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L’ex arbitro Minelli accusa l’AIA e Rocchi: "Ecco perché mi sono dimesso"

Arbitri nel caos, VAR senza regole e una dirigenza sotto accusa: l’attacco di un ex AIA scuote il sistema e riapre una domanda scomoda sul calcio italiano

l’ex arbitro Minelli accusa l’AIA e chiama in causa Rocchi

«Falsificazioni, caos e indicazioni contraddittorie»: l’ex arbitro Minelli accusa l’AIA e chiama in causa Rocchi

La parola più ricorrente non è errore. È sistema. Ed è proprio il sistema arbitrale italiano che ieri, 8 gennaio, è finito sotto una raffica di accuse pesantissime pronunciate da Daniele Minelli, ex arbitro e VAR dell’AIA, intervenuto ai microfoni di CRC, radio partner della SSC Napoli. Non una sfuriata da tifoso, ma il j’accuse di chi quel mondo lo ha vissuto dall’interno e dice di essersene andato perché non disposto a “subire” oltre.

Il quadro che emerge è devastante. Non si parla solo di decisioni sbagliate o di una stagione sfortunata. Minelli descrive una classe arbitrale allo sbando, guidata – a suo dire – senza coerenza, senza tutele e senza una linea tecnica chiara. Un livello che definisce il più basso mai raggiunto, al punto da rendere inevitabile una domanda: chi governa davvero l’arbitraggio italiano?

Secondo l’ex arbitro, fermare singoli direttori di gara o VAR dopo gli errori non basta più. È una toppa su una falla strutturale. Se davvero, come si legge in questi giorni, alcuni arbitri verranno fermati dopo le decisioni contestate dell’ultimo turno, il problema resta irrisolto. Perché, sostiene Minelli, le partite condizionate nel risultato da errori arbitrali e VAR sarebbero già una quindicina. Troppe per parlare di casualità. Troppe per continuare a salvare chi dirige dall’alto.

Il nome che torna è quello di Gianluca Rocchi, designatore arbitrale di Serie A e Serie B. Minelli non usa mezze misure: la responsabilità tecnica di questo disastro, dice, ricade su chi fornisce indicazioni, le cambia in corsa, le ritrattata la settimana dopo e poi difende pubblicamente decisioni che non stanno in piedi. Un arbitro può sbagliare, è umano. Ma se sbagliano tutti, in modo diverso e incoerente, il problema non è più il fischietto. È la regia.

Il VAR, che avrebbe dovuto ridurre le polemiche, è diventato un moltiplicatore di confusione. Da strumento pensato per correggere i “chiari ed evidenti errori”, si è trasformato in una moviola permanente, con interventi discrezionali, interpretazioni divergenti e criteri che cambiano da partita a partita. In un contesto del genere, garantire uniformità è impossibile. E infatti non c’è.

Minelli punta il dito anche su un altro nervo scoperto: chi forma chi. La FIFA ha scelto Irrati come formatore internazionale del VAR, riconoscendone competenza ed esperienza. In Serie A, invece, la gestione tecnica del VAR è affidata a figure che, secondo l’ex arbitro, non lo hanno mai praticato realmente. Un cortocircuito che mina credibilità e autorevolezza. Come si può insegnare uno strumento che non si è mai utilizzato sul campo?

Ma il colpo più duro arriva sul piano lavoristico e umano. Gli arbitri, denuncia Minelli, non hanno un vero contratto. Non hanno tutele. A 40 o 45 anni, quando la carriera finisce, si ritrovano improvvisamente fuori dal sistema, costretti a reinventarsi un lavoro dopo aver gestito per anni partite che muovono milioni di euro, pressioni mediatiche enormi e responsabilità altissime. Una precarietà strutturale che rende il ruolo fragile, esposto e facilmente condizionabile.

In questo contesto, parlare di autonomia dell’AIA diventa quasi una beffa. Minelli arriva a mettere in dubbio che l’Associazione sia oggi in grado di garantirla davvero. Fa riferimento a valutazioni non oggettive, a voti che non tornano, a verbali che – secondo quanto afferma – sarebbero stati persino alterati. Accuse gravissime, accompagnate dal riferimento a atti e procedimenti giudiziari in corso relativi agli anni passati. Un terreno scivoloso, che va oltre il campo e tocca direttamente la credibilità dell’istituzione.

Neppure l’operazione trasparenza rappresentata da Open VAR convince. Se serve solo a spiegare a posteriori decisioni sbagliate senza correggere il sistema che le ha generate, allora diventa un esercizio sterile. Ammettere l’errore non basta, se poi tutto resta com’è. Anzi, rischia di aumentare la confusione e alimentare nuove interpretazioni. Anche perché, osserva Minelli, nessuno parla mai dei voti assegnati agli arbitri dopo quelle partite. Un altro punto cieco.

Il messaggio finale è netto, quasi brutale: azzerare tutto e ripartire da zero. Nuove persone, direttive chiare, criteri stabili. Perché l’arbitraggio, per sua natura, è anche istinto. E l’istinto muore se chi va in campo non sa più quale sia la linea da seguire. Dire una cosa una domenica e smentirla quella dopo significa lasciare gli arbitri soli, esposti, e il campionato in balìa delle polemiche.

In questo scenario, il paradosso è evidente: gli arbitri, spesso additati come i principali colpevoli, rischiano di essere l’anello più debole di una catena di responsabilità che sale molto più in alto. E mentre il campionato va avanti, partita dopo partita, la sensazione è che il problema non sia più “chi ha sbagliato”, ma perché si continua a sbagliare sempre allo stesso modo.

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