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18 Gennaio 2026 - 10:23
Dopo Crans-Montana, le notti sono ancora sicure? La scia di un incendio che interroga anche il Piemontebia dopo l’incendio di Crans-Montana
Può un incendio scoppiato a centinaia di chilometri di distanza cambiare il modo in cui viviamo le nostre notti? La risposta, dopo la tragedia di Crans-Montana, è meno teorica di quanto sembri. L’eco di quanto accaduto in Svizzera ha attraversato le Alpi e si è depositata anche in Piemonte, tra discoteche, locali notturni e grandi spazi dell’intrattenimento. Non sotto forma di panico, ma come una parola che torna a bussare con insistenza: responsabilità. Quella dei gestori, delle istituzioni, dei tecnici. E anche di chi entra, balla, si diverte, spesso senza chiedersi cosa accadrebbe se qualcosa andasse storto.
Non è allarmismo. È prevenzione. Ed è il segnale di una fase nuova, in cui le regole smettono di essere un allegato burocratico e tornano al centro della scena.
L’onda lunga di Crans-Montana si avverte soprattutto nelle dichiarazioni degli addetti ai lavori. Il presidente dell’Ordine degli ingegneri, Giuseppe Ferro, parla con chiarezza: i luoghi di intrattenimento sono soggetti a un insieme articolato di norme di sicurezza che non sono opzionali. Dopo quanto successo in Svizzera, è naturale che esercenti e proprietari temano una stagione di controlli più serrati, anche a Torino e nelle località turistiche di montagna. Un primo segnale è già arrivato al Sestriere, dove il locale Tabata è stato chiuso per una settimana. Non come gesto simbolico, ma come indicazione concreta di una linea: ridurre i rischi senza spegnere la socialità.
Le regole, del resto, esistono già. E funzionano. Il problema è applicarle sempre, senza scorciatoie. Le uscite di emergenza devono essere realmente fruibili, non ostruite o “temporaneamente” inutilizzabili. Gli estintori devono essere presenti, efficienti, verificati. Il personale deve essere formato, non solo sulla carta, ma nella gestione reale delle emergenze. E poi c’è un punto che troppo spesso viene sottovalutato, perché impopolare: il controllo delle presenze. La capienza non è un suggerimento elastico, ma un limite calcolato per consentire, in caso di emergenza, un deflusso rapido e ordinato. Superarlo non significa solo violare una norma: significa alterare l’equilibrio su cui si regge l’intero sistema di sicurezza.

La capienza, però, non riguarda soltanto le persone. È anche una questione strutturale. I solai, i ballatoi, le aree sopraelevate sono progettati per sopportare carichi precisi. Forzare la mano, spingere oltre, significa spostare la linea invisibile tra sicurezza e rischio. È in quei momenti che la festa finisce, anche se la musica continua.
Dal mondo dell’intrattenimento arriva una voce diversa, come quella di Flavio Briatore, convinto che una tragedia come quella di Crans-Montana in Italia non potrebbe accadere, perché oggi non è possibile aprire un locale senza rispettare le norme antincendio. In parte è vero. Ma, come osserva Ferro, il problema non è solo l’apertura. È la gestione quotidiana. Un cambio di gestore, una manutenzione trascurata, una verifica rimandata, una uscita di sicurezza che sulla carta c’è ma nella pratica non è utilizzabile. È lì che il sistema si incrina. Le norme funzionano quando diventano prassi, non quando restano documenti archiviati.
Torino, in questo discorso, ha una storia particolare. È una città che gli esperti definiscono “sicura ma sfortunata”. L’incendio del cinema Statuto segnò una svolta epocale nelle normative antincendio e nella percezione del rischio. Da allora, la sicurezza è diventata una lente attraverso cui guardare ogni spazio pubblico. Lo ricorda l’ingegnere Giuseppe Amaro, tra i massimi esperti italiani di safety, evocando episodi che oggi sembrano quasi maniacali, come chi controllava la resistenza al fuoco delle poltrone con un accendino durante una commissione per il Teatro San Carlo. Non folklore, ma cultura della prevenzione.
Poi c’è piazza San Carlo, 2017. Un evento che ha cambiato per sempre l’organizzazione delle grandi manifestazioni all’aperto. Vie di fuga, gestione dei flussi, qualità degli spazi, comunicazione con il pubblico. Anche lì, una tragedia ha costretto a riscrivere le regole. Sono scosse che funzionano come terremoti: rivelano le fragilità e obbligano a rinforzare l’intero edificio.
La cultura del rischio si riconosce spesso nei dettagli più banali. Le magliette con la cintura di sicurezza disegnata, indossate come provocazione, sono l’emblema di una leggerezza che non possiamo più permetterci. Le auto moderne sono sistemi complessi, pensati per proteggere anche a basse velocità. Disattivare o ignorare quei dispositivi significa trasformare un incidente minore in una lesione grave. Nei locali accade lo stesso: ogni prescrizione ignorata è un pezzo di protezione tolto a un sistema che funziona solo se resta integro.
Qui entra in gioco la tecnologia, non come gadget, ma come alleata. Le simulazioni utilizzate per ricostruire l’incendio in Svizzera possono essere impiegate prima, per individuare criticità e prevenirle. L’intelligenza artificiale, spiega Amaro, consente oggi di analizzare non solo i numeri, ma anche lo stato emotivo delle folle, anticipando situazioni di stress e intervenendo sulla gestione dei flussi. Una regia intelligente può evitare l’effetto imbuto, ridurre il panico, salvare vite senza che nessuno se ne accorga.
Cosa aspettarsi ora? Con ogni probabilità una fase di verifiche più stringenti. Non per colpire, ma per evitare che il copione di Crans-Montana si ripeta. Le discoteche e i locali possono continuare a lavorare, ma a una condizione semplice e non negoziabile: rispettare le regole, a partire dal numero di persone ammesse. È una questione di maturità collettiva. Perché le notti sicure non sono notti tristi. Sono notti più consapevoli.
La sicurezza, in fondo, non spegne la musica. La rende possibile. E duratura.
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