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11 Gennaio 2026 - 22:19
Giulia Lamarca, psicologa, scrittrice, content creator, mamma, paraplegica dall’età di 19 anni: è tra i tedofori
Torino riabbraccia la fiamma olimpica vent’anni dopo il 2006, ma lo fa mostrando tutte le sue contraddizioni. Festa, memoria, orgoglio industriale e istituzionale. E, a pochi metri, protesta politica, cartelli, bandiere, accuse. Milano-Cortina 2026 passa dal cuore della città e restituisce un’immagine nitida: lo sport che unisce, ma non mette più tutto a tacere.
A Mirafiori, davanti a circa 1.500 dipendenti, John Elkann richiama lo spirito di Torino 2006 come un patrimonio da rivivere. È bello essere qui per un momento di festa, un momento olimpico, dice il presidente di Stellantis, ricordando il viaggio della fiamma negli stabilimenti del gruppo – da Pomigliano a Melfi, da Modena fino a Torino – e sottolineando una continuità che resiste al tempo e alle trasformazioni industriali. Tante cose sono successe, ma lo spirito è sempre lo stesso, afferma, legando l’evento olimpico all’identità dell’azienda e del Paese, prima di augurare in bocca al lupo a tutti gli atleti delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi.
Accanto a lui, Emanuele Cappellano, responsabile Stellantis Europa, racconta l’emozione di essere stato l’ultimo tedoforo nel percorso interno al gruppo. Questo per me è lo sport, è suo il potere, aggiunge Andrea Macrì, atleta italiano cresciuto a Torino, ricordando come Torino 2006 abbia cambiato quartieri, creato discipline, lasciato segni ancora visibili sulla vita quotidiana.

Poco più in là, però, il clima cambia. In piazza Castello, mentre la fiamma conclude il suo percorso piemontese, sfilano gruppi di manifestanti. “Fuori Israele dalle Olimpiadi”, “No sport washing”, “Il genocidio non è una specialità olimpica”: i cartelli parlano chiaro. Bandiere palestinesi si mescolano a quelle del Venezuela, con la scritta “Maduro libero”. La fiamma passa, la folla guarda, la protesta attraversa la piazza senza fermare il rito, ma senza nemmeno farsi ignorare. È la tregua olimpica evocata nei discorsi ufficiali che, nella realtà, mostra tutte le sue crepe.
Il percorso simbolico della torcia tocca anche la Mole Antonelliana, davanti al Museo Nazionale del Cinema. A portarla è Giulia Lamarca, psicologa, scrittrice, content creator, mamma, paraplegica dall’età di 19 anni. Una scelta che parla di inclusione più di molti slogan. Lamarca ha trasformato la disabilità in racconto, viaggio, formazione. È per noi un onore che la torcia passi di nuovo davanti alla Mole, sottolineano Enzo Ghigo e Carlo Chatrian, presidente e direttore del Museo: un passaggio che lega immaginario, città e memoria collettiva.
Sul fronte istituzionale, il sindaco Stefano Lo Russo rivendica il lascito del 2006 come orgoglio torinese, davanti agli ex primi cittadini Valentino Castellani e Sergio Chiamparino. Penso che l’eredità più importante sia stata proprio questa, dice, augurando buon lavoro a Milano e Cortina e ricordando come i Giochi proietteranno l’Italia nel mondo. Poi il passaggio più politico: Uno dei grandi messaggi dello sport è l’amicizia tra i popoli. Sarebbe un bellissimo regalo se Milano-Cortina 2026 portasse un po’ di pace.
Torino, intanto, fa i conti con la realtà. La fiamma unisce e divide, accende ricordi e tensioni, celebrazioni e contestazioni. Vent’anni dopo, lo spirito olimpico viene evocato da palchi e microfoni. In strada, però, qualcuno chiede di guardare anche ciò che quel fuoco illumina fuori dalla coreografia. E forse è proprio qui, tra applausi e cartelli, che si misura davvero il peso di un’Olimpiade nel presente.
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