Una mattina di silenzio, di passi lenti e sguardi bassi, nel Giorno della Memoria, quando il tempo pubblico sembra sospendersi per lasciare spazio a una domanda che non smette di tornare: cosa significa ricordare, oggi. A Torino, il primo luogo scelto è stato il Cimitero Monumentale, spazio che più di altri incarna il rapporto tra la città e la sua storia, tra il dolore inciso nella pietra e la responsabilità di chi resta. Qui istituzioni e cittadinanza si sono ritrovate per una cerimonia sobria, priva di enfasi, ma carica di senso: dare un nome alle vittime, restituire un volto a chi fu deportato, perseguitato e ucciso dal nazifascismo, ribadendo che l’oblio non è un’opzione civile.
La commemorazione è stata aperta da un momento di preghiera guidato dal cappellano del cimitero, che ha letto un passo del Vangelo di Giovanni. Un gesto essenziale, che ha intrecciato la dimensione religiosa con quella civile, senza sovrapporle: la parola come custodia della memoria, la memoria come misura della responsabilità collettiva. In quel silenzio condiviso, la riflessione non ha riguardato solo il passato, ma il modo in cui quel passato continua a interrogare il presente.
Il corteo si è poi fermato davanti a tre lapidi, tre segni distinti ma complementari di una stessa tragedia. La prima, dedicata ai militari italiani morti nei lager nazisti, richiama la sorte di chi pagò con la vita la fedeltà a un giuramento e il rifiuto di piegarsi alla violenza. La seconda, in memoria di tutte le vittime dei campi di concentramento, restituisce la dimensione dell’annientamento sistematico, di persone ridotte a numeri, private di nome e dignità. La terza è il memoriale degli ebrei torinesi deportati e uccisi tra il settembre 1943 e il maggio 1945, gli anni in cui l’occupazione tedesca e la Repubblica Sociale Italiana resero la persecuzione capillare e la deportazione una macchina di morte anche in città.
Accanto ai cittadini erano presenti rappresentanti delle istituzioni, a sottolineare il valore pubblico della memoria. Hanno partecipato l’assessora comunale Chiara Foglietta, l’assessore regionale Andrea Tronzano, la consigliera regionale Gianna Pentenero e Domenico Ravetti, vicepresidente del Consiglio regionale e presidente del Comitato Resistenza e Costituzione. Una presenza che non ha avuto il tono della ritualità, ma quello dell’impegno a custodire luoghi e storie che sono alla base della democrazia e della convivenza civile.
Il significato più esplicito della giornata è stato poi affidato alle parole pronunciate dal sindaco Stefano Lo Russo durante la cerimonia ufficiale in Sala Rossa. Un intervento che ha spostato l’asse dalla commemorazione alla responsabilità politica e civile. «La memoria non è un rituale, è prima di tutto una responsabilità, è ciò che ci obbliga a interrogarci non solo su ciò che è stato, ma su ciò che facciamo oggi qui come comunità», ha detto il primo cittadino, ricordando le vittime della Shoah e tutte le persone perseguitate e uccise dal nazifascismo. Torino, ha sottolineato, è una città che ha scelto di vivere la memoria come esercizio civile, capace di unire e non di dividere, di chiedere profondità invece di semplificazioni.
Nel suo intervento Lo Russo ha posto un principio netto, definito semplice e radicale: «Nessuna sofferenza subita autorizza a infliggerne un’altra, nessuna ferita del passato diventa un credito morale sul futuro». Un passaggio che ha aperto una riflessione più ampia sul presente, sui conflitti che attraversano il mondo e sul rischio di giustificare la violenza attraverso categorie rassicuranti o necessità presunte inevitabili. «La storia ci ha mostrato che la disumanizzazione, qualunque volto assuma, resta disumanizzazione sempre, anche quando viene mascherata da necessità, da sicurezza o da presunta inevitabilità», ha ammonito il sindaco.
Lo Russo ha poi richiamato il tempo che stiamo vivendo, segnato da guerre e tensioni, in cui il dolore rischia di essere gerarchizzato, alcune vittime rese visibili e altre invisibili, alcune vite considerate degne di lutto e altre no. «Viviamo in un tempo in cui la sicurezza viene confusa con la forza e la giustizia con la vendetta», ha detto, ribadendo una distinzione che la memoria impone di non smarrire: «Giustizia e vendetta non sono la stessa cosa. La vendetta genera altra violenza. La giustizia, se è tale, apre uno spazio di pace e richiede responsabilità, misura, riconoscimento dell’altro come essere umano, anche quando è più difficile farlo».
Nel prosieguo del discorso, il sindaco ha insistito sulla fatica del pensiero complesso, sulla necessità di non adeguarsi alla logica del “noi contro loro”, di non ridurre i conflitti a slogan e di non trasformare interi popoli in colpe collettive. Il Giorno della Memoria, ha ricordato, chiede di riconoscere nel presente i meccanismi che la storia ha già insegnato a temere: quando la sofferenza viene relativizzata, quando le vittime diventano numeri, quando il linguaggio si fa più duro, i confini più rigidi e l’empatia viene trattata come una debolezza.
«Ricordare non significa voltarsi indietro, ma avere il coraggio di guardare avanti, scegliendo ogni giorno da che parte stare», ha concluso Lo Russo, invitando a custodire la memoria come strumento critico, e non come rifugio identitario, a non consegnarla a chi la usa per dividere, semplificare o alimentare nuove paure.
Nel silenzio del Cimitero Monumentale, tra le lapidi e le parole pronunciate a bassa voce, la città ha rinnovato un patto che tiene insieme pietà per le vittime e vigilanza civile. Un patto fragile ma necessario, che affida alla memoria non il compito di consolare, ma quello di responsabilizzare, perché la storia non torni a ripetersi come abitudine, distrazione o indifferenza.