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Pendolare "muore" aspettando il treno in ritardo sulla Chivasso-Pinerolo: protesta shock dell'assessore

Giulia Proietti (giunta Salvai) porta in piazza la rabbia dei pendolari: “Non è un problema tecnico, è una scelta politica”.

La panchina dell'attesa a Pinerolo

La panchina dell'attesa a Pinerolo

Alla stazione di Pinerolo, su una panchina qualunque, oggi si siede un pendolare che non esiste e che invece esiste eccome: uno scheletro. Non è una trovata da carnevale e nemmeno una scenetta da social. È una fotografia crudele, quasi offensiva per quanto è semplice: se continui a “migliorare” una linea ferroviaria che poi continua a cancellare treni e a produrre ritardi, non stai riparando nulla. Stai solo prendendo tempo. E il tempo, da queste parti, lo pagano sempre gli stessi.

L’iniziativa è dell’assessora alla Mobilità sostenibile e all’Ambiente del Comune di Pinerolo Giulia Proietti, 39 anni, architetta, componente della giunta del sindaco Luca Salvai. Una figura giovane, ma che ha deciso di usare un linguaggio vecchio come la politica quando smette di parlare in circolari e torna a sporcarsi le mani: il gesto pubblico, netto, che costringe a guardare quello che di solito si finge di non vedere.

La scena raccontata dalle foto è precisa. Una panchina dipinta di nero, un cartello con scritto “Panchina dell’attesa”, un orologio volutamente fermo e quella presenza assurda e tragicamente credibile: lo scheletro seduto, gambe distese, braccia abbandonate, la postura di chi non aspetta più da minuti ma da mesi. Sulla panchina, vicino al cartello, c’è anche una valigia. È il dettaglio che chiude il cerchio: non è un’installazione artistica astratta. È la vita quotidiana di chi parte, torna, riparte, cambia coincidenze, corre, arriva tardi, perde ore. E spesso perde anche la pazienza.

Il cartello è un manifesto che non gioca con le mezze parole. Dice: “Qui si aspetta ciò che la Regione non è ancora riuscita a garantire: un servizio ferroviario funzionante. Questa panchina è nera perché siamo in lutto. In lutto per un servizio ferroviario che avrebbe dovuto garantire mobilità e che invece produce ritardi, cancellazioni, incertezza quotidiana. La linea Pinerolo–Chivasso sta morendo sotto il peso di scelte sbagliate e mancate responsabilità. A pagare questo lutto sono lavoratori, studenti, cittadini. Il trasporto pubblico non è un favore. È un diritto.”

Non è una frase d’effetto. È un atto d’accusa. E soprattutto è un promemoria: qui non stiamo parlando di un capriccio di provincia, ma di un servizio pubblico che dovrebbe reggere la giornata di migliaia di persone. Se quel servizio si rompe, non si rompe un treno. Si rompe la struttura di un territorio.

Nel suo post, Proietti rivendica esplicitamente la natura dell’azione: “Ho creato questa panchina. Non come gesto simbolico fine a sé stesso, ma come atto politico. Questa è la Panchina dell’attesa.” Poi chiarisce il bersaglio: “L’attesa che la Regione Piemonte chiede ogni giorno ai cittadini del pinerolese.” L’attesa di un treno che non arriva, di corse cancellate, di informazioni che non arrivano, di una normalità che viene annunciata e poi smentita dai tabelloni.

Ed è qui che la “Panchina dell’attesa” smette di essere una scenografia e diventa un documento. Perché l’assessora non parla per slogan generici: mette in fila date, promesse, fallimenti. Ricorda che tra giugno e settembre 2025 la linea è stata sospesa per lavori di miglioramento. “Da mesi, nonostante la sospensione della linea tra giugno e settembre 2025 per lavori di miglioramento, la situazione della Pinerolo–Chivasso non è migliorata.” Quindi, in concreto, cosa è cambiato? Secondo Proietti: nulla. “Ritardi e cancellazioni continuano a essere quotidiani.”

È un passaggio che pesa. Perché quando una linea viene chiusa per mesi, la narrazione ufficiale è sempre la stessa: “disagio temporaneo, lavori necessari, ritorno alla regolarità”. Ma se riapri e tutto resta instabile, allora quella narrazione non è un’analisi tecnica. È un alibi.

E qui arriva l’altra notizia, quella che trasforma il disagio in una condanna anticipata: “E sappiamo già che nel 2026 la linea verrà nuovamente sospesa.” La parola chiave, in quella frase, non è “sospesa”. È “già”. Perché se il presente è fragile, il futuro è già scritto come un’altra interruzione. E allora non c’è più la speranza che “passerà”. C’è la certezza che tornerà.

Ma per Proietti la ferita più grave non è nemmeno il ritardo, non è nemmeno la cancellazione. È l’assenza di informazioni. “Ma ciò che più colpisce è l’assenza totale di informazioni chiare, puntuali e trasparenti.” E qui l’accusa si fa politica: “E questa non è una difficoltà tecnica: è una scelta politica.” Perché senza comunicazione non esiste possibilità di organizzare una giornata: non sai se aspettare, se correre a un autobus, se chiamare un passaggio, se rinunciare. Rimani inchiodato in banchina come un numero su un tabellone.

È un punto che chi vive le stazioni conosce fin troppo bene. Il treno in ritardo è un danno. Il treno in ritardo senza spiegazioni è un’umiliazione. Perché non ti viene tolto solo un servizio: ti viene tolta la dignità di sapere cosa sta succedendo.

Proietti lo scrive in modo diretto: “I cittadini non sanno perché i treni non partono, non sanno quando arriveranno, non sanno come organizzare la propria giornata.” E chi paga, alla fine, è sempre la fascia che non ha alternative: “A pagare il prezzo di questa scelta sono lavoratori pendolari… Sono gli studenti… Sono le cittadine e i cittadini che vedono il proprio tempo sistematicamente svalutato.” Una svalutazione quotidiana, che diventa un messaggio: il tuo tempo vale meno.

Nella sua ricostruzione c’è anche un dato simbolico preciso, un orario che da normale diventa un marchio: “Per questo accanto a questa panchina c’è un orologio fermo sulle 7:16.” Non un’ora scelta a caso, ma quella del treno pieno, quello di chi va a lavorare e a studiare. “L’orario in cui troppo spesso quel treno parte sovraffollato o non parte affatto, lasciando persone a terra.”

 

Il post su facebook di Giulia Proietti

Lo scheletro sulla panchina non è soltanto una denuncia. È una conclusione. È ciò che resta quando un servizio pubblico si ripete, per mesi e mesi, nello stesso modo: prima l’annuncio, poi la promessa, poi il disservizio, poi il comunicato, poi l’ennesima sospensione, poi il “monitoraggio”. Nel frattempo chi aspetta invecchia. E chi aspetta troppo, in questo Paese, smette di aspettare e se ne va.

C’è un passaggio, nel post dell’assessora, che fa ancora più male perché parla di numeri e geografia, non di emozioni: “Parliamo di un territorio di oltre 110.000 abitanti.” Un territorio che contribuisce allo sviluppo economico del Piemonte ma viene trattato come marginale, “sacrificabile”. E anche qui non è retorica: è la dinamica antica delle periferie politiche, quelle che non fanno rumore fino a quando non diventano un problema.

Eppure, dice Proietti, gli amministratori locali hanno fatto la loro parte: segnalazioni, richieste di incontri, proposte. Ma le risposte sarebbero state “apparentemente esaustive, da presa in giro” perché nessun miglioramento concreto è arrivato. E qui l’elenco diventa uno schiaffo: avevano chiesto di avvisare i pendolari sui motivi dei ritardi, promessa disattesa; avevano chiesto più attenzione nei nodi di interscambio e nelle fasce di maggiore traffico, promessa disattesa. Il verdetto arriva in maiuscolo, come urlato in faccia alla Regione: “Siamo la linea PEGGIORE DEL PIEMONTE!”

È una frase che può sembrare eccessiva. Ma è anche il modo in cui parlano i pendolari quando sono stanchi. Stanchi davvero. Stanchi del vocabolario istituzionale che trasforma l’esperienza reale in parole neutre: “criticità”, “temporaneo”, “ripristino”, “miglioramento”.

Dentro questa cornice si inserisce anche il quadro più ampio che negli ultimi giorni è tornato a emergere nel dibattito piemontese: la linea ferroviaria Pinerolo–Torino–Chivasso, ribattezzata nella quotidianità come una tratta che “accoglie” i cittadini con ritardi, cancellazioni e tempi illogici, ha inaugurato il 2026 con la stessa abitudine con cui un cattivo servizio pubblico si ripresenta: sempre uguale, sempre impunito, sempre pronto a chiedere pazienza a chi non può scegliere alternative.

E qui il tema non è più il singolo giorno storto. È la trasformazione del disservizio in sistema. Quando salta un treno in fascia di punta, non salta un mezzo: salta la giornata di chi lavora, studia, deve andare in ospedale o semplicemente arrivare in orario. È la catena che si spezza: coincidenze, turni, lezioni, appuntamenti. E se accade una volta, è un incidente. Se accade tutti i giorni, è un metodo.

Nel dibattito entra anche UNCEM, l’Unione nazionale comuni comunità enti montani, che con un comunicato avrebbe raccolto e rilanciato le proteste di sindaci e utenti, ricordando che dopo lo stop dell’estate 2025 la situazione non è davvero cambiata. E soprattutto inserendo un elemento pesantissimo: la linea dovrebbe essere nuovamente sospesa per lavori tra il 9 maggio e il 27 luglio 2026. Un altro stop. Un’altra interruzione. Un’altra serie di autobus sostitutivi, disagi, ritardi, incastri impossibili.

La domanda, a quel punto, non è più “quando finiranno i lavori?”. È: quanto può reggere un territorio quando il suo collegamento ferroviario viene trattato come un interruttore da spegnere e riaccendere? E soprattutto: come può reggere se ogni volta, oltre al disservizio, manca la comunicazione? Perché senza comunicazione non c’è solo disagio: c’è caos organizzato. Le persone restano ferme, senza sapere se aspettare o scappare verso un piano B che spesso non esiste.

Non è un caso che nel racconto dei pendolari e nelle denunce politiche torni ossessivamente un punto: l’informazione. Informazioni “esatte e tempestive”, non frasi standard, non aggiornamenti vaghi, non il “guasto generico” che spiega tutto e niente. È una richiesta che sembra banale, ma è la differenza tra un problema gestibile e un fallimento totale.

In mezzo a questo scenario, anche la politica regionale si è mossa. Il Movimento 5 Stelle, con dichiarazioni firmate da Sarah Disabato e Alberto Unia, ha parlato di una situazione “grave”, fatta di ritardi, treni cancellati e comunicazioni carenti. E ha sottolineato un paradosso che suona come una beffa: dopo lavori estivi e investimenti importanti, il servizio non garantirebbe standard adeguati e sarebbe già previsto un nuovo intervento. La domanda si impone, senza bisogno di slogan: dove si è rotto l’ingranaggio? E se l’ingranaggio è rotto da così tanto tempo, chi sta pagando davvero il conto?

Poi arriva la voce di Alice Ravinale (AVS) che avrebbe definito il quadro con una frase tagliente: “anno nuovo, disservizi di sempre”, con un affondo diretto verso la gestione regionale. E nel frattempo, mentre i comunicati si susseguono e le interrogazioni si accumulano, la vita reale resta quella delle banchine al freddo, dei minuti che diventano ore, delle giornate che iniziano già con un problema da risolvere.

Ecco perché la “Panchina dell’attesa” non è solo un gesto comunicativo. È una fotografia della frattura tra istituzioni e cittadini. Perché se un assessore comunale arriva a mettere uno scheletro su una panchina, significa che il linguaggio normale non basta più. Significa che per farsi ascoltare bisogna costruire un’immagine che urla.

Proietti, nel suo post, prova anche a indicare una direzione, non solo un’accusa. Dice chiaramente che la linea Pinerolo–Chivasso deve diventare una priorità politica regionale, non un problema da rinviare. Chiede investimenti veri, governance chiara, interventi strutturali, e cita persino l’ipotesi del “raddoppio selettivo”. Chiede un collegamento affidabile con Torino inserito in un piano integrato dei trasporti che contrasti isolamento e spopolamento. In altre parole: non si può parlare di futuro delle aree interne e poi lasciarle bloccate sui binari.

E arriva al punto finale, quello che sul cartello è stampato in maiuscolo, senza possibilità di interpretazione: “Il trasporto pubblico non è un favore concesso dalla Regione: è un diritto che oggi viene negato.”

È una chiusura che non cerca compromessi. Non chiede gentilezza. Chiede rispetto.

E adesso la domanda si sposta, inevitabilmente, da Pinerolo a Chivasso. Perché questa linea non è un affare soltanto del pinerolese. È la stessa tratta che attraversa Torino e arriva fino a Chivasso, città che vive il trasporto ferroviario come infrastruttura di vita quotidiana. E allora viene da chiederselo senza diplomazia, perché qui non c’è più tempo per la diplomazia.

Giulia Proietti con la sua installazione

E Chivasso?
L’assessore alla Mobilità Fabrizio Debernardi, che fa?

Perché la politica locale, quando il problema è grande, spesso trova rifugio nella prudenza: non esporsi, non irritare, aspettare “risposte dalla Regione”, mantenere un profilo istituzionale. Ma il punto è che mentre si mantiene il profilo, la gente perde ore. E mentre si aspetta il tavolo tecnico, gli studenti partono prima dell’alba. E mentre si invoca la competenza, i pendolari si ritrovano ancora una volta a fare la fila davanti a un autobus sostitutivo, come se fosse una soluzione e non una toppa.

L’iniziativa di Giulia Proietti mette Chivasso davanti a uno specchio: se un Comune decide di denunciare pubblicamente, con un gesto visibile e quasi brutale, l’agonia della linea, gli altri cosa fanno? Restano in silenzio? Delegano? Aspettano che l’ondata passi?

Perché c’è un rischio che questa storia ci sta raccontando con chiarezza: quando un territorio si abitua al disservizio, il disservizio diventa permanente. E quando diventa permanente, non ci sarà più nessun “ripristino”. Ci sarà solo la rassegnazione.

La “Panchina dell’attesa” serve proprio a questo: a impedire che la rassegnazione si trasformi in norma. A ricordare che non siamo davanti a una sfortuna. Siamo davanti a una responsabilità politica. E ogni giorno che passa senza una risposta credibile è un altro giorno in cui qualcuno, su quella panchina, invecchia di qualche ora. E magari, un pezzo alla volta, smette di credere che valga la pena restare.

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