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14 Gennaio 2026 - 11:42
Linea ferroviaria Chivasso–Torino-Pinerolo, anno nuovo e disservizi di sempre: spunta un'altra chiusura della linea. Scoppia la protesta
La linea ferroviaria Pinerolo–Torino–Chivasso ha inaugurato il 2026 con la stessa abitudine con cui un cattivo servizio pubblico “accoglie” chi non può permettersi alternative: ritardi, cancellazioni, tempi di percorrenza fuori da ogni logica e, soprattutto, comunicazioni spesso assenti. Per migliaia di pendolari non è un fastidio episodico, è un sistema che salta. E quando salta in fascia di punta, non salta un treno: salta la giornata di chi lavora, studia, deve essere in ospedale o semplicemente arrivare a destinazione senza dover fare l’archeologia delle coincidenze.
Mercoledì 14 gennaio, dopo giorni di proteste crescenti, si aggiunge un tassello ufficiale: l’UNCEM interviene con un comunicato che sembra scritto con la mano di chi si è stancato di sentire sempre la stessa storia raccontata come se fosse nuova. Il servizio è ripreso dopo lo stop dell’estate 2025 — la sospensione tra giugno e settembre per interventi di “miglioramento” — ma la ripartenza è stata una ripartenza solo sulla carta. UNCEM dice di ricevere le proteste di sindaci e utenti e mette un punto che in realtà è un punto e virgola: la linea dovrà essere nuovamente sottoposta a lavori tra il 9 maggio e il 27 luglio 2026, con conseguente nuova sospensione.
È questa la frase che cambia la prospettiva. Perché se il presente è già instabile, il futuro è annunciato come un altro blocco. Lavori, sospensione, sostitutivi, disagi. Ancora. La domanda allora diventa inevitabile: quanto può reggere un territorio quando l’unico collegamento ferroviario viene trattato come un interruttore da accendere e spegnere?
Nel comunicato, i sindaci chiedono alla Regione chiarimenti e l’individuazione di un servizio sostitutivo credibile, non una toppa da emergenza. E non è un dettaglio tecnico. È la richiesta politica più semplice del mondo: se chiudi una linea, devi garantire una alternativa. Se non sei in grado di garantire una alternativa, allora stai dicendo che quel territorio può essere lasciato scoperto. E quando un servizio pubblico abbandona un territorio, non lo fa mai per un giorno soltanto.
UNCEM insiste su un punto che i pendolari ripetono da mesi e che oggi viene messo in forma istituzionale: servono informazioni esatte e tempestive su ritardi, cancellazioni e motivazioni. Non frasi standard, non aggiornamenti a metà, non “guasto generico” in cui tutto e niente coincidono. Serve sapere che cosa succede e, soprattutto, quando. Perché senza informazione non c’è solo disagio: c’è caos. Le persone restano in banchina senza sapere se aspettare o se scappare verso un autobus, se chiamare qualcuno o se rinunciare. E il caos è il modo più rapido per demolire la fiducia.
Il comunicato UNCEM mette sul tavolo anche un esempio che non si può liquidare come lamentela. Un viaggio Pinerolo–Torino Lingotto dalle 7.17 alle 8.40: circa un’ora e mezza, per percorrere 33 chilometri, “il tutto in assenza di riscaldamento”. Poi il confronto che è quasi un’umiliazione: secondo il sito Trenitalia quella tratta dovrebbe essere coperta in 43 minuti. È il solito scarto fra la promessa e la realtà. È l’idea di un servizio ferroviario metropolitano che, nei fatti, diventa un percorso a ostacoli.
E non è un caso isolato. A leggere i resoconti e le segnalazioni dei comitati pendolari, e a guardare la sequenza di mattine difficili di inizio gennaio, emerge un quadro coerente: la linea SFM2 non è affidabile, nemmeno nelle fasce più delicate. E quando l’inaffidabilità colpisce studenti e lavoratori, il disagio smette di essere un problema tecnico: diventa un tema sociale. Non tutti possono “organizzarsi diversamente”. Non tutti possono comprare un’auto o permettersi un taxi. Il trasporto pubblico, per definizione, serve a chi ha bisogno di un servizio regolare. Se non è regolare, non è pubblico: è casuale.

A questo punto, dentro lo stesso dibattito, si inserisce anche la voce del Movimento 5 Stelle, con una dichiarazione netta firmata da Sarah Disabato (capogruppo regionale) e Alberto Unia (consigliere regionale). L’elenco con cui aprono è la fotografia di un servizio che si trascina: “Ingenti ritardi, disagi all’ordine del giorno, treni cancellati all’ultimo minuto, comunicazioni carenti o del tutto assenti”. E poi il giudizio politico, che non lascia spazio a interpretazioni accomodanti: “È grave la situazione della linea ferroviaria SFM2 Pinerolo–Torino–Chivasso, una tratta molto importante per migliaia di pendolari ma per la quale non si riesce a garantire un servizio efficiente agli utenti, nemmeno nelle fasce orarie più delicate, quelle che servono studenti e lavoratori”.
È un passaggio centrale, perché indica dove sta la ferita vera: il servizio non regge quando serve di più. Non è un treno cancellato alle undici di sera, non è la corsa “di contorno”. Sono gli orari di punta, quelli che dovrebbero essere blindati, protetti, garantiti. Invece saltano. E quando saltano, non si rompe solo una giornata: si rompe la credibilità dell’intero sistema ferroviario.
Disabato e Unia puntano poi il dito su un altro paradosso: i lavori estivi, i soldi spesi, le promesse di miglioramento. “Nonostante i lavori di manutenzione per circa 25 milioni di euro svolti d’estate con la soppressione del servizio, i gestori non sono stati in grado di offrire standard adeguati sulla linea ferroviaria che, tra l’altro, sarà nuovamente oggetto di interventi in primavera”. È una frase che pesa, perché non contesta il bisogno dei cantieri. Contesta la conseguenza: hai chiuso, hai speso, hai riaperto e il servizio resta fragile. Allora la domanda diventa inevitabile: dove si è rotto l’ingranaggio?
Il M5S annuncia un passaggio formale, ma con un contenuto politico: chiederà alla Giunta Cirio di farsi carico delle segnalazioni e di interfacciarsi con Trenitalia e RFI, per ottenere “una volta per tutte” “un servizio degno di questo nome”. Ed è interessante che la formula “degno di questo nome” sia esattamente la misura della frustrazione: non si sta più chiedendo l’eccellenza, si sta chiedendo la normalità.
E la normalità, in questa storia, sembra diventata un obiettivo rivoluzionario.
Poi arriva Alice Ravinale (AVS) e cambia ulteriormente il registro. Ravinale non si limita a descrivere i disagi: li incastra dentro una narrazione politica che mette alla prova la credibilità della Giunta e, in particolare, dell’assessorato ai Trasporti. Nel comunicato che accompagna una nuova interrogazione, Ravinale taglia corto: “Anno nuovo, disservizi di sempre”. E aggiunge una stilettata: “Gabusi cosa ci inventerà questa volta pur di non affrontare il problema?”
Qui si entra nel cuore del tema piemontese: la gestione delle criticità come esercizio di comunicazione. Ravinale ricorda che a inizio novembre, quando AVS aveva posto il tema con un question time, la Giunta aveva scelto “la tattica del chiodo di Salvini”, riducendo tutto a una causa esterna: “colpa degli scioperi”. Però — e questo è il punto — la stessa Giunta avrebbe anche assicurato che da novembre il servizio sarebbe tornato regolare.
Secondo Ravinale, non è successo nulla del genere. Anzi, la cronaca dei primi giorni del 2026 sarebbe persino peggiore: “Cancellazioni e ritardi continuano ad essere cronici, con quasi dieci treni cancellati all’ultimo minuto soltanto negli ultimi tre giorni, e con tempi di percorrenza in alcuni casi quasi triplicati”. Viene citato un episodio preciso, che torna anche nelle segnalazioni dei pendolari: il treno delle 17.30 da Lingotto a Pinerolo, due giorni fa, avrebbe impiegato quasi tre volte il normale. E in mezzo, la stessa costante: “la comunicazione ai passeggeri rimane totalmente carente”.
Il riferimento ai lavori estivi ritorna anche qui, quasi come un conto che nessuno vuole davvero pagare fino in fondo: la linea è stata sospesa, sono stati annunciati interventi per 25 milioni di euro, che avrebbero dovuto migliorare “significativamente” la qualità del servizio. Nuovi lavori sono previsti per la fine della primavera 2026, ma — scrive Ravinale — la linea resta totalmente inaffidabile, pur essendo fondamentale per studenti e lavoratori.
E qui la politica incontra l’amministrazione, e non può far finta di niente.
Perché l’interrogazione di Ravinale, datata 9 gennaio 2026, ricostruisce nel dettaglio la vicenda: la sospensione tra il 15 giugno e il 14 settembre 2025, i lavori di potenziamento infrastrutturale, il ritorno alla “regolare circolazione” annunciato da RFI dal 15 settembre, e poi la realtà: già dal primo giorno corse soppresse e ritardi significativi, anche senza criticità strutturali che giustificassero un caos simile.
Nell’interrogazione si citano anche episodi concreti dell’autunno: guasti agli impianti tra Airasca e Piscina, treni fermi, corse cancellate dopo None, e un dato che racconta meglio di mille polemiche: secondo statistiche richiamate nel testo, solo il 68,3% dei treni tra metà settembre e inizio novembre sarebbe stato puntuale, con 98 treni soppressi.
Ravinale chiede alla Giunta una cosa che, dopo mesi di annunci, diventa quasi una provocazione: quali sono gli esiti del monitoraggio promesso? E soprattutto: perché il “trend positivo” annunciato a novembre non si è visto? E infine: cosa intende fare la Regione per tutelare davvero il diritto alla mobilità dei pendolari?
In mezzo a UNCEM, M5S e AVS, la fotografia è ormai completa: non è più “un periodo complicato”. È una linea che vive di emergenze continue e che rischia di entrare nella categoria più pericolosa per un servizio pubblico: quella in cui nessuno si aspetta più che funzioni.
E allora la domanda finale non è nemmeno tecnica, né solo politica. È una domanda di dignità quotidiana: quanto vale il tempo di chi non vive nel centro di Torino? Quanto vale la pazienza di chi sale su un treno al freddo, con orari che non significano niente, e con una comunicazione che arriva sempre dopo? Perché il problema, qui, non è che un treno sia in ritardo. Il problema è che a essere in ritardo — ancora una volta — è l’idea stessa di servizio pubblico.
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