A Ceresole Reale il dibattito sul PalaCeresole non è più solo urbanistica: è diventato uno scontro politico e culturale. Da una parte Guido Novaria, presidente degli Amici del Gran Paradiso, dall’altra Alex Gioannini, sindaco del paese. In mezzo, una struttura ancora da costruire e una comunità che si divide tra firme, numeri e visioni opposte del futuro.
Tutto parte dal Consiglio comunale aperto del 29 dicembre. Novaria assiste, ascolta, ma sceglie di non intervenire. Qualche giorno dopo affida ai giornali una lettera aperta che mette nero su bianco dubbi e critiche. Il PalaCeresole, secondo il presidente dell’associazione, viene raccontato come l’opera destinata a “lanciare turisticamente Ceresole”, ma senza chiarire quali eventi ospiterà e chi lo gestirà. A questo si aggiungono le perplessità sulla localizzazione a Pian della Balma e sulle dimensioni, indicate come analoghe a quelle del salone di Casa Gran Paradiso: una settantina di posti.
Il passaggio più politico arriva con la petizione da oltre 500 firme contrarie alla collocazione scelta. Per Novaria, la reazione del sindaco rientra in un copione già visto: firme considerate poco rappresentative perché provenienti in gran parte da non residenti, molti dei quali legati a quella “pianura” che – scrive – negli anni ha dato molto a Ceresole, tra operatori turistici e cittadini che qui hanno scelto di vivere. Da qui il richiamo alla Royal Sky Marathon, ormai archiviata, e al Giro d’Italia che non tornerà verso il Serrù. Fino al confronto con il PalaMila, inaugurato nel 2011 con fondi regionali e sovracomunali e oggi incompiuto: perché investire in una nuova struttura invece di chiudere quella partita?
La replica del sindaco Alex Gioannini arriva puntuale e con toni tutt’altro che concilianti. C’è il rammarico per una critica affidata ai giornali invece che al microfono dell’assemblea, ma soprattutto c’è una risposta punto su punto. Gli eventi, assicura, ci saranno: sportivi, culturali, diversificati. Il problema, oggi, è l’assenza di uno spazio adeguato. L’offerta crea la domanda, sostiene il primo cittadino, e il PalaCeresole nasce proprio per colmare quel vuoto.
Sul nodo dei posti il sindaco è netto: parlare di 70 persone significa non aver ascoltato o voler polemizzare. È prevista una variante progettuale che porterà la capienza ad almeno 150 persone. Quanto alle firme, Gioannini ribalta la prospettiva: 500 sottoscrizioni non possono fermare un’opera in un paese che registra circa 300mila presenze l’anno. Una minoranza, per quanto rispettabile, non può bloccare una scelta che – afferma – la stragrande maggioranza approva.
E alla narrazione di una Ceresole dipendente dalla “pianura” per attrarre eventi, il sindaco oppone esempi recenti: il Ceresole Reale Trail Running Day, con 300 posti esauriti, e il Biking Gal al Nivolet, capace di portare migliaia di ciclisti in quota. Eventi nati localmente, rivendica, e ignorati solo perché non funzionali alla polemica.
Il confronto si inasprisce sul PalaMila, definito da Gioannini un edificio in scandole, materiale “lontanissimo dalla tradizione locale”, e sulla cui storia invita Novaria a fare chiarezza fino in fondo. Quanto a Pian della Balma, il sindaco ricorda che il Piano regolatore la destina ai servizi per la collettività e, sull’ex albergo Ciarforon, assicura che un progetto di ristrutturazione esiste già e che si andrà verso un bando per un partner privato.
Alla fine restano due numeri che raccontano più di molte parole: 300mila presenze contro 500 firme. Due modi diversi di misurare il consenso, due idee opposte di sviluppo, e una struttura che, prima ancora di essere costruita, ha già spaccato il paese. A Ceresole Reale il PalaCeresole non è più solo un edificio: è diventato il simbolo di una frattura che va ben oltre Pian della Balma.

Il sindaco Alex Gioannini
Intanto Italia Nostra chiede un accesso agli atti
Quando Italia Nostra Piemonte entra in una vicenda, il terreno del confronto cambia radicalmente. Non siamo più nel campo delle opinioni contrapposte, delle petizioni emotive o delle assemblee dove ci si accusa a vicenda di essere “contro lo sviluppo” o “contro il progresso”. Si passa alle carte, alle norme, ai piani paesaggistici, alle varianti urbanistiche e alle responsabilità istituzionali. È esattamente ciò che sta accadendo attorno al PalaCeresole, la nuova struttura polifunzionale che il Comune di Ceresole Reale vuole realizzare in località Pian della Balma, a due passi dal lago, in uno degli scorci più riconoscibili dell’intero arco alpino piemontese.
Dopo mesi di polemiche, dopo la raccolta delle 516 firme depositate in Comune, dopo articoli, prese di posizione e rassicurazioni politiche, Italia Nostra ha fatto ciò che fa quando ritiene che un intervento pubblico possa compromettere un contesto di valore: ha chiesto accesso agli atti, ha analizzato la documentazione e ha depositato un esposto formale indirizzato a una lunga serie di enti – dal Comune alla Regione, dalla Soprintendenza alla Corte dei Conti, fino agli enti parco.
Ed è qui che la narrazione cambia davvero. Perché l’esposto non è una dichiarazione di principio, ma un atto tecnico, scritto con linguaggio misurato e istituzionale, che però solleva questioni puntuali. Italia Nostra parte da un dato difficilmente contestabile: l’area individuata per il PalaCeresole è un luogo sostanzialmente incontaminato, apprezzato da residenti e turisti per la sua valenza paesaggistica e per la prossimità alle sponde del lago. Un prato che, prima ancora di essere un lotto edificabile, è una percezione consolidata, una cartolina reale e simbolica di Ceresole Reale.
L’associazione, per bocca della presidente regionale Adriana Elena My, non nega l’esistenza di pareri favorevoli. Al contrario, li elenca con precisione: autorizzazione paesaggistica, parere della Commissione Locale per il Paesaggio, prescrizioni della Soprintendenza, approvazione del progetto da parte della Giunta comunale. Ma è proprio entrando nel merito di quei pareri che emergono i primi nodi. In particolare, Italia Nostra si sofferma sulle prescrizioni ambientali, definite “veramente singolari” per il loro carattere vago e non vincolante. Di fronte a una presumibile riduzione di area boscata, la mitigazione dell’impatto viene demandata a una futura ripiantumazione descritta come eventuale, possibile, probabile o semplicemente opportuna. Tradotto: oggi si autorizza l’intervento, domani – forse – si vedrà come rimediare.
Non è un dettaglio tecnico. Perché il contesto in cui dovrebbe sorgere il PalaCeresole non è un’area qualunque. Anche se formalmente fuori dal perimetro del Parco Nazionale del Gran Paradiso, l’ambito è regolato dagli articoli 15 e 30 delle Norme Tecniche di Attuazione del Piano Paesaggistico Regionale. Questo significa che non basta verificare altezze, distanze e volumetrie: occorre valutare l’impatto complessivo dell’opera sulla percezione del paesaggio, sulla sua integrità visiva, sulla pressione antropica indotta da nuove funzioni, nuovi flussi, nuove sistemazioni pertinenziali.
Ed è qui che Italia Nostra pone una domanda che, finora, non ha avuto una risposta pubblica: la variante al PRGC approvata dal Comune di Ceresole Reale è stata formalmente validata in conformità al Piano Paesaggistico Regionale? Di questa validazione, scrive l’associazione, “nulla ci è noto”. Una frase apparentemente neutra, ma che pesa come un macigno, perché chiama in causa il rapporto tra pianificazione locale e strumenti sovraordinati.
C’è poi un altro elemento che attraversa l’intero esposto ed è forse quello più politicamente scomodo: l’esistenza di alternative concrete. Nella stessa zona, e più in generale nel patrimonio comunale, esistono edifici storici di pregio oggi sottoutilizzati o abbandonati. Italia Nostra cita esplicitamente l’ex Albergo Ciarforon, edificio firmato dall’architetto Carlo Ceppi, di proprietà comunale, mal conservato ma potenzialmente idoneo a ospitare le stesse funzioni previste per il nuovo palazzetto.
La domanda, in questo caso, non è ideologica ma amministrativa: perché scegliere una nuova edificazione in un’area sensibile quando le risorse disponibili – circa mezzo milione di euro provenienti dal Fondo per la Valorizzazione delle Aree Territoriali Svantaggiate confinanti con la Valle d’Aosta – potrebbero essere destinate al recupero e alla conservazione del patrimonio esistente? È una domanda che tocca il cuore delle politiche pubbliche in montagna e il significato stesso della parola “valorizzazione”.
Dopo l’invio dell’esposto, qualcosa si è mosso. Italia Nostra ha già ricevuto una risposta dalla Soprintendenza e una dalla Regione Piemonte – Settore Pianificazione. Non è arrivata, invece, alcuna risposta dal Comune di Ceresole Reale. Un silenzio che colpisce, soprattutto alla luce delle ripetute dichiarazioni di trasparenza e disponibilità al confronto. Perché un conto è dire che “non c’è nulla da nascondere”, un altro è rispondere formalmente a un atto che chiede verifiche puntuali e conformità normative.
A questo punto il PalaCeresole non è più soltanto un progetto contestato da una parte della cittadinanza. È diventato un caso amministrativo, che interroga il rapporto tra finanziamenti straordinari e pianificazione ordinaria, tra la fretta di realizzare opere e il dovere di scegliere dove e come intervenire. È una vicenda che mette in tensione due idee opposte di montagna: quella che considera lo spazio libero un valore in sé e quella che sente il bisogno di “lasciare un segno”, possibilmente tangibile, possibilmente nuovo.
Non si tratta più di essere favorevoli o contrari a un palazzetto. Si tratta di capire se, in uno dei luoghi simbolo del Piemonte alpino, il confine più importante sia davvero quello tracciato sulle mappe o piuttosto quello – molto più fragile – che separa la tutela dalla trasformazione irreversibile. Perché quando parlano le carte, prima o poi, qualcuno è chiamato a rispondere.