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27 Gennaio 2026 - 11:27
Assegno da 24 mila euro. Sui rom di via Moglia Elena Piastra non ne ha fatta una giusta
A Ivrea, nei mesi scorsi, sono arrivate le telecamere di Retequattro, ci sono state aggressioni ai giornalisti, sono partite delle denunce. C’è un campo rom cresciuto con l’accondiscendenza delle passate amministrazioni comunali. C’è una villa abusiva. Oggi è cominciato un percorso di “superamento del campo” con l’aiuto dell’Associazione 21 luglio, specializzata in questo e che sa come si fa. E non sarà un percorso breve, ma neanche lunghissimo. Si farà tutto quello che si dovrà fare, ma non si comincerà con l’abbattimento dei fabbricati.
Ecco, a Settimo Torinese, per ignoranza, per incompetenza, vai a capire che cosa è passato nella testa di chi siede in giunta e lavora negli uffici, si è cominciato invece proprio dall’abbattimento degli “abusi”. Lo dice fiera la sindaca Elena Piastra che è del Pd, lo stesso che governa Ivrea, pensando di dire una cosa furba. E invece no. Non l’ha detta. Neanche questa volta. Ed è l’ennesima. Da qui, per non avere un progetto tra le mani, nasce l’esigenza di pagare l’hotel ai sinti rimasti senza casa, per tutelare i minori. Ed è certo che la sindaca non ce l’ha sennò non si capirebbe il perchè di quell’albergo. Un bell’assegno da 24 mila euro che sono soldi "buttati", in tutti i sensi. Ed è giusto, sacrosanto, incazzarsi sull’assegno e sul modo in cui questa partita è stata gestita.
Il campo di via Moglia, infatti, non è un campo nato ieri. È un pezzo di città che ha preso forma nel disinteresse generale, compreso quello degli amministratori comunali e delle amministrazioni comunali in cui era seduta Elena Piastra, che governa in giunta da più di 16 anni. Sedici lunghissimi anni.
La verità è che per oltre trent’anni l’Italia ha costruito e gestito “campi nomadi” di ogni tipo – baraccopoli, microaree, macroaree, villaggi attrezzati – sentendosi ripetere dagli organismi internazionali sempre la stessa accusa: un sistema che produce segregazione, non inclusione.
Non a caso, nel 2010, l’European Roma Rights Centre ha definito il nostro Paese “la nazione dei campi”. Oggi i numeri raccontano di un cambiamento in corso: a fronte di una popolazione rom e sinta stimata tra le 120 e le 150 mila persone, solo circa 11 mila vivono ancora in insediamenti monoetnici formali o informali. Escludendo Torino, questi insediamenti si trovano in comuni come Ivrea, Torrazza Piemonte e Verolengo. Sono una minoranza, ma è proprio su di loro che si concentrano le forme più estreme di deprivazione abitativa, sanitaria, lavorativa e scolastica.
Tornando a Ivrea, a raccontare che cosa fa l’Associazione 21 luglio è Carlo Stasolla. Originario del Frusinate, poco più che ventenne, decise di lasciare la propria vita “normale” per andare a vivere in un campo rom alla periferia di Roma.
Ci è rimasto 14 anni, condividendo baracche e roulotte, il freddo d’inverno e il caldo soffocante d’estate, la precarietà quotidiana, gli sgomberi annunciati e quelli a sorpresa.
Da quell’esperienza è nato il suo impegno: prima come operatore, poi come studioso delle politiche sui rom, infine come fondatore e presidente di 21 luglio, organizzazione oggi riconosciuta a livello nazionale e internazionale come una voce autorevole sui diritti delle comunità rom e sinte.
Stasolla ha scritto libri e rapporti, tra cui Sulla pelle dei rom, una delle prime analisi sistematiche sulla gestione dei campi nella Capitale, e ha fatto parte di organismi istituzionali come la Commissione Jo Cox contro il razzismo e la xenofobia. Nel 2017 è stato scelto come Fellow di Ashoka, rete mondiale di imprenditori sociali, e nel 2025 il Presidente della Repubblica lo ha nominato Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana per il suo impegno a fianco delle persone in condizioni di segregazione estrema. Una traiettoria che spiega anche la radicalità di certe scelte dell’associazione: 21 luglio non accede a finanziamenti pubblici italiani, per poter criticare senza condizionamenti quel sistema dei “campi” da cui ora molti Comuni stanno cercando di uscire.
Un pezzo essenziale per il superamento di un campo rom si chiama comunicazione. Ed è esattamente quella che la sindaca Elena Piastra non ha fatto: né all’inizio, né mentre buttavano giù le abitazioni, né dopo, né oggi. Un silenzio istituzionale che l’ha portata a comportarsi come una qualsiasi sindaca della Lega, da “so-tutto-io”, senza peraltro convincere nemmeno i leghisti, che sono addirittura scesi in piazza.
Doveva saperlo – lei che sa tutto – che in Italia basta pronunciare le parole “rom” o “sinti” per accendere paure, pregiudizi e slogan di ogni colore politico. L’obiettivo – lo dice chiaramente Stasolla – quando si lavora per il superamento di un campo rom non è “convincere” tutti a prescindere, ma raccontare passo dopo passo cosa si sta facendo, quali vantaggi produce per la collettività, quali diritti restituisce alle famiglie coinvolte.
È anche un modo per ricordare un dato che i numeri certificano con chiarezza: la maggioranza dei rom e dei sinti in Italia è cittadina italiana, vive in case normali, lavora, manda i figli a scuola. Solo una piccola parte vive negli insediamenti monoetnici e, tra questi, la netta maggioranza ha il passaporto italiano. A Settimo, i sinti di via Moglia non sono “ospiti” di passaggio, ma parte del tessuto sociale locale, schiacciati però da decenni dentro un perimetro costruito proprio sul loro essere “sinti”.
L’esperienza dell’Associazione 21 luglio in Piemonte non inizia a Ivrea. L’organizzazione guidata da Carlo Stasolla ha già accompagnato due Comuni piemontesi in percorsi completi di superamento dei campi rom: Collegno e Asti. Sono due storie diverse, ma entrambe rappresentano la prova concreta che uscire dalla logica dei campi è possibile, a patto che ci sia una volontà politica chiara e un lavoro sociale profondo, capace di coinvolgere famiglie, servizi, scuole e l’intera comunità locale.
A Collegno l’intervento ha riguardato un campo storico, uno di quelli che per anni erano stati percepiti come una presenza “immutabile” nella cintura torinese. Lì vivevano circa settanta persone, nuclei familiari radicati da decenni in un’area che, negli anni, aveva finito per cristallizzare proprio ciò che avrebbe dovuto superare: la separazione, la distanza, la stigmatizzazione. Il Comune, insieme all’Associazione 21 luglio, ha avviato un percorso che non ha nulla a che vedere con sgomberi forzati o operazioni di polizia. Si è partiti dall’ascolto, dalla costruzione di un legame di fiducia, dalla mappatura delle storie individuali e dei legami sociali. Il lavoro è durato due anni e si è concluso con la chiusura definitiva dell’insediamento. Le famiglie non sono state disperse né abbandonate: sono state collocate in abitazioni ordinarie, chi tramite l’edilizia residenziale pubblica, chi attraverso soluzioni in affitto sostenuto, chi grazie a percorsi personalizzati di autonomia. Nessuna ruspa, nessuna tensione, nessuno scontro. Collegno è diventato un caso studio a livello nazionale, presentato perfino alla Camera dei Deputati come esempio di come il superamento dei campi possa essere un atto amministrativo complesso ma possibile, capace di generare inclusione invece di conflitto.
Anche ad Asti il lavoro è stato lungo e meticoloso, rivolto alla baraccopoli di via Guerra 36, un insediamento che da anni rappresentava una delle situazioni di maggiore fragilità della città. Il Comune ha adottato il Piano di Azione Locale – significativamente intitolato “Oltre il Campo” – elaborato insieme all’Associazione 21 luglio. Seguendo il modello Ma.REA, prima sono state raccolte le storie e le necessità delle famiglie, poi sono stati coinvolti tutti gli attori del territorio: scuole, servizi sociali, forze dell’ordine, associazioni. Si è costruito un progetto condiviso che prevedeva, anche qui, soluzioni abitative dignitose per ogni nucleo, calibrate sulle reali possibilità dei beneficiari. Nel settembre 2025 l’area è stata dichiarata ufficialmente chiusa: la baraccopoli è stata svuotata senza interventi traumatici e tutte le famiglie sono state accompagnate verso una nuova stabilità abitativa. La stampa locale ha definito la chiusura “la madre di tutte le operazioni di superamento”, proprio per la sua natura pacifica e per il fatto che il Comune, liberandosi dei costi di gestione del campo, poteva reinvestire risorse in politiche sociali più efficaci.
Rom e Sinti appartengono a un’unica grande famiglia linguistica e culturale, quella dei popoli romaní, la cui storia non nasce in Europa ma molto più lontano, nel subcontinente indiano. Le ricerche linguistiche e genetiche convergono: la loro lingua originaria affonda le radici nelle lingue indo-arie e la migrazione verso l’Europa iniziò secoli fa, tra l’alto Medioevo e l’XI secolo. Arrivarono attraverso il Medio Oriente, poi nei Balcani, e da lì si diffusero lentamente in tutta Europa, dividendosi in gruppi diversi, ciascuno con una propria storia, una propria lingua, propri percorsi di insediamento.
La differenza principale tra Rom e Sinti è storica e geografica: i Rom, nella maggior parte dei casi, si sono diffusi soprattutto nell’Europa orientale e meridionale — Balcani, Grecia, Albania, Romania — e da lì in Italia, soprattutto nelle regioni del Centro e del Sud; i Sinti, invece, hanno radici più antiche nell’Europa centro-settentrionale e la loro presenza nel Nord Italia è attestata almeno dal XV secolo. Questo non significa che “i Rom stanno al Sud e i Sinti stanno al Nord” in senso rigido e schematico, ma che le due comunità hanno seguito vie migratorie completamente differenti. In Piemonte, ad esempio, i Sinti piemontesi costituiscono uno dei gruppi più antichi e più radicati d’Italia: vivono qui da secoli, parlano una varietà linguistica — il sinto piemontese — che incorpora strutture e parole del piemontese stesso, segno evidente di un’integrazione sedimentata nel tempo. Non sono un popolo di passaggio, non sono comunità erranti: sono famiglie italiane, con cognomi riconoscibili, generazioni che hanno vissuto nelle stesse città per secoli.
A rendere complicata e dolorosa la loro storia europea e italiana è stata la persecuzione. Durante il nazismo, i popoli romaní furono considerati “asociali”, “antisociali” o “razze inferiori”, perseguitati come gli ebrei e deportati nei campi di sterminio. Il genocidio dei Rom e dei Sinti, conosciuto come Porrajmos o Samudaripen, portò alla morte di centinaia di migliaia di persone in tutta Europa. È un capitolo della storia europea rimasto ai margini per decenni, tanto silenzioso quanto devastante. Anche in Italia i Rom e i Sinti furono perseguitati: con il fascismo subirono schedature, confini, internamenti, deportazioni verso i campi del Reich. Tutto questo non ha prodotto nomadismo; ha prodotto spostamenti forzati, frammentazioni familiari, strategia di sopravvivenza.
Ed è qui che nasce la grande falsità del “nomadismo”. I gruppi romaní non sono mai stati nomadi per cultura. La loro mobilità, quando c’è stata, è sempre stata una risposta alle persecuzioni e alle espulsioni, un meccanismo di protezione e fuga, mai una scelta identitaria. Lo confermano gli storici, gli antropologi, i linguisti: il nomadismo come tratto culturale dei Rom e dei Sinti è una narrazione costruita dall’esterno, soprattutto nel Novecento. In Italia, soprattutto dagli anni Settanta e Ottanta, alcune regioni — tra cui il Piemonte — approvarono leggi che dichiaravano di “tutelare la cultura nomade”, come se il nomadismo fosse l’essenza delle comunità romaní. In realtà quelle leggi servirono per creare campi nomadi, cioè insediamenti monoetnici che separavano Rom e Sinti dal resto della popolazione, collocati ai margini delle città, in deroga agli standard abitativi, lontano dai servizi e dalle opportunità. Il “nomade” diventò così una categoria amministrativa, una giustificazione politica, non un’identità reale.
I Sinti piemontesi sono la prova vivente che quel mito è una costruzione. Eppure, per decenni, proprio loro sono stati confinati in macroaree e microaree con la scusa della loro “cultura nomade”. Una cultura che non esiste, che non è mai esistita, se non negli atti amministrativi e nella propaganda di un Paese che non sapeva — o non voleva — fare i conti con il proprio razzismo istituzionale.
Ironia dei post si Facebook. Ce n'è uno della sindaca in cui spiega l'abbattimento degli "abusi". E' qui che si capisce la sua completa e assoluta ignoranza nella gestione del "superamento di un campo rom....". E' del 21 luglio....
"In queste ultime settimane e fino a ieri si è proceduto, presso il campo nomadi di Via Moglia, con l’abbattimento e lo smaltimento totale di tutte le costruzioni abusive e con l’allontanamento dal luogo di tutte le persone presenti.
Presso il campo abitavano persone non residenti a Settimo, arrivate da altri comuni piemontesi in seguito a sgomberi, e persone residenti a Settimo e proprietarie delle aree, dove vivono da oltre 20 anni. I proprietari dei terreni, e responsabili degli abusi fatti in questi anni, hanno scelto di abbattere loro stessi tutte le strutture presenti, possibilità che dà la legge per sanare gli abusi commessi.
Ringrazio coloro che, non da oggi ma da vent’anni, si occupano del campo nomadi: i servizi sociali dell’Unione NET, la Tenenza dei Carabinieri, la Polizia Locale e i tecnici comunali. Li ringrazio per la loro presenza, per la fatica del reggere gli incontri quando le persone sono arrabbiate e a volte disperate e per ciò che significa farsi carico e provare a costruire nonostante le difficoltà e battute d’arresto, come alle volte accade nei progetti di vita e nelle situazioni complicate. Ognuno di loro sa a cosa mi riferisco e li ringrazio. Ci andrà ancora tempo, perché questo intervento è iniziato molti mesi fa e di certo non si è concluso ieri, ma richiederà ancora lavoro.
Abbiamo proceduto con attenzione alle persone, in particolare rispetto ai minori, ma al tempo stesso con fermezza, perché la legge vale per tutti e la sicurezza esiste solo dove c’è legalità. Chi non rispetta le regole va perseguito e questo è l’unico fondamento per garantire sicurezza in città, la sicurezza di tutti.
Tutto il resto sono chiacchiere e post in maiuscolo grassetto con i punti esclamativi, tanto più facili da scrivere quando non si conosce quasi nulla di quel che si scrive.
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