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Asl To4

Per una visita oculistica 295 giorni di attesa. Continua la vergogna dei tempi di attesa nell'Asl To4.

Dati ufficiali dell’Asl To4: attese fino a oltre un anno per visite, esami e interventi, mentre la politica minimizza e i pazienti pagano il prezzo.

Per una visita oculistica 295 giorni di attesa. Continua la vergogna dei tempi di attesa nell'Asl To4.

Per una visita oculistica 295 giorni di attesa. Continua la vergogna dei tempi di attesa nell'Asl To4.

Li abbiamo letti davvero, riga per riga, senza saltare le note a piè di pagina, senza fingere che “N.D.” significhi “va tutto bene”, senza raccontarci la favola che i numeri vadano interpretati con cautela. I documenti ufficiali dell’Asl To4, quelli sui "tempi di attesa per i ricoveri" dei primi dieci mesi del 2025 e quelli sui tempi per le visite e le prestazioni di dicembre 2025, non sono un’opinione: sono un atto notarile. Freddi, burocratici, implacabili. E soprattutto demolitori. Perché se due mesi fa avevamo parlato di sistema fuori controllo, oggi dobbiamo prendere atto di una verità ancora più scomoda: non solo non è migliorato nulla, ma in diversi casi è andata peggio, mentre la narrazione politica continua imperterrita a raccontare un’altra storia, tutta lucine e comunicati.

Prendiamo i ricoveri ospedalieri, che nei discorsi ufficiali dovrebbero rappresentare il cuore pulsante della sanità pubblica. Ottobre 2025, dati medi dichiarati dall’azienda sanitaria: un’angioplastica coronarica in classe B richiede 56 giorni, una in classe C 101, una in classe D 143. Tradotto: se non stai morendo oggi, puoi aspettare. Una biopsia percutanea del fegato, che non è esattamente un massaggio rilassante, arriva a 253 giorni in classe B e 239 in classe C. Una coronarografia? 56 giorni in classe B, 115 in classe C, 190 in classe D. Roba da cardiopalma, nel senso letterale del termine. E stiamo parlando di medie ufficiali, non di casi isolati pescati male.

Poi c’è il capitolo chirurgia, quello che nei convegni viene sempre accompagnato da slide rassicuranti. Interventi per melanoma: classe A, 24 giorni, fin qui bene. Ma basta scendere di una riga e il castello crolla. Tumore alla prostata: 294 giorni in classe B, 318 in classe C. Tumore del retto: 88 giorni in classe C. Tumori dell’utero: 44 giorni in classe B. Protesi d’anca? 137 giorni in classe B, 253 in classe C. Riparazione di un’ernia inguinale: 278 giorni in classe B, 249 in classe C. E se qualcuno obietta che “sono casi complessi”, basta guardare la colecistectomia laparoscopica: 253 giorni in classe B, 239 in classe C. Quasi otto mesi per togliere una cistifellea. Altro che recupero delle liste, qui siamo alla normalizzazione dell’attesa come metodo di governo.

Perché è proprio qui che il trucco salta fuori in tutta la sua evidenza. Quelle lettere, A, B, C, non sono un dettaglio tecnico buono per gli addetti ai lavori: sono scadenze precise, obblighi teoricamente inderogabili, promesse che il sistema sanitario fa ai pazienti. La classe A dovrebbe garantire un intervento entro trenta giorni, la B entro sessanta, la C entro centottanta. Dovrebbe. Nella pratica, come raccontano i numeri dell’Asl To4, quelle soglie vengono superate con una naturalezza disarmante, come se fossero semplici suggerimenti e non regole. Così per chirurgia si resta in una sala d’attesa permanente, e per una patologia oncologica si può scivolare lentamente da urgenza a pratica archiviata, in attesa che “si liberi un posto”.

il direttore generale Luigi Vercellino

Il direttore generale dell'Asl To4 Luigi Vercellino

E allora quei 294 giorni per un tumore alla prostata in classe B non sono solo un dato, ma la certificazione di un sistema che ha smesso di rispettare le proprie priorità. Quei 318 giorni in classe C non sono una sfortuna, ma la prova che il concetto stesso di programmazione è saltato. Le lettere restano nei report, ordinate, educate, ma perdono ogni significato clinico. Diventano etichette, utili solo a riempire tabelle e a tranquillizzare le slide dei convegni, mentre nella realtà il tempo scorre, la malattia avanza e il paziente impara, oro malgrado, che l’attesa è parte integrante della cura.

È così che la chirurgia pubblica si trasforma in una lotteria a scadenza incerta, dove non vince chi ha più bisogno, ma chi riesce ad arrivare in fondo senza peggiorare. E mentre si discute di “ottimizzazione dei percorsi” e di “razionalizzazione delle risorse”, i giorni diventano mesi, i mesi diventano stagioni, e la promessa implicita di una sanità che cura in tempo utile evapora lentamente. Non per errore, non per caso, ma per abitudine. Perché quando sforare diventa la norma, nessuno si scandalizza più. E il castello, riga dopo riga, continua a crollare.

Ma se i ricoveri sono un pugno nello stomaco, la specialistica ambulatoriale è un’opera completa di sadismo amministrativo. Il monitoraggio di dicembre 2025 è una lettura che dovrebbe essere vietata ai deboli di cuore. Prima visita oculistica: a Gassino Torinese non disponibile, altrove 260, 280, 296 giorni. Tradotto: un problema agli occhi oggi lo vedi – forse – l’anno prossimo. Prima visita endocrinologica: Castellamonte 218 giorni, Ivrea 184, Comunità di Ivrea 249. Neurologica? 367 giorni alla Comunità di Ivrea, 364 a Ciriè. Un anno. Preciso. Come se fosse una scadenza naturale, tipo il bollo auto.

Dermatologica: Caluso 386 giorni, Castellamonte 379, Caselle 381, Lanzo 368. Un campionato mondiale dell’attesa, con l’Asl To4 saldamente sul podio. Gastroenterologica: oscillazioni tra 98 e 184 giorni, quando va bene. Urologica: picchi oltre i 160 giorni. Otorinolaringoiatrica: 102 giorni a Ciriè, 135 a Chivasso. Fisiatrica? 172 giorni. Pneumologica? 134 giorni a Settimo Torinese. Oncologica? Qui il dato diventa quasi indecente: in alcune sedi non disponibile, in altre 249 giorni. Oncologica. Duecentoquarantanove giorni. E qualcuno osa ancora parlare di priorità cliniche.

Diagnostica per immagini: un girone infernale tutto suo. TC del torace: dai 49 ai 297 giorni a seconda della sede, con il pubblico che sistematicamente perde e il privato convenzionato che diventa l’unica scorciatoia. TC cranio-encefalo: 204 giorni a Ivrea. Risonanza magnetica del cervello: 172 giorni a Chivasso, 235 a Ivrea, 58 a Ciriè. E già qui si capisce che la geografia della salute è una lotteria: cambi comune, cambi destino. Rachide cervicale, dorsale, lombare: la media reale viaggia tra 135 e 235 giorni, con punte di 282 e 346 giorni. Nel frattempo il dolore diventa cronico, il lavoro si perde, la qualità della vita evapora.

Ecografie: addome completo 219–226 giorni, mammaria 301 giorni a Ciriè, ginecologica 351 giorni a Ivrea, ostetrica 366 giorni a Ciriè. Un anno per un’ecografia in gravidanza. E poi il capolavoro assoluto: eco(color)doppler degli arti inferiori venosa, 375 giorni a Ivrea. Dodici mesi per capire se c’è una trombosi in corso. Se nel frattempo succede qualcosa, sarà stata una “fatalità”.

Funzionali ed endoscopie completano il quadro di un sistema che misura il tempo non in giorni, ma in rinvii. Spirometria semplice: 360 giorni. Spirometria globale: tra 260 e 309 giorni. Test da sforzo: 203 giorni a Ivrea, 365 in altre sedi. Sigmoidoscopia: 365 giorni. Colonscopia: 203 giorni. Gastroscopia: oltre 160 giorni. Nel frattempo si vive con il dubbio, con la paura, con il sospetto che la diagnosi arrivi quando non serve più.

E tutto questo è accompagnato, nero su bianco, dalle stesse motivazioni ripetute come un disco rotto: pensionamento medico, indisponibilità del personale, guasto macchina, fine convenzione, inagibilità struttura. È l’elenco delle scuse ufficiali, sempre uguali, sempre buone, sempre sufficienti a non decidere. Perché qui non siamo davanti a un’emergenza improvvisa, ma a una programmazione che non esiste più, a una sanità che vive di rattoppi e di narrazione.

A questo punto tornano inevitabilmente le parole del ministro Orazio Schillaci e dell’assessore regionale alla sanità Federico Riboldi, secondo cui “le liste d’attesa stanno migliorando”. Migliorano talmente tanto che per una visita neurologica puoi prenotare oggi e presentarti quando tuo figlio avrà finito le superiori. Migliorano così bene che una risonanza magnetica arriva dopo tre stagioni complete di dolore. Migliorano così tanto che l’unica vera alternativa resta il privato, con buona pace dell’universalismo sanitario.

E poi c’è il silenzio, assordante, della Conferenza dei Sindaci. Dovrebbe essere il luogo della difesa dei territori, è diventata un salotto. Il presidente, il sindaco di Ivrea Matteo Chiantore, qualche settimana fa ha chiesto alla Regione di specificare quali "poteri" ha, peccato che i suoi poteri e quelli dell'organo che presiede siano scritti ovunque e non siano interpretabili. Morale? Da quando è stato eletto osserva quei numeri senza una parola pubblica, senza una presa di posizione, senza un beh. Dicono che non si voglia disturbare il manovratore perché c’è di mezzo il nuovo ospedale nell’area ex Montefibre. Forse qualcuno gli ha fatto credere che lo inaugurerà lui. Nel frattempo, però, i cittadini continuano ad aspettare, a peggiorare, a rinunciare.

La verità è semplice e brutale: i numeri smentiscono la propaganda. Lo fanno con la freddezza dei giorni contati, con la crudeltà delle medie, con l’ipocrisia di un sistema che certifica il proprio fallimento e poi finge di non vederlo. Qui non siamo davanti a un problema di percezione, ma a un disastro documentato, timbrato, firmato. E davanti a questo disastro, l’unica cosa davvero incomprensibile non sono i tempi d’attesa. È il silenzio di chi dovrebbe urlare. 

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