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16 Gennaio 2026 - 19:59
Sardegna nel mirino del 41bis: sette carceri speciali, tre nell’Isola e lo scontro con Roma
Il governo Meloni mette nero su bianco il piano di riorganizzazione del 41bis e riapre un fronte politico durissimo con la Regione Sardegna. Il progetto, discusso da mesi e finora trapelato solo per indiscrezioni, emerge ora in modo ufficiale dal verbale della Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre, pubblicato oggi. L’obiettivo è concentrare i 750 detenuti sottoposti al regime di carcere duro in soli sette istituti penitenziari su tutto il territorio nazionale, privilegiando strutture insulari. Tre di queste saranno in Sardegna: Cagliari-Uta, Sassari-Bancali e Nuoro-Badu ’e Carros.
Secondo il documento del Ministero della Giustizia, il numero iniziale di detenuti destinati agli istituti sardi, fissato in 192, è destinato a crescere con un incremento del 20%, andando ben oltre la presenza attuale, che già oggi vede circa un centinaio di condannati “speciali” nelle carceri dell’Isola. Gli altri quattro poli dedicati al 41bis saranno distribuiti tra Piemonte, Lazio-Abruzzo, Emilia Romagna e Lombardia.
La reazione della presidente della Regione, la governatrice pentastellata Alessandra Todde, è durissima. «Numeri e prospettive terrificanti per la Sardegna», tuona dopo la pubblicazione del verbale. «È ora di chiedere conto a chi ha sempre derubricato ad allarmismo la questione: il governo vuole fare della Sardegna la cayenna d'Italia concentrando nelle tre carceri principali i detenuti in regime di 41 bis».

ALESSANDRA TODDE, PRESIDENTE REGIONE SARDEGNA
Il piano è stato presentato in Conferenza dal sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e punta a una trasformazione radicale del sistema di massima sicurezza. L’obiettivo dichiarato è «rispondere a nuove esigenze di ordine pubblico e obblighi costituzionali». In concreto, il progetto prevede il superamento dell’attuale assetto, che vede i detenuti in 41bis distribuiti in 12 istituti, spesso caratterizzati dalla compresenza con altri circuiti detentivi. Il nuovo modello riduce drasticamente il numero delle sedi, concentrando tutti i detenuti in strutture «esclusivamente dedicate» e affidate unicamente ai reparti specializzati del Gom – Gruppo operativo mobile.
I poli sardi, già oggi centrali nella gestione del carcere duro, vengono confermati come sedi permanenti. La riorganizzazione non riguarda solo la logistica, ma anche l’adeguamento strutturale degli istituti, reso necessario dalla sentenza n. 30 della Corte Costituzionale del 2025, che impone di garantire ai detenuti almeno quattro ore d’aria al giorno, un requisito difficile da rispettare nelle carceri più vecchie o promiscue.
Ma per la Regione Sardegna il nodo è politico e identitario prima ancora che tecnico. «Ora serve una presa di responsabilità di tutte le parti politiche», insiste Todde, «abbandonare i colori politici e cominciare a difendere la propria terra. Serve un messaggio di unità dei sardi, un messaggio chiaro che dice che la Sardegna è terra di sviluppo e non ci meritiamo di essere considerati come la cayenna d'Italia». La presidente ha chiesto al presidente del Consiglio regionale sardo di poter riferire con un’informativa urgente in Aula.
Sulla stessa linea anche i parlamentari sardi del Movimento 5 Stelle, Sabrina Licheri e Mario Perantoni, che parlano di una decisione calata dall’alto. «Tutto questo senza cercare alcun confronto con la Regione e con la presidente Todde, senza dialogare con i territori, facendo calare dall'alto una decisione che provocherà pesanti ripercussioni sul tessuto sociale ed economico dell'isola», denuncia Licheri. Ancora più diretto Perantoni, che lancia un avvertimento agli esponenti sardi del centrodestra: «Basta propaganda e silenzi complici, basta minimizzare: o si sta dalla parte della Sardegna o si è responsabili di questo attacco alla nostra isola».
Il piano sul 41bis diventa così un caso politico nazionale, con la Sardegna al centro di una scelta che promette di lasciare strascichi profondi nel rapporto tra lo Stato e l’Isola.
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