Cerca

Esteri

La Germania non molla l’Europa, ma non vuole più pagare per tutti

Berlino resta il perno dell’Unione Europea, ma tra guerra in Ucraina, ritorno di Donald Trump e ascesa dei nazionalismi chiede regole più dure, conti chiari e una vera condivisione dei costi

La Germania non molla l’Europa, ma non vuole più pagare per tutti

VLADIMIR PUTIN PRESIDENTE RUSSIA, MASOUD PEZESHKIAN PRESIDENTE IRAN

Berlino oggi è il punto in cui le tensioni europee diventano visibili. Non perché la Germania stia voltando le spalle all’Unione Europea, ma perché per la prima volta da decenni ne mette in discussione il funzionamento senza formule rituali. La scena raccontata da più fonti diplomatiche è indicativa: mentre un commissario europeo illustra dati incoraggianti sulla crescita della fiducia nell’Unione, un consigliere del nuovo governo tedesco pone una domanda che taglia corto su ogni ottimismo: chi sostiene davvero i costi della difesa, dell’energia e della ricostruzione? Nelle stesse ore, nelle strade della capitale, gruppi di attivisti esprimono timori opposti ma complementari, tra chi denuncia una “Europa dei tecnocrati” e chi reclama una Europa capace di proteggersi senza dipendere da altri. Berlino diventa così lo specchio di una contraddizione più ampia: la Germania continua a considerare l’integrazione europea un pilastro strategico, ma non è più disposta ad accettarne automatismi, ambiguità e squilibri.

Negli ultimi mesi, tra il 2025 e l’inizio del 2026, il dibattito pubblico tedesco sull’Unione si è irrigidito. Non per un rigurgito isolazionista, ma per la sovrapposizione di tre fattori che si rafforzano a vicenda. La crescita dell’AfD(Alternative für Deutschland), stabilmente seconda forza politica dopo le elezioni federali del 2025, ha spostato l’asse della discussione interna. La guerra in Ucraina, entrata nel suo quarto anno senza una prospettiva di soluzione rapida, ha imposto oneri militari e industriali che la Germania non aveva mai sostenuto in questa misura. A tutto questo si aggiunge l’azione destabilizzante di attori esterni, in particolare il presidente statunitense Donald Trump, le cui dichiarazioni e decisioni hanno riaperto interrogativi sulla solidità del legame transatlantico. In questo contesto, il dubbio tedesco non equivale a un rifiuto dell’Europa, ma a una richiesta esplicita di ridefinirne priorità e strumenti.

La Germania resta il principale beneficiario del mercato unico europeo e uno dei pilastri della moneta unica, ma proprio questa posizione la espone più di altri ai costi di un’Unione chiamata oggi a fare scelte da potenza. Per trent’anni Berlino ha letto l’Europa come un moltiplicatore di stabilità e crescita; ora deve confrontarsi con una politica di difesa comune, con la revisione del proprio freno al debito (Schuldenbremse) e con una destra radicale particolarmente radicata nei Länder orientali. È una discontinuità storica che segna anche il cambio di passo della leadership.

Dalle elezioni del 23 febbraio 2025 è emerso un quadro politico in movimento. Il governo guidato dai cristiano-democratici di Friedrich Merz, eletto cancelliere il 6 maggio 2025, ha impostato un’agenda che combina sicurezza, investimenti pubblici e riposizionamento europeo. L’AfD è diventata la principale forza di opposizione, mentre sullo sfondo pesa ancora l’eredità della crisi energetica e dell’inflazione. Merz, da sempre sostenitore dell’integrazione europea, ha scelto una linea meno automatica e più condizionata: apertura a una maggiore sovranità europea in materia di difesa e disponibilità a strumenti di indebitamento comune solo in presenza di garanzie rigorose su utilizzo delle risorse e competitività industriale. Il confronto sul freno al debito e l’ipotesi di un grande fondo per investimenti strategici rappresentano segnali concreti di questo cambiamento.

La guerra in Ucraina resta il nodo centrale. Tre anni di conflitto hanno costretto l’Unione Europea ad avviare programmi di riarmo, a espandere la produzione di munizioni e a discutere nuovi strumenti finanziari che in alcune proposte superano i cento miliardi di euro. La posizione di Berlino è esplicita: senza una capacità industriale europea e senza una ripartizione equilibrata degli oneri, il peso rischia di ricadere in modo sproporzionato sulla Germania. Sul piano politico, le ambiguità provenienti da Washington, comprese affermazioni secondo cui il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sarebbe un ostacolo alla pace mentre Vladimir Putin sarebbe disponibile a un accordo, hanno alimentato diffidenze e tensioni. In Germania queste uscite rafforzano due spinte contrapposte: chi chiede maggiore autonomia strategica europea e chi teme un allontanamento pericoloso dagli Stati Uniti.

I dati di opinione, tuttavia, non indicano un arretramento del consenso verso l’Unione. Nel 2025 la fiducia nell’UE ha raggiunto il livello più alto dal 2007, con il 52% di giudizi positivi, un sostegno record all’euro e un consenso molto ampio per una vera politica comune di difesa. Ma fiducia e consenso, in assenza di risultati tangibili, rischiano di rimanere astratti. È qui che il ruolo della Germania diventa decisivo, perché nessun altro Paese dispone di una combinazione simile di peso finanziario, industriale e politico.

La crescita dell’AfD ha inoltre reso evidente una frattura interna che attraversa anche l’Europa. Il voto del 2025 ha mostrato una netta differenza tra Est e Ovest del Paese, rendendo più complessa la costruzione di maggioranze favorevoli a nuove cessioni di sovranità in ambito fiscale o militare. La linea di esclusione dell’AfD dalle coalizioni di governo tiene, ma il dibattito pubblico si sposta. Per i partiti di centro questo significa spiegare l’Europa come una scelta strategica e non come un destino inevitabile.

Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha un impatto diretto su questa riflessione. Tra minacce tariffarie, richiami insistenti agli impegni della NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord) e posizioni oscillanti sull’Ucraina, Berlino lavora su due binari: rafforzare la capacità europea di difesa e mantenere la NATO come cornice di riferimento. L’obiettivo dichiarato è evitare sia l’autarchia sia una dipendenza totale da decisioni prese oltreoceano.

ROBERT FICO PRIMO MINISTRO SLOVACCO

ROBERT FICO PRIMO MINISTRO SLOVACCO

Lo scetticismo verso l’Unione non riguarda solo la Germania. In Ungheria, il primo ministro Viktor Orbán continua a utilizzare il veto su sanzioni e bilancio come strumento negoziale, mettendo alla prova una governance basata sull’unanimità. In Slovacchia, il governo di Robert Fico alterna toni duri e riposizionamenti tattici. In Italia, il governo di Giorgia Meloni mantiene una linea euro-atlantica su Ucraina e NATO, pur rivendicando maggiore autonomia su migrazione e regole fiscali. In Repubblica Ceca, i governi restano generalmente favorevoli all’UE, ma l’opinione pubblica mostra freddezze soprattutto quando la cooperazione tocca ambiti politici più che economici. Il quadro complessivo, però, non è quello di un’Europa in ritirata, bensì di un’Unione che gode di consenso ma deve dimostrare efficacia.

In questo scenario, la revisione del freno al debito tedesco e la creazione di strumenti finanziari pluriennali per difesa e infrastrutture assumono un valore simbolico. In politica interna significano mettere mano a un tabù fiscale; a livello europeo aprono alla legittimazione di strumenti comuni straordinari legati alla sicurezza. Il compromesso con SPD(Sozialdemokratische Partei Deutschlands) e Verdi (Bündnis 90/Die Grünen), che hanno chiesto vincoli ambientali su parte degli investimenti, indica che la Germania è disposta a spendere di più, ma solo in modo mirato e verificabile.

La forza dell’AfD resta un vincolo strutturale. Finché questa pressione interna persisterà, ogni scelta europea di Berlinodovrà passare attraverso compromessi complessi, con effetti sui tempi e sulla profondità delle decisioni a Bruxelles. Eppure, i dati economici mostrano che l’Unione continua a convenire alla Germania: il mercato unico sostiene l’export, l’euro offre stabilità e il peso collettivo rafforza la capacità negoziale globale. La crisi energetica ha però reso evidente la necessità di una vera politica industriale europea su materie prime critiche, energia, semiconduttori e difesa.

Quando Donald Trump attribuisce la responsabilità dello stallo negoziale in Ucraina a Zelensky più che a Putin, la reazione di Berlino è di crescente irritazione. Non solo per il contenuto, ma per l’effetto che simili messaggi producono su opinioni pubbliche già provate e su bilanci sotto pressione. La risposta tedesca passa da un’accelerazione sull’agenda di sicurezza europea, con l’idea di rafforzare il pilastro europeo della NATO senza metterlo in contrapposizione.

Il paradosso finale è evidente. Nel 2025 la fiducia nell’Unione è ai massimi da quasi vent’anni e una larga maggioranza degli europei riconosce i benefici dell’appartenenza. Allo stesso tempo, la pazienza è limitata e le aspettative sono alte. La Germania mette sul tavolo risorse e capacità, ma chiede un’Europa più rapida, più misurabile e meno retorica. Se questa richiesta verrà raccolta, lo scetticismo di Berlino non sarà ricordato come una minaccia, ma come una spinta a rendere l’Unione più solida e coerente con le sfide del presente.


Fonti
Eurobarometro Commissione Europea 2025
Bundestag
Commissione Europea
NATO
Ufficio federale di statistica tedesco (Destatis)
Sondaggi Pew Research Center
Dichiarazioni ufficiali Casa Bianca

Commenti scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su Giornale La Voce

Caratteri rimanenti: 400

Resta aggiornato, iscriviti alla nostra newsletter

Edicola digitale

Logo Federazione Italiana Liberi Editori