposta istituzionale è stata rapida e severa. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, per una nota verbale di protesta «al massimo livello». La posizione italiana, condivisa anche da esponenti dell’opposizione, sottolinea la gravità dell’accaduto, l’esigenza di tutela del personale in missione e la richiesta di chiarimenti puntuali su catena di comando, regole d’ingaggio e riconoscibilità dei mezzi diplomatici. Lo stesso Tajani ha riferito di avere ricevuto un messaggio dal ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar con l’impegno a «fare piena luce» sull’episodio. Nel frattempo, fonti italiane hanno ribadito la preoccupazione per l’aumento della violenza dei coloni in Cisgiordania.
Anche Palazzo Chigi ha fatto trapelare irritazione: la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’episodio «inaccettabile». La linea della Farnesina resta ferma: i due militari erano impegnati in «attività istituzionali» e l’Italia si aspetta accertamenti rapidi e misure idonee a prevenire il ripetersi di incidenti con personale titolare di status diplomatico.
L’incidente scoppia in un contesto già teso. In Cisgiordania, la presenza di circa 500.000 coloni israeliani — considerata dalla gran parte della comunità internazionale contraria al diritto internazionale — è spesso terreno di frizione con le autorità palestinesi e con le missioni straniere. L’Italia, in più occasioni recenti, ha espresso preoccupazione per l’andamento della violenza dei coloni, mentre continua a intrattenere stretti rapporti con Israele su sicurezza, economia e dossier regionali. La convocazione dell’ambasciatore e la richiesta di indagine non segnano una rottura, ma rappresentano un chiaro messaggio politico: episodi che coinvolgono personale con status diplomatico sono una linea rossa.
Nel frattempo, da Gerusalemme è arrivato un segnale distensivo: il diplomatico israeliano Jonathan Peled — convocato alla Farnesina — ha espresso rammarico e assicurato “indagini appropriate”. L’Idf ha fatto sapere che il militare è stato convocato per un debriefing e che saranno «chiarite» le procedure ai reparti in Cisgiordania. Sono elementi di gestione della crisi, ma non ancora risposte definitive.
L’Idf rivendica l’aderenza del soldato alle regole per la gestione di un veicolo sospetto su strada interdetta: approccio con arma pronta, ordine di scendere, richiesta di identificazione, rilascio in caso di riscontro. È la grammatica dei controlli in un’area ad alta frizione, dove gli attacchi — anche simulati — avvengono talvolta con auto non contrassegnate. Ma quando entrano in gioco targhe e documenti diplomatici, scattano protocolli ulteriori: segnalazione immediata ai comandi, massima cautela e coordinamento con le autorità civili. Lo stesso comunicato militare, ammettendo la necessità di «rafforzare» le procedure sulla gestione dei veicoli diplomatici, lascia intendere un margine di miglioramento operativo.
Dal lato italiano, la domanda è semplice e dirimente: com’è possibile che due militari con status diplomatico, in missione ufficiale e su veicolo registrato, finiscano sotto la canna di un fucile e — secondo la loro versione — in ginocchio contro un muro? Se la targa era poco visibile, si poteva procedere con modalità meno coercitive? E chi ha autorizzato o disposto la chiusura del tratto di strada contestato, in quale fascia oraria, con quale comunicazione preventiva ai canali diplomatici? Sono interrogativi che solo un’inchiesta completa, con riscontri geolocalizzati e temporali, può chiarire.
Il sopralluogo dei carabinieri era legato alla preparazione di una visita di ambasciatori dell’UE in un villaggio dell’ANP. È un dettaglio strategico: il buon esito di queste missioni richiede prevedibilità sul terreno, canali di coordinamento affidabili e procedure trasparenti tra forze di sicurezza e attori diplomatici. Un incidente del genere può indurre le delegazioni a rinviare, ridurre oppure blindare al massimo i movimenti, con ricadute sulla capacità di monitoraggio e sul dialogo politico. Anche per Israele, che ha interesse a evitare incidenti diplomatici con partner chiave, c’è un tema di credibilità nelle garanzie di sicurezza offerte agli ospiti e alle strutture consolari.
La prima narrazione parlava di un colono armato; la seconda, ufficiale, di un soldato. Non è solo semantica. Attribuire la responsabilità a un civile rimanda al fenomeno — in crescita — dei vigilantes e delle milizie informali nei Territori, spesso accusati di intimidazioni e violenze ai danni dei palestinesi e, a volte, di attivisti e operatori stranieri. Riconoscere che l’autore fosse un militare sposta invece la questione dentro la sfera della catena di comando: regole, addestramento, supervisione. In entrambi i casi, la tutela del personale con immunità diplomatica appare essere stata compromessa.
Sul piano operativo, l’Idf ha annunciato un debriefing con il soldato e un rafforzamento delle procedure per i reparti in Cisgiordania. Sul piano politico-diplomatico, l’Italia ha formalizzato la protesta con la convocazione dell’ambasciatore Peled e attende riscontri dall’esercito israeliano, dalla polizia e dallo Shin Bet, cui è stata inoltrata la nota verbale. Il ministro Tajani ha fatto sapere di aver ricevuto assicurazioni dal collega Sa’ar sull’impegno a chiarire «la verità dei fatti». La tempistica dei riscontri — e la loro trasparenza — diranno molto sulla volontà di entrambe le parti di evitare che un incidente tattico scali a incidente strategico.
Al netto della polemica, il caso interroga alcune verità scomode della sicurezza contemporanea:
Non è un dibattito astratto: la Cisgiordania è un mosaico di competenze e controlli dove piccoli errori di segnalazione possono tradursi in grandi incidenti. E l’episodio dei carabinieri arriva in una fase in cui l’Europa discute come tenere insieme pressione politica contro gli abusi dei coloni e cooperazione con lo Stato d’Israele su sicurezza e tecnologia. L’asticella della responsabilità, per tutti, si fa più alta.
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