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Ruspe, slogan e assegni: il campo rom di Settimo Torinese è il fallimento di Elena Piastra

La Lega fa passerella sul conto da 24 mila euro, il PD incassa il disastro: sgomberi senza progetto, famiglie parcheggiate in albergo e integrazione ridotta a propaganda. A pagare sono sempre gli stessi

Ruspe, slogan e assegni: il campo rom di Settimo Torinese è il fallimento di Elena Piastra

Ruspe, slogan e assegni: il campo rom di Settimo Torinese è il fallimento di Elena Piastra

Sopralluogo questa mattina al campo nomadi di Settimo Torinese di un gruppo di leghisti, con l’europarlamentare Isabella Tovaglieri, il consigliere regionale Andrea Cerutti e il consigliere comunale Manolo Maugeri. Al termine della visita è stato organizzato anche un presidio davanti al municipio, durante il quale sono stati esposti i facsimile dell’assegno da 24.376 euro, spesi dal Comune per ospitare una famiglia rom in albergo per sei mesi dopo lo sgombero del campo.

Nel comunicato diffuso dalla Lega si parla di “fallimento delle politiche buoniste del PD” e di “spreco di denaro pubblico”, sottolineando come, nonostante la spesa sostenuta, l’area sgomberata sia stata successivamente rioccupata.

L’eurodeputata Isabella Tovaglieri parla di “manifesta incapacità dell’Amministrazione nel gestire le problematiche dell’integrazione, della sicurezza e del degrado”, mentre Andrea Cerutti sostiene che “l’integrazione dei rom dovrebbe avvenire senza gravare sulle tasche dei cittadini”. Manolo Maugeri, infine, chiede all’Amministrazione di rivedere le proprie priorità, criticando l’utilizzo di fondi pubblici per quella che definisce una gestione inefficace della vicenda.

Fin qui la cronaca politica.

Ora però è necessario fare chiarezza, perché la questione è più complessa di come viene raccontata nei comunicati e rischia di essere strumentalizzata. La spesa per l’ospitalità in hotel della famiglia rom – oltre 24 mila euronon è emersa oggi e non è stata scoperta dalla Lega: è stata denunciata dal nostro giornale, che ha sollevato il caso mettendo in evidenza una gestione quantomeno discutibile delle risorse pubbliche.

E il punto centrale non è prendersela con i rom. Loro sono incolpevoli. Il punto è come l’Amministrazione comunale ha gestito il cosiddetto “superamento” del campo nomadi, che è una precisa direttiva europa.

Di certo non si realizza con lo sgombero secco e con le ruspe, né con l’abbattimento di fabbricati senza avere già pronta un’alternativa abitativa. Si realizza prima, attraverso un percorso strutturato: individuazione di nuove residenze, accompagnamento sociale, inserimento lavorativo, integrazione reale.

A Settimo, invece, il percorso sembra essere stato rovesciato: prima si sgombera, poi si demolisce, e solo dopo ci si pone il problema di dove collocare le persone. Da qui la scelta dell’albergo, una soluzione temporanea, costosa e priva di qualsiasi progetto di lungo periodo. Una toppa, non una politica.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: il problema non è stato risolto, l’area è stata rioccupata e l'amministrazione comunale guidata da Elena Piastra, si ritrova con una spesa importante sulle spalle senza aver costruito alcuna soluzione stabile. Questo non è inclusione. E' gestione del problema proprio come lo avrebbero gestito i leghisti, solo che i leghisti avrebbero lasciato quei rom in strada e non in albergo e sarebbe stato anche peggio. 

Insomma, una gestione emergenziale, che finisce per alimentare tensioni sociali e fornire terreno fertile allo scontro politico.

La verità è che il campo nomadi di Settimo Torinese non è una questione da slogan né da passerelle. È l’ennesima dimostrazione che senza un progetto serio, condiviso e anticipato, parlare di “superamento” resta solo un esercizio di comunicazione. E a pagare, ancora una volta, sono i cittadini e quei poveri rom.

ai microfoni

ai microfoni

ai microfoni

presidio

campo nomadi oggi

Per la cronaca...

Per la cronaca, tutto comincia circa un anno fa, quando l’Amministrazione guidata da Elena Piastra spedisce una comunicazione dal titolo glaciale: “Avvio del procedimento finalizzato all’emissione di una ordinanza di demolizione”.

Una formula burocratica, fredda, impersonale. Dietro quelle parole, però, non ci sono volumi astratti o sagome su una mappa, ma nomi e cognomi, vite reali: Fehima, Silvia e Alex Hadzovi, Antonio Mirabile, Biagio, Emanuela e Salvatore Fiaschè, Matteo Manzo, Sabrina Polidoro, Francesca Acconcia, Fernanda De Agostini, Anna Teresa Guarino, Domenico Maietta, Caterina, Gaspare, Nunzio, Santoro e Franca Gandolfo. Persino il Demanio dello Stato finisce nell’elenco, a certificare quanto quel provvedimento fosse insieme freddo e paradossale.

L’atto, peraltro non esecutivo, indicava due fabbricati a uso abitativo, un deposito, tre moduli prefabbricati e cinque caravan. Fin qui la forma. Ma la sostanza era un’altra.

“Le due case le abbiamo buttate giù noi”, ci raccontano poi i diretti interessati. “Erano di legno, non in muratura. Lo abbiamo fatto per rispettare la legge italiana. Nessuno ci ha aiutato. La sindaca non l’abbiamo vista. I carabinieri sì, ma solo per controllare. Una di quelle case era di mia madre, malata di cuore”.

Quando arriviamo sul posto troviamo una donna di 71 anni, i capelli raccolti, la voce spezzata. Piange. Ha pianto tutta la mattina davanti agli assistenti sociali. Piange per le case buttate giù, piange per una vita che sembra sgretolarsi insieme alle assi di legno.

La domanda è semplice, disarmante: dove andremo adesso?
La risposta che era stata data loro è altrettanto semplice: in albergo per un mese. Un mese che diventa due, poi tre, poi quattro. Una toppa, non una soluzione.

“E poi? Poi che cosa facciamo? Sotto un ponte? Se ci danno una casa ce ne andiamo subito. Ma se non ce la danno, restiamo qui. Fino alla morte”, ci dicono.

In via Moglia non vivono i “sinti piemontesi” dell’immaginario collettivo, ma famiglie originarie del Montenegro, arrivate in Italia quarant’anni fa. Prima il campo di corso Novara a Torino, poi Settimo, dove il capostipite decide di fare una cosa semplice e legale: comprare un terreno.

“Lo abbiamo pagato 37 mila euro nel 2007”, raccontano Silvia e Fehima. “Non siamo entrati abusivamente, è nostro. Mio padre aveva la partita IVA, lavorava. Non abbiamo mai occupato case, non abbiamo mai chiesto nulla. Raccogliamo ferro per rivenderlo. Quelle due casette erano lì da vent’anni. E qui intorno? Guardate: ville, piscine… tutto abusivo. La sindaca ha detto che verrà demolito tutto. Vedremo”.

In via Moglia vivevano Fehima con il figlio, Silvia con nove bambini, un fratello con due figli e una madre anziana. Una comunità piccola, fragile, ma tenace.

“Chiedi un lavoro e non te lo danno. Chiedi una casa e non te la danno. E poi dicono che i rom rubano”, ci spiega Fehima, mentre sullo sfondo l’anziana madre continua a parlare del marito che non c’è più: “Lavorava. Non era un ladro”.

A luglio ci sono ancora delle roulotte. In una di queste, piccola, stretta, dormono ancora tre persone, tra cui la donna di 71 anni. Un lavandino minuscolo, poco più di un catino.

“Si deve lavare qui. Guardate. Vi sembra normale? Non era meglio lasciarci quelle due baracchine?”

Intorno, il silenzio della campagna. Un silenzio che non è pace, ma abbandono.

la delibera

le baracche abbattute

una roulotte

l'anziana

L'anziana madre

Campi nomadi, la grande ipocrisia italiana

C’è chi li chiama rom, chi nomadi, chi zingari. Ma la verità è che molti di loro erano, o meglio erano stati, semplicemente degli emigranti. Uomini e donne in fuga, non da guerre o persecuzioni religiose, ma dalla fame. Inseguivano un sogno, come tanti altri italiani prima di loro. Alcuni fuggivano dalla miseria del socialismo jugoslavo che ormai cadeva a pezzi. Altri cercavano solo un’occasione: un lavoro, una scuola, un futuro migliore per i figli.

Arrivarono negli anni Settanta e Ottanta, con valigie leggere e speranze pesanti. Mentre in Italia impazzava la febbre del mattone e i sindaci si fotografavano orgogliosi davanti ai plastici dei nuovi piani regolatori, loro varcavano il confine confidando in quella leggenda che si chiamava Italia dei miracoli. Ma trovarono un Paese che pianificava barriere più che ponti, che costruiva recinti invece di percorsi.

Fu così che nacque una delle più grandi ipocrisie urbanistiche della nostra storia recente: i cosiddetti “campi nomadi attrezzati”. Le amministrazioni locali li presentarono come un gesto di tutela culturale. Un’attenzione alle “tradizioni”. Tradotto: costruiamo ghetti, ma con il nobile intento di rispettare le usanze. Peccato che vivere tra container arrugginiti, fango e topi non fosse affatto una tradizione. Semmai una condanna.

Eppure si andò avanti. Si battezzarono le baracche con nomi fantasiosi: “aree di sosta”, “aree attrezzate”, “villaggi solidali”. Tutti ossimori che puzzano di ipocrisia e cemento malmesso. Alcuni comuni arrivarono a prevedere nei piani regolatori intere zone dedicate all’“urbanistica etnica”, come se ghettizzare fosse un nobile gesto di pianificazione.

Alla prima ondata economica seguì quella più drammatica degli anni Novanta, quando i Balcani bruciavano sotto le bombe e le famiglie fuggivano dalle guerre. Anche in quel caso, l’Italia si raccontò generosa e accogliente. A patto, però, che quei rifugiati restassero in periferia. Lontano dagli occhi, lontano dai centri storici, lontano da ogni possibilità di integrazione.

Si cresce così, tra recinzioni, pregiudizi e vigilanza armata. Con uno Stato che, a seconda del governo, passava dal buonismo paternalista alla ruspa da comizio. Ma il vero capolavoro, ancora una volta, fu linguistico: si parlava di “campi nomadi”, ma il nomadismo era forzato. Non era libertà di movimento, ma costrizione a rimanere nel recinto. Il massimo della beffa: ghettizzati a vita nel nome della mobilità.

Intanto la politica ha fatto il resto. Campagne elettorali a colpi di “sgomberi” e “emergenze sicurezza”. Perché un campo nomadi fa sempre più scena in prima serata di un vero progetto di edilizia popolare. Fa più rumore una baracca incendiata che un’integrazione riuscita. E costa meno.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I bambini arrivati negli anni Ottanta oggi sono adulti, spesso nati in Italia, italiani di fatto ma non di diritto. Hanno visto passare decenni di governi, prefetti, assessori e commissioni. Tutti bravissimi a fare finta di fare, ma incapaci di immaginare qualcosa che non fosse un recinto. In compenso, l'Italia ha saputo creare quartieri fantasma, focolai di microcriminalità e un abisso sociale e culturale che nessuno ha mai voluto colmare davvero.

E guai a parlare di integrazione. Perché l’integrazione costa. In termini di soldi, di tempo, e soprattutto di consenso elettorale. Meglio dire “tolleranza zero”, “emergenza rom”, “sgomberi immediati”. Meglio un nemico da agitare nei talk show che una soluzione da progettare con le comunità.

Quarant’anni dopo, la lezione è ancora scritta lì, nel fango e nella ruggine: l’Italia non ha saputo accogliere, non ha voluto capire. Ha preferito la scorciatoia del recinto al sentiero dell’inclusione. Ha scelto il pregiudizio al posto della politica.

E allora sì, a quel paese Pd, Lega, Fratelli d’Italia. Tutti, indistintamente. Perché nessuno, davvero nessuno, può dire di avere le mani pulite.

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