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28 Gennaio 2026 - 08:02
La Spagna regolarizza mezzo milione di immigrati
Un biglietto degli autobus piegato in due, una ricevuta di una piccola rimesa verso Quito, un certificato medico di una visita al centro salute del quartiere. Sono oggetti comuni, spesso dimenticati sul fondo di un cassetto. In Spagna, da oggi, possono diventare la chiave per passare dall’ombra alla piena cittadinanza sociale: prova concreta di una residenza continuativa di almeno cinque mesi prima del 31 dicembre 2025, il passaporto verso un permesso che vale un lavoro, la possibilità di affittare legalmente una casa, l’accesso all’assistenza sanitaria, il diritto di non vivere più nella paura. È l’effetto del nuovo decreto reale approvato dal governo guidato da Pedro Sánchez, un provvedimento che potrebbe regolarizzare circa 500.000 persone già presenti sul territorio. La ministra dell’Inclusione, Sicurezza sociale e Migrazioni, Elma Saiz, lo ha definito “un giorno storico”.
Il provvedimento si rivolge a chi era in Spagna prima del 31/12/2025 e può dimostrare una permanenza continuativa di almeno cinque mesi; è richiesto l’assenza di precedenti penali o di minacce all’ordine pubblico. Rientrano fra i beneficiari anche i richiedenti asilo che abbiano presentato domanda entro la medesima data. La finestra per presentare le istanze è attesa “dall’inizio di aprile” e resterà aperta fino al 30 giugno 2026. L’ammissione a trattazione dovrà arrivare entro 15 giorni: da quel momento, i richiedenti potranno lavorare in qualsiasi settore su tutto il territorio nazionale. Il termine massimo di definizione dei procedimenti è fissato in tre mesi.

La prova della residenza potrà essere fornita attraverso un ventaglio ampio di documenti: iscrizione anagrafica comunale (padrón), referti o appuntamenti medici, attestazioni di servizi sociali, contratti di affitto, utenze, ricevute di rimesse o persino titoli di viaggio. La scelta non è casuale: punta a superare la barriera dell’accesso al solo padrón, spesso complicato per chi vive in situazioni abitative precarie.
Elemento chiave di garanzia: dalla presentazione della domanda saranno sospesi i procedimenti di rimpatrio e le ordinanze di espulsione per motivi amministrativi o per lavoro senza permesso, che gravino sul richiedente. In caso di ammissione a trattazione, è previsto un titolo provvisorio di soggiorno e lavoro; con esito favorevole, si ottiene una autorizzazione di un anno, alla cui scadenza si potrà transitare verso un permesso ordinario previsto dal Regolamento sull’Immigrazione. Per i figli minori che già risiedono in Spagna è contemplato un permesso quinquennale, per tutelare l’unità familiare.
La regolarizzazione straordinaria arriva in un contesto politico e sociale segnato da una forte mobilitazione dal basso: l’Iniziativa Legislativa Popolare (ILP) “RegularizaciónYa”, sostenuta da oltre 700.000 firme e da centinaia di organizzazioni civiche e religiose, aveva già ottenuto un primo via libera parlamentare nell’aprile 2024, per poi incagliarsi. Con il decreto reale, il governo ha scelto una via regolamentare per dare risposta “immediata e garantista” a una realtà sociale già esistente. Anche la Conferenza Episcopale Spagnola, insieme a Cáritas e ad altre reti ecclesiali, ha salutato la decisione come un atto di giustizia sociale.
Sul piano economico, l’esecutivo rivendica una strategia in controtendenza rispetto al clima europeo: integrare chi c’è già significa far emergere lavoro sommerso, ampliare la base contributiva e ridurre la vulnerabilità che alimenta sfruttamento e dumping salariale. La Spagna, negli ultimi anni, ha registrato crescita superiore alla media dell’area euro e un contributo decisivo dell’immigrazione all’aumento della popolazione attiva, in particolare in settori con carenze di manodopera come agricoltura, cura alla persona, ospitalità, costruzioni e persino cybersecurity.
Non è la prima volta. Il Paese ha sperimentato diverse regolarizzazioni dagli anni Duemila in poi, tra cui quella del 2005, spesso citata come prova che tali misure non innescano automaticamente un “effetto chiamata”, ma riconoscono e ordinano presenze già consolidate. Le analogie di impianto – requisiti temporali e ancoraggio a rapporti lavorativi – sono rivendicate da parte del governo e degli attori sociali come testimonianza di continuità amministrativa e utilità pubblica.
Il ricorso al decreto reale evita il passaggio parlamentare, complicato per la fragilità della maggioranza e per la polarizzazione del tema migratorio. La misura è frutto di un’intesa fra il Partito Socialista e Podemos e s’inserisce in un braccio di ferro più ampio con l’opposizione. Partido Popular e Vox hanno attaccato l’esecutivo accusandolo di incentivare l’irregolarità e di usare la regolarizzazione come bandiera politica. Dal canto suo, Sánchez e la ministra Saiz hanno ribadito che si tratta di un intervento di realtà: dare regole chiare a chi vive, lavora, consuma e cresce figli in Spagna, nell’interesse della coesione sociale.
La Moncloa ha incluso la misura nel pacchetto di decisioni del Consiglio dei ministri del 27 gennaio 2026, indicandone finalità e perimetro: aprire canali regolari, garantire diritti e doveri, sostenere un modello di migrazione “basato su diritti umani, integrazione e convivenza”, compatibile con crescita e cohesión social. I dettagli operativi sono stati resi pubblici dal Ministero dell’Inclusione, Sicurezza sociale e Migrazioni, che fissa la tabella di marcia: avvio delle domande a aprile, chiusura al 30 giugno 2026.
La logica è esplicita: aprire la porta a prove flessibili, coerenti con la realtà di chi non ha sempre potuto iscriversi all’anagrafe o intestarsi un contratto. La pluralità delle fonti riduce il rischio di esclusione per motivi meramente documentali e incentiva l’emersione.
Uno dei passaggi più rilevanti è la facoltà di lavorare “dal giorno in cui la domanda viene ammessa a trattazione”, senza attendere l’esito finale. È una svolta che interrompe il circolo vizioso dell’irregolarità: niente più ricorso al nero per necessità, ma la possibilità di contribuire alla Sicurezza sociale, versare imposte, costruire una storia contributiva utile anche ai datori di lavoro, che guadagnano in certezza giuridica e trasparenza. Il titolo iniziale dura dodici mesi e consente, alla scadenza, il passaggio alle figure ordinarie di soggiorno.
La misura non si ferma all’individuo. Per i minori già presenti in Spagna è previsto un permesso di soggiorno di cinque anni. È il riconoscimento che l’integrazione è un fatto prima di tutto familiare, che richiede continuità scolastica, stabilità abitativa, accesso alla sanità e alla protezione sociale. Un punto che recepisce le richieste delle organizzazioni della società civile e delle realtà ecclesiali, molto attive sul terreno dell’accompagnamento.
Le stime disponibili indicano una platea potenziale tra 500.000 e oltre 800.000 persone in posizione amministrativa irregolare, concentrate nelle grandi aree urbane – Madrid, Barcellona, Valencia – e nelle regioni a forte vocazione agricola e turistica. La cifra, prudenziale, riflette la difficoltà strutturale di “contare” chi non compare nei registri ufficiali. In questo senso, la regolarizzazione è anche un’operazione di conoscenza: porta alla luce bisogni e competenze, e consente di programmare servizi pubblici e politiche del lavoro con più accuratezza.
Contro la sanatoria, l’opposizione ha evocato il rischio di un “effetto calamita”. Ma l’esperienza storica spagnola – in primis il ciclo 2000–2005 – mostra che le regolarizzazioni con requisiti stringenti e riferite a persone già presenti non “creano” nuova immigrazione, bensì fotografano una realtà preesistente. D’altra parte, la finestra temporale chiusa al 31/12/2025 e il requisito dei cinque mesi mirano proprio a escludere chi è arrivato dopo e a disincentivare partenze opportunistiche. Le stesse organizzazioni pro‑diritti ricordano che l’irregolarità è terreno fertile per sfruttamento e caporalato, ed è quindi un costo sociale oltre che umano.
Il ragionamento demografico è semplice: la Spagna invecchia e ha bassa natalità. La crescita degli ultimi anni – con performance tra le migliori nell’UE – è stata sostenuta anche dall’immigrazione, che ha ampliato la forza lavoro e i consumi. In diversi comparti, le imprese segnalano vacancies difficili da coprire. Regolarizzare significa stabilizzare manodopera che già c’è, ridurre i vuoti in filiere strategiche e assicurare entrate contributive decisive per la sostenibilità del sistema.
La digitalizzazione delle procedure e la standardizzazione delle prove richieste saranno determinanti per evitare colli di bottiglia. Il Ministero dell’Inclusione prevede un flusso di richieste concentrato fra aprile e giugno; nei primi 15 giorni è attesa la maggior parte delle domande, per poi stabilizzarsi.
Sebbene il decreto sia di competenza statale, molto si giocherà a livello di comuni e regioni: uffici anagrafici, servizi sociali, centri per l’impiego e sanità territoriale saranno chiamati a gestire un’ondata di pratiche e a orientare le persone verso contratti regolari, formazione e alloggio. Qui l’alleanza con il terzo settore – dalle reti del lavoro domestico alle cooperative agricole, fino alle associazioni di quartiere – potrà fare la differenza nel trasformare un atto amministrativo in inclusione effettiva. L’appoggio pubblico di realtà come la Chiesa cattolica è un segnale politico e sociale importante: rafforza la legittimazione della misura e ne condivide la responsabilità.
La decisione di Madrid stride con la tendenza restrittiva prevalente in varie capitali europee. Alcuni osservatori – e l’opposizione spagnola – parlano di azzardo e messaggio sbagliato in un contesto di frontiere tese e flussi irregolari via Atlantico e Mediterraneo. Il governo ribatte con due argomenti: 1) non si allargano le maglie dell’ingresso, ma si regolarizza chi c’è già; 2) la legalità è più forte della clandestinità, perché riduce la criminalità legata allo sfruttamento e amplia il gettito. Il confronto, acceso, riflette un bivio europeo: reagire al cambiamento demografico alzando barriere o costruendo ponti legali.
Nei prossimi giorni il governo dovrà completare i passaggi tecnici del decreto e predisporre piattaforme e sportelli. Entro aprile è atteso il via alle domande. Il successo della misura dipenderà da quattro variabili:
Per ogni statistica c’è una biografia: il cameriere che non poteva firmare un contratto stabile, la badante che dormiva accanto all’anziana che assisteva senza poterla accompagnare in ospedale come familiare, il muratore con le mani rovinate dal cemento e nessuna copertura INAIL. La regolarizzazione non promette miracoli, ma toglie il tappo a vite sospese. Rende possibile presentarsi a un colloquio, aprire un conto corrente, affittare una stanza senza pagare sovrapprezzi in nero. Restano i nodi – casa, trasporti, salari – che richiedono politiche di lungo periodo. Ma un documento è il primo mattone su cui costruire una cittadinanza sostanziale.
Se la Spagna riuscirà nell’attuazione, offrirà all’UE un modello pragmatico: riconoscere il lavoro reale di chi esiste già nello spazio urbano, rurale e produttivo del continente; proteggere i diritti senza alimentare zone d’ombra; far funzionare il diritto come argine contro il mercato dell’illegalità. Non è un azzardo ideologico: è amministrazione, è contabilità sociale. In gioco c’è la credibilità di un Paese che, nel mezzo di un ciclo economico favorevole, decide di scommettere su regole, lavoro e dignità.
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