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12 Gennaio 2026 - 14:30
Il cooperante Alberto Trentini liberato in Venezuela: San Mauro Torinese esulta (foto: Burlò e Trentini)
San Mauro Torinese non si è limitata a “prendere atto” di una notizia attesa. La liberazione di Alberto Trentini, arrivata il 12 gennaio dopo 423 giorni di detenzione nel carcere venezuelano di El Rodeo senza accuse formali, è giunta in una città che, nei mesi precedenti, aveva già scelto di esporsi.
Lo aveva fatto con un atto politico preciso, votato a larga maggioranza dal Consiglio comunale il 26 novembre scorso, quando la vicenda del cooperante italiano era entrata ufficialmente nell’agenda istituzionale con un ordine del giorno che impegnava Governo e autorità competenti a lavorare attivamente per la sua liberazione. Non una mozione rituale, ma una presa di posizione chiara, maturata dentro un dibattito consiliare che aveva riconosciuto in quella detenzione arbitraria una questione di diritti e di dignità umana, prima ancora che di politica estera.
La notizia della scarcerazione, arrivata nelle prime ore di lunedì, ha così trovato una comunità già consapevole della posta in gioco. Trentini, cooperante internazionale, era finito nel sistema penitenziario venezuelano senza un capo d’imputazione, in un limbo giuridico che per oltre un anno aveva tenuto sospesa la sua vita e quella dei suoi familiari.
La sua liberazione è avvenuta insieme a quella di altri prigionieri politici venezuelani e stranieri, tra cui il connazionale Mario Burlò, figura meno nota al grande pubblico ma altrettanto emblematica di una vicenda che parla di arresti opachi, di diplomazia silenziosa e di un’umanità che rischia di perdersi dietro le categorie astratte dei rapporti internazionali.
Nel caso di Burlò, come in quello di Trentini, il dato che colpisce è l’assenza di un processo, di un’accusa formalizzata, di una spiegazione che potesse almeno dare un nome alla detenzione. Due storie diverse, ma accomunate dalla stessa fragilità: quella di cittadini italiani finiti dentro un sistema che ha sospeso le garanzie minime dello Stato di diritto. La loro liberazione, letta insieme, restituisce il senso di un passaggio più ampio, che va oltre il singolo caso e interroga il valore concreto delle azioni diplomatiche quando vengono messe al servizio delle persone, non degli equilibri astratti.
A San Mauro Torinese, la soddisfazione istituzionale non si è tradotta in trionfalismi. C’è stata piuttosto la consapevolezza di aver fatto, nel proprio piccolo, ciò che era possibile fare. L’ordine del giorno approvato a novembre ha contribuito, almeno in parte, a tenere accesa l’attenzione anche a livello locale, a non normalizzare una detenzione che normale non era.
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In questo quadro si aggiunge anche la reazione di don Luigi Ciotti, che alla liberazione di Trentini ha voluto rispondere con una lettera personale. Non un gesto scontato, e nemmeno isolato. Don Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, è cittadino onorario di San Mauro Torinese dal settembre 2025, quando il Comune gli ha conferito ufficialmente le chiavi della città al termine di una cerimonia intensa e partecipata al Cinema Teatro Gobetti.
Una scelta che aveva riconosciuto non solo il valore nazionale del suo impegno, ma anche il legame concreto con il territorio, segnato dalla presenza storica di realtà come Villa Ulrich, attiva dal 1992 nell’accoglienza di mamme e bambini in condizioni di fragilità, e Villa Santa Croce, inaugurata nel 2018 e oggi punto di riferimento per donne, minori, migranti e rifugiati.
La parola di don Ciotti, in questo contesto, pesa perché non arriva dall’esterno. Quando definisce Trentini «un uomo generoso, figlio di un’Italia che crede nella pace, nella libertà e nella dignità di tutti gli esseri umani», parla una voce che a San Mauro è parte di un “noi” costruito nel tempo.
È la stessa voce che, durante la cerimonia di conferimento della cittadinanza onoraria, aveva invitato a diffidare dei “navigatori solitari” e a riconoscere il valore delle responsabilità condivise. La sua lettera a Trentini si colloca su quella stessa linea: non l’eroizzazione del singolo, ma il riconoscimento di un percorso di vita coerente, speso accanto ai più fragili.
La liberazione di Trentini e Burlò chiude dunque una pagina dolorosa, ma ne apre un’altra, che riguarda il modo in cui le istituzioni locali scelgono di stare dentro le grandi questioni del nostro tempo.
San Mauro Torinese, con il voto di novembre e con la reazione recente, ha mostrato che anche un Comune può esercitare una forma di responsabilità politica che non si limita all’amministrazione dell’ordinario.
La vicenda di Alberto Trentini ricorda oggi che ci sono storie che meritano di essere accompagnate fino in fondo. Non per appropriazione simbolica, ma per rispetto. E se oggi San Mauro può accogliere questa liberazione come una notizia che la riguarda da vicino, è perché nei mesi scorsi ha scelto di non voltarsi dall’altra parte.
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