Dalle cene d’affari al carcere venezuelano, dal mondo dorato dello sport a una detenzione durata oltre un anno con accuse mai chiarite. La parabola di Mario Burlò, 53 anni, imprenditore e immobiliarista torinese, si riassume tutta in una frase che chi lo conosce continua a ripetere: «con il sorriso e la forza d’animo del trascinatore». Burlò è stato liberato nella notte dalle prigioni della Repubblica bolivariana del Venezuela, dove era trattenuto da più di dodici mesi, e ora potrà rientrare in Italia, dove lo attendono diversi procedimenti giudiziari.
La telefonata tanto attesa è arrivata alle 4:51 del mattino dal consolato italiano di Caracas. Dall’altra parte della linea c’era Gianna, la figlia, che ha potuto finalmente parlare con il padre dopo mesi di silenzio. «È la fine di un incubo», si è sfogata la donna con le persone che le erano accanto. Le condizioni dell’imprenditore, almeno secondo quanto riferito, sarebbero buone. «Sta benone», ha confermato Maurizio Basile, l’avvocato che assiste Burlò nei suoi procedimenti giudiziari in Italia.
Il racconto delle condizioni di detenzione è però durissimo. Nella prima telefonata dopo la liberazione, Burlò ha parlato proprio con il suo legale, descrivendo un’esperienza estrema. «Non so cosa sia Alcatraz con precisione, ma le assicuro che qui siamo andati oltre», ha detto, secondo quanto riportato dall’edizione online de La Stampa. E poi il dettaglio più crudo: «Mi hanno costretto a dormire sul pavimento per 14 mesi. Ho perso 30 chili, ho cercato di fare degli esercizi di ginnastica per tenermi impegnato e resistere, ma è stata davvero durissima. Mi accusavano di terrorismo, pensi che assurdità».
Tra le prime telefonate da uomo libero, oltre a quella con l’avvocato, c’è stata ancora una volta quella alla figlia. Gianna ha raccontato all’ANSA l’emozione e la paura accumulate in mesi di attesa. «È la fine di un incubo, sono stati mesi lunghissimi e devo dire che ho temuto il peggio. La telefonata di papà è arrivata alle 4.30 del mattino. Mi sono emozionata e mi sono messa a piangere. Mi ha detto che non vedeva l’ora di tornare a casa e dalla voce mi è sembrato che stesse bene». Ma c’è un dettaglio che l’ha colpita profondamente: «Mi ha fatto molta impressione vedere che è stato rasato. Non credo che abbia passato dei bei momenti».
Prima dell’arresto in Venezuela, Burlò era un nome noto nel mondo delle sponsorizzazioni sportive. Con la sua Oj Solutions, società di outsourcing, aveva fatto irruzione nel settore sostenendo squadre e realtà di primo piano, dal calcio al basket. Un’ascesa rapida, accompagnata da una crescente visibilità, che si è però intrecciata con una serie di vicende giudiziarie. Nel 2020 l’imprenditore fu arrestato nell’ambito dell’inchiesta “Fenice” sulle infiltrazioni della ’ndrangheta in Piemonte. Accuse che Burlò ha sempre respinto, negando qualsiasi contatto con i boss.
Al centro dell’indagine c’era l’acquisto di una villa sulla collina di Moncalieri, l’abitazione in cui aveva vissuto Vidal quando militava nella Juventus. L’immobile, inizialmente valutato 500 mila euro, venne acquistato da Burlò per 325 mila euro, con il versamento di numerose provvigioni a diversi mediatori. Un’operazione che ha sollevato sospetti, ma che, secondo quanto emerso, non avrebbe avuto legami con la criminalità organizzata.
Nel novembre del 2024, alla vigilia del processo in Cassazione, Burlò lasciò l’Italia sostenendo di voler esplorare nuove opportunità imprenditoriali all’estero. Quando, nel febbraio del 2025, la Suprema Corte lo scagionò annullando la condanna senza rinvio e ordinando anche la restituzione della villa, l’imprenditore era già detenuto in Venezuela, all’insaputa dei suoi legali.
Ora il rientro in Italia è imminente: l’arrivo a Torino è previsto per la mattinata di domani. Qui, però, la sua vicenda giudiziaria non è affatto conclusa. Burlò dovrà affrontare diversi processi in varie località, due dei quali proprio a Torino, per illeciti di natura societaria e fiscale. Dal mondo dorato delle sponsorizzazioni sportive alle carceri venezuelane, passando per aule di tribunale ancora da attraversare, la sua storia resta sospesa tra liberazione e nuove attese giudiziarie.