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15 Gennaio 2026 - 11:17
Michela, Anna e le vite appese a un respiro alla Terapia Intensiva Neonatale di Novara
Ci sono storie che iniziano prima ancora di essere pronte a cominciare. Storie che nascono in anticipo, quando il tempo biologico non ha ancora completato il suo corso e ogni minuto diventa una conquista. Michela, nome di fantasia, è una di queste. È venuta al mondo nel giugno 2025, alla 24ª settimana di età gestazionale, con un peso di poco superiore ai 500 grammi. Un battito fragile, un respiro incerto, una presenza minuscola che fino a non molti anni fa sarebbe stata considerata ai limiti dell’impossibile.
Alla soglia delle 24 settimane, la sopravvivenza era un’eccezione. Oggi non è più così. Non perché la fragilità sia scomparsa, ma perché la neonatologia ha spinto in avanti i confini della possibilità, grazie al progresso tecnologico, alle terapie avanzate, alla costruzione di reti assistenziali integrate. In questo scenario, l’Azienda ospedaliero-universitaria Maggiore della Carità di Novara rappresenta uno dei nodi centrali di un sistema che non si limita a curare, ma accompagna, sostiene, attende.
Michela entra nella Terapia Intensiva Neonatale di Novara come fanno ogni anno tanti bambini nati troppo presto. Circa l’1% dei nati vivi nel mondo nasce prima della 28ª settimana di gestazione. Sono neonati che non conoscono gradualità: fin dal primo istante hanno bisogno di cure altamente specialistiche, di assistenza continua, di decisioni cliniche che pesano come macigni. Ogni parametro va monitorato, ogni intervento calibrato, ogni scelta condivisa da un’équipe che lavora al limite della precisione.

Nel caso di Michela, il percorso è stato segnato da fasi clinicamente delicatissime. Momenti in cui l’equilibrio era instabile, in cui bastava poco perché tutto si incrinasse. L’estrema immaturità dei polmoni ha reso il sostegno respiratorio uno dei nodi più complessi. Non si tratta solo di ventilare, ma di accompagnare una crescita che non deve essere forzata, evitando danni e sostenendo uno sviluppo che avviene giorno dopo giorno, grammo dopo grammo.
Accanto alle macchine, alle terapie, alle competenze, c’è però anche altro. C’è una voglia di vivere che non si misura con gli strumenti clinici. Michela, come raccontano i medici, ha mostrato fin dall’inizio una tenacia sorprendente. Una resistenza silenziosa che si è intrecciata con il lavoro coordinato di un’équipe altamente specializzata. Ed è proprio questo intreccio, tra scienza e vita, a rendere possibile ciò che un tempo era impensabile.
Alla fine del ricovero, i genitori di Michela hanno lasciato allo staff della TIN di Novara parole che raccontano più di qualsiasi dato statistico il valore umano di questo percorso: «Quando le ore scorrevano veloci chiusi in TIN, siete diventati i nostri amici e la nostra famiglia. Alla nostra piccola racconteremo di voi, perché fate parte della sua storia». Una frase che restituisce il senso di un reparto dove il confine tra cura e relazione si fa sottile, necessario.
La storia di Anna, anche lei nome di fantasia, segue un percorso diverso ma non meno impegnativo. Nata prematura e affetta da una malformazione congenita, ha dovuto affrontare un intervento chirurgico a pochi giorni di vita. Un inizio che mette alla prova non solo il corpo di una neonata, ma anche la capacità di una struttura di rispondere in modo integrato. Chirurgia, terapia intensiva, assistenza continuativa, relazione con la famiglia: tutto deve funzionare come un unico organismo.
Il cammino di Anna è stato costruito attraverso un lavoro multidisciplinare, con un’attenzione costante non solo agli aspetti clinici, ma anche al vissuto emotivo dei genitori. La mamma di Anna ha scelto di condividere la sua esperienza in una lettera rivolta ad altri genitori che si affacciano per la prima volta alla porta della Terapia Intensiva Neonatale. Parole che non edulcorano il dolore, ma lo attraversano: «Lasciate che il dolore vi attraversi, lasciate scorrere le lacrime, chiudetevi per sentire tutta la rabbia, ma rialzatevi, trovate dentro di voi il coraggio. Guardate vostro figlio, guardate vostra figlia, sta combattendo più di voi per poter rimanere aggrappato o aggrappata alla vita».
Storie come quelle di Michela e Anna non sono eccezioni isolate. Sono il racconto quotidiano della TIN di Novara, come spiega il dottor Marco Binotti, direttore della struttura: «Le storie di Michela e Anna non sono eccezioni, ma raccontano il lavoro quotidiano della Terapia Intensiva Neonatale: un lavoro fatto di attenzione continua, decisioni ponderate e collaborazione tra professionalità diverse. Raccontano anche l’evoluzione della neonatologia e ci dicono a che punto siamo arrivati oggi».
La Terapia Intensiva Neonatale di Novara è uno dei punti di riferimento regionali per la cura dei neonati più fragili. Non è solo un reparto, ma un nodo di una rete che si estende ben oltre l’ospedale. Accanto all’attività clinica opera infatti il Servizio di Trasporto di Emergenza Neonatale (STEN), che garantisce assistenza e trasferimento dei neonati critici su un territorio vastissimo, dalle risaie del Vercellese fino alle aree montane del Piemonte settentrionale, al confine con la Svizzera. Un bacino che copre circa 4.500 nati ogni anno.
Lo STEN rappresenta una delle colonne portanti dell’equità dell’assistenza. Significa che il luogo di nascita non determina le possibilità di cura. Ogni neonato, anche se nasce in un contesto periferico, può accedere alle stesse opportunità. In questo sistema integrato, Novara ha un ruolo strategico: è il secondo punto nascita del Piemonte per numero di parti e un perno della rete materno-infantile regionale.
Accanto alla dimensione organizzativa, c’è quella tecnologica. Come sottolinea il direttore generale dell’AOU di Novara, Stefano Scarpetta, «la TIN di Novara si distingue per l’elevato livello tecnologico e clinico dell’assistenza: il reparto è dotato di strumenti di ultima generazione per la ventilazione neonatale, oltre ad essere centro di riferimento per l’ipotermia terapeutica, che richiede competenze specifiche, organizzazione dedicata e un’elevata integrazione multidisciplinare».
Ma la tecnologia, da sola, non basta. A fare la differenza è anche l’attenzione alla dimensione umana della cura. I genitori non sono spettatori, ma parte integrante del percorso assistenziale. Vengono accompagnati, sostenuti, ascoltati. Un lavoro reso possibile anche grazie alla collaborazione con associazioni di volontariato come Neo-N, che affiancano l’équipe sanitaria offrendo supporto e vicinanza nei momenti più delicati.
Il quadro più ampio lo restituisce l’assessore alla Sanità della Regione Piemonte, Federico Riboldi, che ricorda come «il Piemonte presenta livelli di mortalità nei primi anni di vita inferiori alla media europea, un indicatore della qualità e dell’equità dell’assistenza sanitaria. Un risultato che nasce da un sistema integrato di punti nascita, servizi di trasporto dedicati, terapie intensive neonatali e competenze professionali diffuse sul territorio». Un lavoro quotidiano, spesso silenzioso, che permette alla sanità di fare ciò che le è più difficile: accompagnare la vita fin dal suo inizio, anche quando tutto sembra fragile, incerto, sospeso.
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