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Ubaldo Pantani torna a teatro e mette in scena se stesso, i suoi personaggi e una verità che passa anche da Lapo Elkann

In “Inimitabile” il trasformista toscano racconta il peso delle imitazioni, il rapporto col pubblico e il ruolo del comico oggi, tra satira, coscienza e maschere che non devono diventare scudi

UBALDO PANTANI, COMICO, NAZIONALE CANTANTI

UBALDO PANTANI, COMICO, NAZIONALE CANTANTI

È un ritorno alle origini, ma anche una resa dei conti con il proprio mestiere. Ubaldo Pantani torna sul palcoscenico con Inimitabile, uno spettacolo che attraversa la sua carriera, i personaggi che l’hanno resa popolare e il rapporto, spesso complesso, tra l’attore e le sue imitazioni. Un viaggio dichiaratamente “senza trucco”, popolato dalle sue creature più celebri e da ritratti quotidiani degli italiani, con un finale aperto in cui sarà il pubblico a poter fare richieste “all’impronta”.

Al centro del racconto ci sono figure note come Lapo Elkann, Massimo Cacciari, Paolo Del Debbio, Mario Giordano, allenatori e altri personaggi pubblici, evocati anche solo con una frase e accompagnati dal racconto della loro nascita artistica. Elkann, in particolare, ha per Pantani un ruolo chiave: «Ha un ruolo fondamentale, tipo “fool” shakespeariano, è un depositario della verità». Accanto a loro, un coro di italiani comuni, dal benzinaio del paese al collega d’ufficio, che completano una galleria ormai riconoscibile dal grande pubblico.

Lo spettacolo, prodotto da Paolo Ruffini per Vera Produzione e diretto da Nicola Fanucchi, debutterà il 31 gennaio a Genova e proseguirà con una lunga tournée che toccherà Bagnolo In Piano il 21 febbraio, Bologna il 5 marzo, Brescia il 13 marzo, Mestre il 14 marzo, Lucca il 20 marzo, Cascina il 21 marzo, Camogli il 10 aprile, Colle Val d’Elsa il 18 aprile, Milano l’11 maggio e Torino il 13 maggio.

Classe 1971, attore, comico e trasformista toscano, Pantani si è formato con Giorgio Albertazzi e ha esordito in televisione con Gianni Boncompagni a Macao. In carriera ha creato oltre cinquanta imitazioni di personaggi celebri, affiancandole a una vasta serie di figure di fantasia ispirate alla vita quotidiana. Il teatro, per lui, resta un punto fermo: «È un terreno di sperimentazione anche di linguaggi, dando sfogo a passioni che in tv non potevo coltivare. Ora però è soprattutto un incontro con il pubblico, quello che mi segue affettuosamente in tv da tanti anni».

Inimitabile rappresenta un passaggio preciso del suo percorso artistico. «È l’evoluzione di uno spettacolo precedente e, insieme al prossimo che è già un po’ in cantiere, fa parte di una sorta di trilogia. Nel primo spettacolo mi sono focalizzato sullo sviluppo del mio percorso, qui è centrale il rapporto con le mie imitazioni, cosa comporta fare per tanti anni personaggi che di fatto ti succhiano l’anima e con i quali devi imparare a coesistere», spiega.

Tra le assenze annunciate c’è quella di una delle sue imitazioni più recenti e popolari, Pier Silvio Berlusconi, dopo le polemiche nate da un commento dello stesso Berlusconi sull’imitazione. «C’è stato poi un chiarimento… Io dico sempre che se tu prendi un capo di una grande azienda, un giornalista e un comico, la sfida è fra chi è il più paraculo dei tre. È un gioco delle parti. Lui ha semplicemente detto che ha trovato l’imitazione divertente, solo che lui è più bello», racconta Pantani. E aggiunge una riflessione sul ruolo del comico: «Secondo me questa è la perfetta sintesi di quello che deve essere il mio lavoro. Devi sempre pensare che non puoi farti scudo di una maschera per dire determinate cose che poi non hai coraggio di dire senza maschera, la distanza non deve essere mai troppa».

Sul modo di raccontare gli italiani, Pantani non vede rivoluzioni, ma mutazioni lente. «I nostri difetti sono sempre gli stessi, Shakespeare ci ha costruito sopra una carriera. Forse siamo un pochino più superficiali e distratti perché siamo tutti vittime dei device, la soglia di attenzione delle persone si è ulteriormente abbassata. Bisogna stare sempre attenti però a non essere passatisti». E mette in guardia da una retorica che considera pericolosa: «Si dice di ogni epoca che è un periodo brutto e che la gente vuole ridere, una frase che mi ha sempre fatto paura e con la quale tutti i poteri del mondo cui ci hanno fregato. C’è bisogno di ridere ma anche di avere una coscienza, svilupparla. Invece si è sempre fin troppo coltivato il disimpegno, facendo passare per noioso tutto ciò che richiede un po’ di attenzione».

Accanto al teatro, resta forte il legame con la televisione. «Alla Gialappa’s non potrei mai dire di no, per questo quando è cominciata questa nuova avventura, rischiosissima, su Tv8, ho detto subito sì e glielo dirò sempre», dice a proposito di Gialappashow. E sul rapporto con Fabio Fazio aggiunge: «Con Fazio ho iniziato a Quelli che il calcio, un programma che mi ha dato tantissimo anche con i successivi conduttori in 12 stagioni. Con lui, come con la Gialappa’s e più recentemente con Carlo Conti, non serve nemmeno dirci troppo, perché c’è un rapporto di grande affetto, stima e fiducia reciproca».

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