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16 Gennaio 2026 - 06:10
Truppe europee in Groenlandia: perché Danimarca, Francia e Germania si muovono ora nell’Artico
“Arctic Endurance” segna un passaggio politico e militare che va oltre l’immagine suggestiva dei soldati europei sbarcati sul ghiaccio groenlandese. All’alba, sulla pista dell’aeroporto di Nuuk, una fila di zaini poggiati sul manto gelato accompagna l’arrivo di un A400M (aereo da trasporto militare europeo Airbus A400M). Il velivolo spegne i motori, l’aria è secca, le temperature sono estreme. È l’avvio operativo dell’esercitazione guidata dalla Danimarca, che ha deciso di rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia coinvolgendo partner europei in una fase definita di “ricognizione del teatro”. I numeri sono contenuti, ma il segnale politico è esplicito.

Emmauel Macron
Su richiesta di Copenaghen, la Svezia ha inviato ufficiali e personale militare. La Francia ha schierato un primo nucleo di quindici specialisti, arrivati il 15 gennaio 2026, mentre il presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’invio imminente di ulteriori mezzi terrestri, aerei e marittimi. La Germania ha confermato la presenza di tredici militari della Bundeswehr, impegnati in una missione di valutazione operativa. Tutti parlano di addestramento, ma il contesto rende evidente che l’operazione risponde anche a un’esigenza di posizionamento politico nell’Artico.
La Groenlandia è un territorio autonomo all’interno del Regno di Danimarca, ma la responsabilità della difesa resta in capo a Copenaghen. In una fase in cui l’Artico è tornato al centro delle dinamiche strategiche globali, per le rotte marittime, le risorse naturali e la sua funzione di collegamento tra Atlantico ed Europa settentrionale, la Danimarca punta a dimostrare di avere il controllo della situazione, rafforzando allo stesso tempo l’integrazione con gli alleati europei e con la NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord).
“Arctic Endurance” si inserisce nel solco delle attività avviate nel 2025, tra cui l’esercitazione “Arctic Light”, che aveva già testato la capacità di operare in condizioni polari attraverso l’impiego di F-16, di una fregata classe Iver Huitfeldt, di elicotteri e di reparti terrestri, con contributi di Francia, Germania, Svezia e Norvegia. Le criticità emerse allora – logistica, rifornimenti, interoperabilità tra forze armate e coordinamento tra componenti terrestri, navali e aeree – sono oggi al centro della nuova esercitazione, in un quadro politico più sensibile.
Negli ultimi giorni, dichiarazioni provenienti da Washington hanno riaperto il dibattito su ipotesi di controllo statunitense della Groenlandia, scenari respinti con decisione sia dalla Danimarca sia dal governo autonomo groenlandese. In risposta, diversi leader europei hanno accelerato il coordinamento. Emmanuel Macron ha convocato riunioni urgenti e annunciato rinforzi. A Berlino e Stoccolma si è scelto di affiancare Copenaghen senza forzare i toni. Anche da Roma, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiarito che qualsiasi iniziativa militare unilaterale sarebbe controproducente, ribadendo la centralità della NATO come quadro di riferimento per la sicurezza artica.
Sul terreno, la presenza europea ha compiti precisi. I militari francesi, in gran parte appartenenti ai chasseurs alpins, sono impegnati in attività di ricognizione, addestramento in ambiente polare e supporto logistico. La Germania valuta infrastrutture, condizioni operative e possibilità di contribuire alla sorveglianza marittima. La Svezia, attraverso ufficiali di collegamento, lavora sull’integrazione delle procedure e sul coordinamento multinazionale. Non si tratta di uno schieramento permanente, ma di una fase preparatoria che consente di testare capacità e limiti.
Parallelamente, la Danimarca ha annunciato un rafforzamento delle attività militari “in e intorno alla Groenlandia”, in cooperazione con la NATO e con il governo locale, il Naalakkersuisut. Il pacchetto comprende aeromobili, unità navali e personale dedicato a pattugliamento, sorveglianza, ricerca e soccorso e protezione delle infrastrutture critiche. Un ruolo centrale è affidato al Joint Arctic Command, che funge da punto di raccordo tra dimensione militare e autorità civili.
Un elemento chiave resta la Pituffik Space Base, installazione statunitense nel nord-ovest della Groenlandia, strategica per l’allerta precoce e il tracciamento spaziale. La sua integrazione con le attività europee è oggetto di discussione in ambito NATO, insieme al tema della polizia aerea e della sorveglianza marittima. Sullo sfondo, pesa anche la crescente attenzione di Russia e Cina verso l’Artico, considerate da molte capitali europee fattori di instabilità per il traffico marittimo e le infrastrutture strategiche.
I numeri ridotti dei contingenti non devono trarre in inganno. In Artico, ogni presenza comporta una catena logistica complessa: piste ghiacciate, carburanti specifici, equipaggiamenti per temperature inferiori ai meno trenta gradi, comunicazioni resilienti alle condizioni geomagnetiche. Per questo, anche piccoli dispiegamenti hanno un impatto rilevante e servono a individuare colli di bottiglia e tempi di reazione. È questo l’obiettivo dichiarato di “Arctic Endurance”.
Il governo groenlandese ha sottolineato la necessità di garantire sicurezza e sovranità in cooperazione con gli alleati, assicurando al tempo stesso trasparenza verso la popolazione locale. La sfida è evitare che il territorio diventi un terreno di competizione tra alleati o un bersaglio di pressioni esterne, mantenendo il controllo politico delle scelte.
Sul piano europeo, l’impegno francese si inserisce in un contesto più ampio di aumento della spesa per la difesa. Emmanuel Macron ha annunciato un incremento di 36 miliardi di euro per il periodo 2026-2030, con un’accelerazione già nel 2026, richiamando la necessità di rafforzare scorte, prontezza operativa e capacità tecnologiche, dai droni ai sistemi di sorveglianza.
Nei prossimi mesi, a Nuuk e nelle altre località coinvolte, la presenza militare sarà più visibile: più voli, più pattugliamenti, più attività congiunte. Le autorità danesi hanno promesso comunicazioni regolari per evitare allarmismi. Dietro le immagini pubbliche, il lavoro principale resta quello meno visibile: pianificazione, gestione dei rifornimenti, interoperabilità e riduzione dei rischi di incidenti in un ambiente che non ammette improvvisazioni.
L’Italia, pur non presente sul terreno, segue da vicino l’evoluzione del quadro artico, bilanciando gli impegni tra fronte orientale, Mediterraneo e Nord Atlantico, anche alla luce delle grandi esercitazioni NATO come “Steadfast Dart 26”.
Resta da capire se l’attuale presenza europea resterà limitata a una fase simbolica o se evolverà in una presenza rotazionale più strutturata. Al momento, le capitali coinvolte parlano di gradualità e prudenza. Al di là delle immagini, la sostanza sta nella capacità di cooperare e pianificare. Con “Arctic Endurance”, l’Europa segnala di voler esercitare un ruolo attivo nella sicurezza di un territorio che è europeo e atlantico, senza forzature ma con una linea chiara tracciata sul ghiaccio.
Fonti utilizzate:
Ministero della Difesa danese, Governo della Groenlandia (Naalakkersuisut), Presidenza della Repubblica francese, Bundeswehr, Governo svedese, NATO, Dichiarazioni ufficiali di Emmanuel Macron, Dichiarazioni ufficiali di Giorgia Meloni, Comunicati Joint Arctic Command, Resoconti stampa internazionale.
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