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23 Febbraio 2026 - 14:57
Non ai vincitori. Non a chi ha alzato le braccia sul podio. Questa volta Luciana Littizzetto ha scelto di dedicare la sua tradizionale “letterina” agli atleti e alle atlete che alle Olimpiadi non hanno conquistato una medaglia. A chi è arrivato quarto, quinto, a pochi centesimi di secondo dal sogno. A chi ha perso.
Nel salotto di Che tempo che fa, sul Nove, ieri la comica ha cambiato prospettiva e ha messo al centro la parte meno raccontata dei Giochi: quella della delusione.
«Hai lavorato quattro anni, è una vita che ti alleni per quel salto, quella curva. Hai saltato feste, cene, amici, pizze, aperitivi e sano tempo di ozio. E poi hai perso per qualche centesimo di secondo», ha esordito. Un elenco quotidiano che restituisce il sacrificio silenzioso dietro ogni gara.
Littizzetto non ha addolcito la pillola. Ha riconosciuto la rabbia, la frustrazione, il diritto allo sfogo: «Hai diritto a essere arrabbiato. Sbraita, urla». Perché l’Olimpiade è il luogo dell’eccellenza, ma anche quello delle aspettative enormi, spesso sproporzionate rispetto alla fragilità umana.
Poi la frase che ha segnato il monologo: «La verità è che non si vince sempre, nemmeno se si è il numero uno. Ma questo non vi ha reso più deboli, ma più umani».
Un ribaltamento narrativo in un contesto – quello sportivo – che tende a celebrare solo il trionfo. Littizzetto ha ricordato che, nella vita, la condizione più frequente non è la vittoria ma la sconfitta: «In fondo nella vita la cosa che succede più spesso è perdere».
Il senso della letterina è tutto qui: normalizzare l’insuccesso in un’epoca che pretende performance continue. Nelle settimane olimpiche l’attenzione si concentra sui record, sulle medaglie, sulle lacrime di gioia. Molto meno spazio viene riservato a chi resta fuori dal podio, nonostante anni di sacrifici identici a quelli dei vincitori.
Con il suo tono ironico ma mai superficiale, Littizzetto ha dato voce a quella zona grigia che raramente diventa racconto pubblico. Ha parlato agli atleti, ma anche a chi guarda da casa e si riconosce in una gara persa, in un esame mancato, in un obiettivo sfiorato.
Perché i giochi olimpici la metafora perfetta di un sistema che misura tutto in risultati. E ricordare che la sconfitta non toglie valore, ma restituisce umanità, è forse il messaggio più controcorrente che si possa pronunciare davanti a una platea abituata a contare solo le medaglie.
La “letterina” non è stata un applauso al podio. È stata un abbraccio a chi è rimasto un passo indietro. E che, proprio per questo, assomiglia un po’ di più a tutti noi.

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