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Cellule tumorali “dormienti”: il lato nascosto delle recidive e le strade della ricerca

Perché i tumori ritornano, cosa risveglia le cellule dormienti e come la scienza prova a fermarle

Cellule tumorali “dormienti”

Cellule tumorali “dormienti”: il lato nascosto delle recidive e le strade della ricerca (foto di repertorio)

Perché alcuni tumori tornano a distanza di anni, quando la malattia sembrava definitivamente sconfitta e la vita era ripartita? È una delle domande più difficili dell’oncologia, perché riguarda non solo la ricerca, ma l’esperienza concreta di migliaia di pazienti. Una risposta sempre più convincente arriva da un fenomeno rimasto a lungo in secondo piano: quello delle cellule tumorali dormienti. Studi internazionali, ripresi e analizzati dalla rivista Nature, stanno facendo luce sul ruolo di queste cellule rare, difficili da individuare e capaci di sopravvivere alle terapie anche per decenni, in attesa del momento giusto per riattivarsi.

Le cellule tumorali dormienti sono cellule che mantengono il loro potenziale maligno, ma entrano in uno stato di quiescenza. Non si dividono, non crescono, non provocano sintomi evidenti. Per molto tempo sono state considerate una spiegazione teorica, utile a interpretare alcune recidive tardive ma priva di prove dirette. Oggi, grazie a nuove tecniche di analisi e a marcatori cellulari sempre più precisi, queste cellule sono state identificate in diversi tessuti e riconosciute come una possibile causa di molte ricadute oncologiche che compaiono anni dopo la diagnosi iniziale.

La loro capacità di sopravvivere ai trattamenti dipende proprio dal loro “silenzio biologico”. Come spiega Paolo Tralongo, presidente del Collegio italiano dei primari oncologi ospedalieri, molte terapie antitumorali – dalla chemioterapia ad alcune terapie mirate – sono progettate per colpire cellule che si moltiplicano rapidamente. Le cellule dormienti, non dividendosi, sfuggono a questo meccanismo e restano fuori dal raggio d’azione dei farmaci. Secondo Tralongo, una parte di queste cellule lascia il tumore primitivo molto presto e trova rifugio in nicchie protette dell’organismo, microambienti in cui l’esposizione ai farmaci e al sistema immunitario è minima.

Individuare questi “nascondigli” è uno degli obiettivi centrali della ricerca. Le evidenze più solide indicano il midollo osseo e i linfonodi come sedi privilegiate, dove le cellule dormienti possono rimanere inattive per lunghi periodi. Resta però una domanda cruciale: che cosa le risveglia? Gli studi suggeriscono un possibile ruolo di infezioni sistemiche, come l’influenza o il Covid, di condizioni di stress cronico e di alcuni stili di vita. Si tratta, al momento, di correlazioni più che di certezze. Ciò su cui la comunità scientifica concorda è che, quando l’equilibrio che mantiene queste cellule in quiescenza si rompe, esse possono uscire dalla loro nicchia protetta e dare origine a metastasi clinicamente evidenti.

Su questo fronte si gioca una delle sfide più importanti dell’oncologia contemporanea: passare dalla comprensione del fenomeno alla possibilità di intervenire. Le strategie allo studio seguono strade diverse ma complementari. Da un lato, si lavora per potenziare il sistema immunitario affinché riconosca e colpisca anche le cellule dormienti, attraverso approcci avanzati come le CAR-T, già impiegate con successo in alcune neoplasie del sangue. Dall’altro, si stanno studiando farmaci in grado di bloccare l’autofagia, il processo con cui le cellule riciclano le proprie componenti per ottenere l’energia minima necessaria alla sopravvivenza durante il letargo. Parallelamente, vengono sperimentati anche farmaci già noti, ma utilizzati in schemi terapeutici nuovi, pensati per colpire cellule non proliferanti.

Le ricadute pratiche di queste scoperte sono rilevanti. Se le cellule dormienti rappresentano una delle principali cause delle recidive, diventa fondamentale anticiparle. Questo significa identificare i pazienti più a rischio, sviluppare sistemi di monitoraggio capaci di cogliere segnali precoci di riattivazione e intervenire quando le cellule sono ancora inattive. È un cambio di prospettiva profondo: non più una semplice sorveglianza dopo la fine delle terapie, ma un controllo mirato e proattivo, con l’obiettivo di prevenire il ritorno della malattia prima che si manifesti clinicamente.

Restano molte domande aperte, destinate a guidare la ricerca dei prossimi anni. Come riconoscere in modo affidabile le cellule dormienti nei diversi tipi di tumore? Quali fattori di riattivazione hanno davvero un peso clinico e in quali pazienti? Quali combinazioni di immunoterapia, inibizione dell’autofagia e terapie tradizionali risultano più efficaci? Dare risposta a questi interrogativi significa trasformare un nemico silenzioso in un bersaglio finalmente individuabile. La ricerca procede, passo dopo passo, e con essa cresce la possibilità di spezzare il legame più temuto: quello tra un’apparente guarigione e il ritorno inatteso della malattia.

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