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Software “spia” nei pc delle procure, l’Agenzia cyber rassicura: “Controllo remoto disattivato”, ma le polemiche non si fermano

Il chiarimento dopo l’inchiesta di Report non spegne i dubbi su sicurezza e segretezza delle indagini

Software nelle procure sotto accusa, l’Agenzia cyber rompe il silenzio: “Nessun controllo da remoto attivo”

Software nelle procure sotto accusa, l’Agenzia cyber rompe il silenzio: “Nessun controllo da remoto attivo”

La funzione di controllo da remoto del software Ecm installato sui computer delle procure italiane è “disabilitata” e ogni eventuale accesso non autorizzato lascerebbe tracce nei log di sistema, che il ministero della Giustizia ha l’obbligo di conservare per almeno sei mesi. Dopo giorni di polemiche seguite alla messa in onda di un servizio di Report, la precisazione arriva dall’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, chiamata in causa nel dibattito esploso attorno alla sicurezza informatica degli uffici giudiziari.

L’intervento dell’Agenzia arriva nello stesso giorno in cui l’Anm ha chiesto «un chiarimento al ministro Nordio e soprattutto un intervento immediato per garantire la necessaria segretezza di ogni indagine e delle attività di ogni giudice e pubblico ministero, impegnati nella tutela dei diritti di ciascun cittadino». Una richiesta che si inserisce in un clima di crescente allarme dopo le rivelazioni della trasmissione di Rai3.

Anche i parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno espresso forte preoccupazione, sostenendo che «la segretezza del lavoro dei magistrati sembra esposta a pericoli inquietanti» e chiedendo al governo di chiarire quanto accaduto nel 2024, quando la procura di Torino avrebbe segnalato che, tramite il software Ecm, i computer degli uffici giudiziari potessero essere accessibili da remoto senza autorizzazione dell’utente e senza lasciare traccia.

L’inchiesta di Report aveva parlato di «un programma installato sui circa 40.000 computer dell’amministrazione giustizia che può rendere potenzialmente spiabili le postazioni dei magistrati», citando anche una frase intercettata attribuita a un tecnico del ministero della Giustizia: «C’è la presidenza del Consiglio dei ministri che ci sta dicendo di fare ’ste cose».

A ricostruire ufficialmente l’impiego del software nei terminali delle procure è stata proprio un’articolazione della presidenza del Consiglio, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale, che ha cercato di fissare alcuni punti fermi. Il software Microsoft Endpoint Configuration Manager viene utilizzato dal ministero della Giustizia, come da molte altre organizzazioni, per la gestione centralizzata dei dispositivi informatici. Una pratica definita «di sicurezza informatica indispensabile per la corretta gestione di reti complesse».

La funzione di controllo da remoto è prevista solo «nei casi in cui sia necessario fornire supporto all’utente a distanza», ma, viene precisato, su Ecm «è sempre rimasta disabilitata». Anche la possibilità di attivare da remoto la videocamera eventualmente presente sulla postazione di lavoro, descritta in alcune ricostruzioni giornalistiche come una forma di “videosorveglianza” o di “grande fratello”, viene ridimensionata: si tratterebbe di «una funzionalità la cui attivazione generalmente è prevista nei casi in cui sia necessario fornire supporto all’utente a distanza per eventuali difficoltà che egli dovesse incontrare nell’uso del dispositivo stesso».

Secondo l’Agenzia, solo tecnici autorizzati del ministero possono sbloccare temporaneamente tali funzioni per interventi di assistenza. Resta però l’ipotesi di un «utilizzo improprio di permessi amministrativi» da parte di un dipendente infedele, che potrebbe aprire l’accesso a un computer per carpire informazioni. In uno scenario simile, viene sottolineato, l’attività lascerebbe comunque tracce nei sistemi, verificabili dal ministero, e configurerebbe un «incidente significativo» che, in base alla normativa vigente, dovrebbe essere notificato alla stessa Agenzia per la cybersicurezza nazionale.

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