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Il Toro ruggisce all’Olimpico, elimina la Roma e si prende la Coppa con una notte da ricordare

Tre gol, una personalità feroce e un finale da film: la squadra di Baroni espugna Roma, vola ai quarti e ritrova certezze, uomini e futuro

Il Toro ruggisce all’Olimpico, elimina la Roma e si prende la Coppa con una notte da ricordare

Il Toro ruggisce all’Olimpico, elimina la Roma e si prende la Coppa con una notte da ricordare

C’è un momento, nel calcio, in cui tutto torna al suo posto. Le attese, le scelte, perfino i silenzi diventano improvvisamente chiari. Per il Torino, quella notte è arrivata all’Olimpico, in una Coppa Italia che doveva essere il terreno di conquista della Roma e che invece si è trasformata nel palcoscenico di una delle vittorie più rumorose e identitarie della stagione granata. Finisce 3-2, ma il punteggio racconta solo in parte quello che si è visto in campo: un Toro sempre avanti, sempre dentro la partita, sempre pronto a colpire di nuovo quando la Roma provava a rialzare la testa.

La squadra di Baroni entra nello stadio con un’idea precisa: non subire, non aspettare, non concedere comfort. Il Torino gioca alto, aggredisce, sceglie di rischiare. È una scelta di personalità, che paga già nel primo tempo. Al 35’, Ché Adams riceve al limite, si gira con naturalezza e disegna un destro chirurgico che si infila nell’angolino. È il gol che rompe l’equilibrio e manda un messaggio: il Toro non è venuto a difendersi.

La Roma incassa, ma non crolla. Gasperini cambia subito qualcosa e a inizio ripresa trova il pari con Hermoso, appena entrato, bravo a sganciarsi e a chiudere una giocata personale con freddezza. È l’1-1, ma dura poco. Il Torino non arretra, non si disunisce, non perde ritmo. Anzi, rilancia. Ancora Adams, ancora dentro l’area, ancora decisivo: cross teso di Vlasic, girata secca, 2-1. Doppietta personale, partita rimessa nelle mani granata.

La Roma si affida ai giovani, e trova il nuovo pareggio con Arena, sedici anni e una sfrontatezza che non sente il peso del contesto. È il 2-2, il momento in cui la gara sembra scivolare verso i rigori. L’Olimpico ci crede, la Roma spinge, il Torino stringe i denti. Ma è qui che emerge il segno delle squadre vere: quelle che non aspettano il destino, ma lo vanno a prendere.

Al 90’, quando le gambe sono pesanti e la testa rischia di farsi fragile, arriva la giocata che cambia tutto. Emirhan Ilkhan trova spazio, tempo e coraggio. Il tiro è secco, deciso, senza paura. È il 3-2 che gela lo stadio e manda il Torino ai quarti di finale, dove lo aspetta l’Inter. Un gol che vale una qualificazione, ma anche molto di più.

Perché Ilkhan, in questa storia, non è solo il match winner. È il simbolo di un percorso accidentato, di aspettative alte, di scelte sbagliate e di una crescita che sembrava essersi fermata. Arrivato a Torino come promessa del calcio turco, pagato caro, messo subito sotto pressione, era finito ai margini dopo una bocciatura pesante, prestiti e un infortunio che ne avevano rallentato l’ascesa. Questa stagione, però, ha raccontato un’altra storia. Prestazioni solide, segnali continui, fino a quella notte romana che lo restituisce al Torino come patrimonio vero, non più come scommessa.

Ilkhan, il match winner della serata

Se Ilkhan firma il finale, Ché Adams è il volto della partita. Due gol, presenza costante, lavoro sporco e qualità nei momenti chiave. Non segnava da settimane, eppure non ha mai smesso di essere centrale nel gioco offensivo granata. All’Olimpico si prende la scena, si prende la squadra, si prende la Coppa. Dopo la partita lo dice con semplicità, senza enfasi: «Era una partita importante, vincere qui significa molto per tutti. Sono contento di poter aiutare la squadra, segnare è sempre una soddisfazione». Parole sobrie, ma pesanti, che allontanano anche le voci di mercato e ribadiscono una verità chiara: questo Torino passa anche, e soprattutto, da lui.

Dall’altra parte resta una Roma ferita. Gasperini prova a guardare il bicchiere mezzo pieno, sottolinea la reazione, la capacità di rimontare due volte, il coraggio dei giovani. In televisione non alza i toni, ma lascia trasparire un disagio che va oltre la singola partita. «Abbiamo fatto anche cose buone, abbiamo recuperato due volte e creato occasioni. Pensavamo di arrivare ai rigori», dice, prima di lasciarsi scappare quella battuta sul mercato che fotografa uno stato d’animo più profondo: «Forse avete notizie migliori delle mie». È una frase che pesa, perché racconta una squadra ancora in costruzione, sospesa tra progetto e necessità immediate.

Il Torino, invece, esce dall’Olimpico con una certezza nuova. Non solo per il risultato, ma per come è arrivato. Sempre avanti, sempre lucido, sempre dentro la partita. Una squadra che sa soffrire, ma che non rinuncia mai a giocare. Una squadra che ha trovato uomini, soluzioni e una direzione. La Coppa Italia, spesso considerata un contorno, diventa così un acceleratore di identità.

Ora c’è l’Inter ai quarti, a San Siro, e nessuno si illude che sarà semplice. Ma questa notte cambia la prospettiva. Cambia il modo in cui il Torino guarda al proprio cammino. Non più solo solidità e sacrificio, ma ambizione dichiarata. Il Toro ruggisce, e lo fa lontano da casa, nel modo più rumoroso possibile.

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