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17 Gennaio 2026 - 10:34
Arresto cardiaco refrattario: salvato dopo 45 minuti di rianimazione continua alle Molinette
Per un giorno il cuore di Andrea, medico radiologo torinese di 47 anni, è stato letteralmente spento dai suoi colleghi anestesisti. Una scelta estrema, controintuitiva solo in apparenza, resa necessaria da una corsa contro il tempo che sembrava già persa. L’arresto cardiaco non rispondeva alle cure standard, le manovre tradizionali non funzionavano, e in questi casi le statistiche sono spietate: la probabilità di sopravvivenza scende sotto il 10 per cento. Numeri che di solito non lasciano spazio a illusioni.
Alla Rianimazione del pronto soccorso delle Molinette, diretta dalla dottoressa Marinella Zanierato, si è deciso allora di tentare l’ultima strada possibile. Una strada ad altissima complessità, che richiede competenze, coordinamento e sangue freddo: la circolazione extracorporea. Una macchina in grado di sostituire temporaneamente cuore e polmoni, aumentando le possibilità di sopravvivenza fino al 50 per cento. È l’Ecmo, acronimo di ossigenazione extracorporea a membrana, una tecnologia che consente al sangue di continuare a circolare e di essere ossigenato mentre il cuore viene messo a riposo.
«È stata fondamentale, altrimenti sarei morto. Non riuscivano a far ripartire il cuore», racconta Andrea all’ANSA dal letto di un reparto di riabilitazione. «L’Ecmo ha dato la possibilità al cuore di calmarsi, di fermarsi un attimo, di sistemarsi». Parole semplici, dette da chi sa perfettamente cosa significhi ogni termine medico che pronuncia. «Sono riusciti a salvarmi – sottolinea – e senza avere danni cerebrali. È la cosa migliore che potesse succedere».
Tutto inizia il 25 ottobre scorso, un sabato mattina che doveva essere come tanti altri. «Mio papà ha 84 anni – ricorda – e quella mattina si era sentito male. Era caduto a terra battendo la testa. Non sembrava nulla di grave, ma io e la mia compagna, per stare tranquilli, siamo andati a casa sua e abbiamo chiamato l’ambulanza». Una richiesta di aiuto per un genitore anziano, un gesto normale, quasi routinario.
Poi, all’improvviso, il crollo. Mentre l’équipe sanitaria inizia a occuparsi del padre, è Andrea a sentirsi male. «Mi sono seduto sul divano, sono svenuto e il mio cuore si è fermato». Un arresto cardiaco improvviso, totale. Paradossalmente, a salvarlo sono proprio gli stessi sanitari arrivati per soccorrere suo padre, che iniziano immediatamente le manovre di rianimazione anche su di lui.

L'équipe medica
Scarica dopo scarica, farmaci, massaggio cardiaco continuo. Per 45 minuti senza interruzione. Un tempo lunghissimo, quasi irreale, che nella maggior parte dei casi non lascia spazio alla speranza. Il cuore, però, non riparte. È lo scenario più temuto da chi lavora nell’emergenza: l’arresto cardiaco refrattario, quello che non risponde alle terapie convenzionali. Alla base c’è un’aritmia maligna, una vera e propria tempesta elettrica che manda il cuore fuori controllo. Anche quando, talvolta, si riesce a “riaccenderlo”, spesso non è più in grado di sostenere una circolazione efficace.
È a questo punto che entra in gioco l’Ecmo. Grazie alla macchina, il tempo smette di essere solo un nemico. Il sangue continua a circolare, il cervello viene ossigenato, gli organi vitali restano perfusi. Il cuore può finalmente riposare. E i medici, in stretta collaborazione con la Cardiochirurgia diretta dal professor Mauro Rinaldi, possono intervenire con maggiore margine di manovra.
Negli ultimi due anni, tra il 2024 e il 2025, grazie al programma di rianimazione con Ecmo attivo alla Città della Salute e della Scienza di Torino, sono stati trattati 16 pazienti in arresto cardiaco refrattario provenienti dall’extraospedaliero. Otto di loro sono sopravvissuti. Numeri che raccontano non solo l’efficacia della tecnologia, ma anche il valore di un sistema che funziona quando competenze, organizzazione e tempestività riescono a fare squadra.
Per Andrea, però, la battaglia non finisce con il cuore che ricomincia a battere. Dopo l’evento cardiaco arrivano complicazioni gravissime, una dopo l’altra. «Ho avuto una serie di problemi progressivamente sempre più seri – racconta – che hanno richiesto altri trattamenti, come la dialisi». Poi una necrosi massiva di tutti i muscoli, settimane in bilico, in uno stato in cui, ammette senza giri di parole, «avrei potuto morire da un giorno all’altro».
Dopo circa un mese la situazione si stabilizza. E dopo un mese e mezzo di coma farmacologico, Andrea si risveglia. Un ritorno alla coscienza lento, faticoso, ma carico di significato. Oggi, a quasi tre mesi dall’arresto cardiaco, le sue condizioni migliorano giorno dopo giorno. «Non dovrei avere grossi deficit – dice – e in ogni caso tornerò a fare una vita normale».
Un lieto fine che, all’inizio, sembrava semplicemente impossibile. Una storia che racconta quanto la medicina d’emergenza possa spingersi oltre il limite, ma anche quanto contino la preparazione, il lavoro di squadra e la capacità di non arrendersi quando le statistiche dicono che non c’è più nulla da fare. Insomma, una di quelle vicende che ricordano quanto sottile sia il confine tra la vita e la morte, e quanto, a volte, sia possibile attraversarlo e tornare indietro.
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