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24 Gennaio 2026 - 14:41
Rita Pavone
Ottant’anni portati come un manifesto di vitalità e mestiere. Rita Pavone conquista la prima serata non con l’autocelebrazione, ma con l’arma più potente del suo repertorio: la capacità di trasformare il ricordo in energia contemporanea. Nello studio de La Ruota dei Campioni, edizione speciale in prime time de La Ruota della Fortuna, l’artista torinese dimostra che alcuni protagonisti non invecchiano: evolvono. E nel farlo, riportano il varietà alla sua funzione originaria, quella di spazio popolare in cui passato e presente dialogano senza gerarchie.
Venerdì 23 gennaio, davanti ai padroni di casa Gerry Scotti e Samira Lui, Pavone entra in scena presentata da Scotti come “la ragazza irresistibile”. È un’introduzione che sembra un gioco di specchi: la definizione rimanda all’icona di ieri, ma prepara il terreno a ciò che sta per accadere oggi. Lo speciale riunisce i migliori concorrenti del quiz per il titolo di “Campione dei Campioni”, eppure l’asse del racconto si sposta immediatamente. Quando una voce iconica attraversa il formato, il programma cambia passo: la gara resta sullo sfondo, il varietà ritrova la sua matrice.
Pavone incendia lo studio con “Il Geghegè”, innescando un’onda di nostalgia attiva, non museale. Non c’è compiacimento, non c’è il rifugio nel ricordo come comfort zone. C’è un classico che torna a vivere perché trova un corpo scenico che lo sostiene ancora. Poi la scelta che fa la differenza: il presente. Arriva “Niente (Resilienza 74)”, il brano con cui Rita Pavone tornò a Sanremo nel 2020, scritto dal figlio Giorgio Merk e legato, come lei stessa ricorda, a “la paura di oggi”. È una staffetta generazionale concreta: firma familiare, messaggio attuale, interpretazione che non chiede sconti al mito e regge il confronto con esso. Qui la memoria non è un recinto, ma una rampa.
Dopo l’esibizione, Pavone affida a una frase semplice il senso di una carriera: «Io credo che la fortuna arriva ma bisogna incontrare le persone giuste». Non è un aforisma, è un bilancio asciutto. Riporta il pensiero agli esordi e al valore degli incontri che cambiano traiettorie, senza togliere nulla al lavoro, allo studio, alla disciplina. Con Scotti, l’artista invia un saluto al marito Teddy Reno, che si prepara a spegnere 100 candeline. È un gesto minimo e potentissimo, perché intreccia memoria privata e racconto pubblico senza teatralizzazioni. La televisione, quando funziona, è anche questo: un luogo in cui l’intimo diventa condivisibile senza perdere misura.

Rita Pavone e Teddy Reno in una foto d'archivio
Samira Lui coglie l’essenza della serata con una frase che vale più di molte analisi: «Credo che lei abbia realizzato un pezzo di storia che non si può riscrivere ma solo ammirare». È la definizione più nitida di ciò che si è visto. Un patrimonio artistico che non chiede indulgenza alla nostalgia, ma si impone per autorevolezza e controllo. Ammirare non significa congelare: significa riconoscere un livello.
Il punto, allora, non è solo l’omaggio a una carriera. È ciò che questo passaggio racconta della tv generalista quando decide di fare sul serio con il proprio pubblico. La Ruota dei Campioni, declinazione di un format popolarissimo, trova in Pavone l’ospite ideale perché cura il passato senza imbalsamarlo e alimenta il presente con una cifra scenica ancora competitiva. La regia del racconto — l’introduzione di Scotti, il contrappunto di Lui, la doppia performance — lavora sul ritmo e sul senso: icona e attualità si parlano, e il prime time ritrova la sua promessa originaria, familiare, inclusiva, memorabile.
In un’epoca che spesso confonde il revival con la replica, Rita Pavone indica un’altra strada: abitare il tempo. Non quello che passa, ma quello che resta quando un’artista sceglie di mettersi in gioco ancora, con misura e coraggio. Ottant’anni così non sono un traguardo: sono un metodo.
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