La Sala Rossa si alza in piedi, il silenzio è quello delle grandi occasioni. Ma il tono, nel Giorno della Memoria, è grave. A Torino, a rompere il cerimoniale è la voce di Anna Segre, vicepresidente della Comunità ebraica torinese, che davanti al Consiglio comunale parla senza attenuanti di un antisemitismo in preoccupante aumento, percepibile anche in una città che pure si distingue per iniziative di dialogo interculturale e interreligioso. Le sue parole non descrivono un episodio isolato, ma un clima diffuso, che filtra dai social alla vita quotidiana e arriva a colpire scuole e università, dove alcuni studenti e insegnanti ebrei preferiscono tenere nascosta la propria identità.
Negli ultimi due anni, spiega Segre, l’ostilità verso gli ebrei è cresciuta in modo evidente. Non è soltanto una questione di numeri, ma di qualità del fenomeno: riguarda i più giovani e incide sul senso di appartenenza. “A me un insulto può anche scivolare addosso, ma per un ragazzino di quindici o sedici anni è molto più complicato”, osserva. È il segnale di una normalizzazione del linguaggio d’odio che esce dalle nicchie e diventa prassi, investendo gli spazi della formazione e della socialità.
Gli episodi richiamati non mancano e hanno un peso simbolico. Il più doloroso, racconta Segre, risale al corteo del 24 aprile per la Liberazione. Al passaggio del gonfalone della Comunità ebraica torinese, con la stella di David accanto alla Mole Antonelliana, sono piovute ingiurie. “È doppiamente doloroso essere insultati in quel contesto”, dice, perché lì la memoria dovrebbe essere condivisa. Un corto circuito che coinvolge anche il mondo universitario, dove di recente due dibattiti sono stati apertamente contestati e giovani ebrei italiani sono stati presi di mira con sputi e offese. “C’è un clima di ostilità, un attacco agli ebrei in quanto tali”, afferma, spiegando che la Comunità sta moltiplicando gli incontri con studenti delle università e delle scuole superiori. La linea è chiara: il dialogo è l’unica risposta, perché “in nessun modo gli ebrei devono chiudersi in loro stessi”.
Al centro delle tensioni c’è inevitabilmente la guerra nella Striscia di Gaza. Per Segre è legittimo, anzi necessario discuterne, ma senza confondere piani storici e morali. “Non bisogna fare confusione con quanto è successo negli anni del nazifascismo”, avverte. Qui si apre la faglia più insidiosa: la memoria come terreno di scontro. “Strumentalizzare in un senso porta alla strumentalizzazione nell’altro”, fino a trasformare persino il Giorno della Memoria in un’arena, o a generare la percezione che le violenze contro gli ebrei vengano minimizzate o taciute. La distinzione resta netta: l’orrore per ciò che accade a Gaza è “comprensibile e condiviso”, ma troppo spesso viene confuso con l’esistenza stessa dello Stato di Israele. “Una cosa è discutere della guerra, un’altra è mettere in discussione l’esistenza di Israele”, osserva, indicando il rischio che il conflitto diventi pretesto per far riemergere un antisemitismo rimasto a lungo sopito.
Nel suo intervento pesa anche il riferimento al 7 ottobre 2023. “Per noi è stato uno choc”, dice ricordando l’attacco di Hamas e il dolore di sentire quelle violenze definite o persino esaltate come “resistenza”. Allo stesso tempo, a titolo personale, non elude un giudizio sulla risposta israeliana: “Probabilmente ci sono stati degli errori da parte di Israele. Quello che sta succedendo alla popolazione di Gaza è assolutamente terrificante e gravissimo.” Ma resta fermo un punto: legare Gaza al Giorno della Memoria è un errore. La Shoah va custodita come fondamento civile, senza piegarla al presente; il presente va discusso con rigore, senza confondere popoli, governi e identità.
C’è un paradosso che interroga Torino. È una città “ricchissima di iniziative” per il dialogo, eppure l’aria si fa più pesante. Il messaggio che emerge è un invito alla responsabilità collettiva: rafforzare gli anticorpi civili nelle scuole e nelle università, negli spazi pubblici e nelle piattaforme digitali dove l’odio si amplifica; difendere il perimetro della discussione libera, isolare l’insulto, dare voce a chi oggi abbassa il tono o nasconde la propria identità. L’allarme lanciato in Sala Rossa non è un punto d’arrivo, ma una richiesta di attenzione. Perché la memoria resti un bene comune, perché il dissenso non scivoli nell’odio, perché i simboli – una stella di David accanto alla Mole – restino parte di un patrimonio condiviso e non tornino bersaglio.
AGGIORNAMENTO:
Nelle scorse ore, ignoti hanno imbrattato con simboli nazisti i manifesti dedicati al 27 gennaio, giornata del ricordo della Shoah, affissi in via Cigna e corso Vigevano, nella periferia della città. Sull'episodio indaga la Digos della Questura del capoluogo piemontese.