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21 Gennaio 2026 - 15:44
Scoppia il caso prosciutto, ma il problema va oltre il piatto
Il prosciutto cotto e, più in generale, le carni trasformate rientrano tra le sostanze classificate come cancerogene di Gruppo 1 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Una definizione che spesso sorprende l’opinione pubblica, ma che in realtà non è nuova né improvvisa. Già nel 2015, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) aveva inserito questi alimenti nella categoria che raccoglie le sostanze per le quali esistono prove scientifiche certe di cancerogenicità per l’uomo.
Nello stesso elenco figurano prodotti di consumo quotidiano come salame, pancetta, speck, bresaola, wurstel e salsicce, tutti accomunati dall’essere sottoposti a processi industriali di trasformazione. La presenza in questa categoria, però, viene spesso interpretata in modo errato, generando confusione e timori sproporzionati rispetto al reale significato scientifico della classificazione.
Il sistema adottato dall’IARC non misura la probabilità individuale di sviluppare un tumore, né stabilisce una graduatoria del pericolo in termini di gravità. Valuta invece la solidità delle evidenze scientifiche che collegano una sostanza all’insorgenza del cancro. Essere inseriti nel Gruppo 1 significa che il nesso causale è dimostrato, non che il rischio sia automaticamente equivalente a quello associato a fumo, alcol, amianto o raggi ultravioletti, che rientrano nella stessa categoria.
Accanto al Gruppo 1, la classificazione comprende anche il Gruppo 2A, che include agenti probabilmente cancerogeni come la carne rossa o il consumo abituale di bevande molto calde; il Gruppo 2B, che raccoglie sostanze potenzialmente cancerogene come la benzina o il talco per uso intimo; il Gruppo 3, riservato a elementi non classificabili per insufficienza di prove, tra cui caffè, tè e alcuni farmaci; e infine il Gruppo 4, che comprende le sostanze ritenute non cancerogene, una categoria che al momento conta un solo elemento.
Il legame tra carni lavorate e rischio oncologico è sostenuto da numerosi studi epidemiologici. Le ricerche indicano che il consumo regolare di salumi è associato a un aumento del rischio di tumore del colon-retto. In particolare, l’assunzione quotidiana di circa 50 grammi di carni lavorate, equivalenti a due fettine di prosciutto, può comportare un incremento del rischio fino al 18%. Un dato che va letto in un’ottica di esposizione nel tempo e di abitudini alimentari complessive.

A incidere non è soltanto la carne in sé, ma soprattutto i processi industriali a cui viene sottoposta. Affumicatura, salatura, cottura e conservazione prolungata favoriscono la formazione di composti potenzialmente dannosi. A questo si aggiunge l’impiego di nitriti e nitrati, conservanti che possono trasformarsi in nitrosammine, sostanze riconosciute come cancerogene. Anche l’elevato contenuto di sale rappresenta un ulteriore fattore critico, con effetti che vanno oltre il rischio oncologico e coinvolgono la salute cardiovascolare.
Gli esperti invitano però a evitare letture allarmistiche. Il consenso scientifico è chiaro: non è necessario eliminare completamente prosciutto e salumi, ma è fondamentale limitarne il consumo. I rischi associati non sono paragonabili a quelli derivanti dal fumo o dall’abuso di alcol, ma un’assunzione frequente e protratta nel tempo può incidere negativamente sulla salute.
Le indicazioni dell’Oms puntano su una dieta equilibrata, basata prevalentemente su carni fresche non lavorate, pesce, uova, legumi e proteine vegetali. La prevenzione passa soprattutto da moderazione, varietà e consapevolezza, evitando semplificazioni che trasformano un’informazione scientifica in un messaggio distorto.
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