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A Settimo Torinese pericolo "bimbi minchia"

Spunta un cartello scritto a mano: “Pericolo bimbi minchia”. Non è nel Codice della Strada, ma racconta meglio di qualunque comunicato l’esperimento urbano tra mobilità green, asfalti da terzo mondo e realtà quotidiana

Pericolo "bimbi minchia"

Pericolo "bimbi minchia"

Toh! Guarda... Un nuovo sistema di segnaletica urbana a Settimo Torinese. Non è ancora passato dal Ministero delle Infrastrutture, non ha timbri, non ha codici alfanumerici e non sarà mai oggetto di una conferenza stampa della sindaca Elena Piastra. Ma funziona benissimo. È diretto, immediato e soprattutto dice la verità. Altro che pittogrammi europei, campagne di sensibilizzazione o assessori sorridenti davanti a slide piene di frecce verdi. Qui il messaggio è chiaro, scolpito nella sostanza prima ancora che nel pennarello: “Pericolo bimbi minchia”. Fine. Più chiaro di così solo il silenzio. O il rumore secco di una caduta sull’asfalto.

Il cartello – scritto a mano su un dissuasore della ciclabile – non rientra nel Codice della Strada, ma entra di diritto nel codice della realtà. Fotografa alla perfezione il clima che si respira in città da quando sono arrivati i monopattini elettrici in sharing, annunciati come la rivoluzione green della mobilità urbana e diventati, nel giro di poche settimane, una sorta di esperimento sociologico a cielo aperto. Un grande test collettivo: quanto può resistere una ciclabile prima di trasformarsi in una pista da autoscontri? E soprattutto: quanto può resistere un cittadino prima di perdere la pazienza e scrivere quello che tutti pensano?

pericolo

A Settimo Torinese il servizio è attivo, moderno, station based, tutto molto ordinato sulla carta. Monopattini ed e-bike, app sul telefono, stalli dedicati, tariffe chiare, sostenibilità, futuro, innovazione, parole bellissime che stanno benissimo nei comunicati. Poi però c’è la realtà, che come spesso accade non legge i comunicati stampa. E la realtà dice che sulle ciclabili circolano adulti distratti, ragazzi lanciati come se fossero a Monza, utenti improvvisati al primo giro della vita e qualche genitore terrorizzato che prova ad attraversare con un bambino chiedendosi se sia più pericoloso il traffico o l’asfalto.

Già, l’asfalto. Perché tutto questo succede in una città dove le strade sembrano uscite da un documentario sui Paesi in via di sviluppo, con buche, rattoppi, avvallamenti e crateri che rendono ogni tragitto un’esperienza sensoriale completa. Guidare un monopattino qui non è mobilità dolce: è enduro urbano. Vibra tutto, dal manubrio alle certezze. E in questo scenario da rally africano, la ciclabile diventa una terra di mezzo dove l’equilibrio è una virtù e la fortuna una competenza fondamentale.

Da qui il cartello. Non elegante, non istituzionale, non adatto a un depliant turistico. Ma tremendamente onesto. Perché il punto non è il linguaggio – che scandalizza solo chi la strada la guarda dal finestrino – ma il contenuto. Il contenuto dice: attenzione, qui qualcuno può farsi male. E lo dice meglio di qualunque adesivo comunale con l’omino stilizzato che sorride mentre cade.

È una segnalazione spontanea, popolare, figlia di quella pedagogia urbana che nasce quando l’amministrazione arriva dopo. Molto dopo. Quando il problema è già lì, visibile, quotidiano, e qualcuno decide che aspettare l’ennesimo tavolo tecnico è tempo perso. Meglio un pennarello.

I monopattini, per legge, dovrebbero andare piano, rispettare le regole, fermarsi, dare precedenza, non invadere i marciapiedi, non fare slalom tra pedoni e bambini. Nella vita reale, invece, vanno come vanno le cose reali: un po’ sì, un po’ no, un po’ chi se ne frega. E così la ciclabile – che dovrebbe essere uno spazio protetto – diventa un luogo dove chi passa spera che dall’altra parte non arrivi nessuno troppo convinto di essere immortale o, peggio, troppo fiducioso nella tenuta dell’asfalto.

Intendiamoci... il cartello “Pericolo bimbi minchia” non è un insulto ai bambini. È un grido d’allarme. È la versione settimese del “qui manca qualcosa”. Manca il controllo, manca la prevenzione, manca forse anche un po’ di buon senso collettivo. E allora ci pensa qualcuno, pennarello alla mano, a mettere un avviso che non troverete nei manuali di urbanistica ma che chiunque capisce al primo colpo, senza bisogno di legenda.

Alla fine resta una domanda semplice, che nessuno ama farsi: se per segnalare un pericolo reale serve un cartello scritto così, il problema è il cartello o tutto il resto? Insomma, a Settimo Torinese la mobilità del futuro è arrivata. L’asfalto no. E la sicurezza, probabilmente, è ancora parcheggiata nello stallo sbagliato, magari sopra una buca.

Il bimbo minchia...

Settimo Torinese è ufficialmente entrata in una nuova fase della sua storia urbana: l’era del bimbo minchia. Non un bambino reale, sia chiaro, ma una categoria dello spirito. Una metafora vivente. Un prodotto a chilometro zero. Il bimbo minchia attraversa le ciclabili, sbuca tra i crateri dell’asfalto, convive con i monopattini lanciati a sentimento e cresce sereno nella città più rimbambita d’Italia, quella dove tutto è sempre raccontato benissimo e realizzato malissimo.

Il bimbo minchia non nasce cattivo. Nasce a Settimo. Che è già una condizione urbanistica. Cresce in una città dove ogni annuncio viene accompagnato da un sorriso rassicurante della sindaca, una pacca sulla spalla all’assessore di turno e la promessa che “stiamo lavorando per voi”. Una città dove la mobilità sostenibile arriva prima delle strade sostenibili, e i monopattini vengono lanciati come simbolo di progresso su asfalti che sembrano reduci da un conflitto.

Il cartello comparso sulla ciclabile – “Pericolo bimbi minchia” – non è vandalismo. È partecipazione civica avanzata. È l’unica forma di consultazione popolare che abbia prodotto un risultato comprensibile. È la risposta spontanea a una politica tutta sorrisi e storytelling, dove va sempre tutto bene, anche quando va palesemente tutto storto. È la frase che nessuna giunta oserebbe mai pronunciare, ma che descrive perfettamente la situazione.

Perché mentre Elena Piastra sorride, stringe mani, fa organizzare festival dell'innovazione e parla di futuro green, la città reale vibra. Vibra sotto le ruote dei monopattini, vibra sotto i piedi dei pedoni, vibra sopra buche che ormai hanno una loro identità territoriale. Il bimbo minchia, in questo scenario, non è un problema: è una conseguenza. È il figlio legittimo di una città che annuncia prima di pensare e inaugura prima di sistemare.

A Settimo Torinese si governa così: si racconta il futuro ignorando il presente. Si parla di innovazione mentre le ciclabili diventano piste da sopravvivenza. Si sorride sui social in diretta streaming mentre la sicurezza viene affidata alla speranza e a qualche cartello scritto a mano. Il bimbo minchia corre perché nessuno gli ha mai spiegato seriamente dove fermarsi. E nessuno lo fa, perché fermarsi significherebbe ammettere che qualcosa non funziona.

Il bimbo minchia è il risultato di una politica delle pacche sulle spalle, delle parole gentili, dei problemi rimandati. È il frutto di una città che preferisce indignarsi per una parola scritta a pennarello piuttosto che per una buca larga mezzo metro. Che si scandalizza per il linguaggio ma non per il contesto. Che difende l’immagine mentre la realtà inciampa.

Alla fine, quel cartello dice quello che Settimo Torinese non riesce più a dirsi allo specchio: che forse servirebbe meno narrazione e più manutenzione. Meno futuro annunciato e più presente sistemato. Meno rimbambimento.

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