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07 Gennaio 2026 - 10:54
Pronto soccorso sotto pressione per l’influenza, barelle occupate e attese infinite: l’emergenza che logora pazienti e medici (foto di repertorio)
L’influenza stagionale non sta solo riempiendo gli ambulatori dei medici di base e le sale d’attesa, ma sta mettendo sotto una pressione crescente i pronto soccorso di tutta Italia, già provati da anni di carenze strutturali. L’effetto più visibile è quello che gli addetti ai lavori chiamano boarding, lo stazionamento prolungato dei pazienti in barella in attesa di un posto letto che non arriva. Un fenomeno che, con l’aumento dei contagi influenzali, sta assumendo dimensioni sempre più difficili da gestire.
A descrivere la situazione è Alessandro Riccardi, presidente nazionale della Società italiana della medicina di emergenza urgenza, che fotografa un quadro comune a molte realtà ospedaliere. «A causa dell’influenza, è in corso nei pronto soccorso di tutta Italia un aumento importante di accessi, soprattutto di pazienti fragili, con un peggioramento del fenomeno del “boarding”, lo stazionamento in barella dei malati che hanno bisogno di un posto letto». Non si tratta dunque di accessi impropri o di casi lievi, ma di persone anziane, croniche, con quadri clinici complessi, che necessitano di ricovero e assistenza continuativa.
Alla radice del problema c’è un ingranaggio che si inceppa a monte. «C’è un rallentamento delle dimissioni da parte delle degenze legato a malati che sono più difficili, più fragili», spiega Riccardi. Pazienti che restano più a lungo nei reparti perché richiedono cure complesse, assistenza multidisciplinare o perché non esistono adeguate risposte sul territorio una volta dimessi. Il risultato è un blocco a cascata: i posti letto non si liberano, i ricoveri dal pronto soccorso si fermano, le barelle si accumulano.
È su questo punto che il presidente della Simeu usa parole nette. «Non è accettabile che le carenze del territorio e quelle dell’ospedale per i posti letto ricadano unicamente sul servizio di emergenza urgenza». Un’affermazione che chiama in causa l’intero sistema sanitario, non solo il pronto soccorso. Perché il problema non è solo organizzativo, ma riguarda direttamente la qualità dell’assistenza. «In primis perché i malati che rimangono in barella in pronto soccorso non ricevono cure in un luogo adeguato».
Il pronto soccorso, nato per la valutazione e la stabilizzazione dell’urgenza, si trasforma così in un reparto di degenza improvvisato, senza spazi, senza privacy, spesso senza le condizioni ideali per garantire cure appropriate. «Il personale del pronto soccorso deve farsi carico di un reparto assistenziale con 10, 15, 20, 30 malati a seconda delle realtà, che sono i malati che potrebbero essere tranquillamente in una degenza ospedaliera», sottolinea Riccardi. Un carico che si somma all’attività ordinaria di triage, visite e gestione delle emergenze.
Le conseguenze non ricadono solo su chi è già in barella, ma anche su chi arriva dopo. I tempi di attesa si allungano in modo quasi matematico. «Ogni malato in boarding rallenta di 19 minuti il tempo di accesso di pazienti in pronto soccorso e se questi sono 20, significa più di tre ore di attesa», spiega Riccardi. Un dato che rende evidente quanto il sistema sia fragile: bastano pochi pazienti “bloccati” per paralizzare l’intero flusso.
Il problema si amplifica durante i turni notturni e mattutini. «Se ogni medico ha in carico 10 pazienti dal turno della notte, molti dei quali in attesa del posto letto, e si hanno solo due o tre sale visita, significa che per almeno tre ore i medici non riescono a vedere i pazienti che sono in attesa in pronto soccorso». Il motivo è semplice ma drammatico: «Devono rivedere i pazienti, guardare gli esami, rivisitarli, farsi carico dei loro problemi, cercare un posto letto, fare le chiamate coi familiari, aggiornarli». Un lavoro invisibile, che non compare nelle statistiche, ma che assorbe tempo ed energie.
Questo scenario ha un impatto devastante anche su chi lavora in prima linea. «Questo fenomeno espone gli operatori a un carico di lavoro enorme, causando un danno umano perché si trovano a gestire questi pazienti in situazioni comunque disagevoli, ed è anche impegnativo dal punto di vista etico», avverte Riccardi. Non è solo stanchezza fisica o stress organizzativo, ma qualcosa di più profondo. «Noi parliamo di moral injury».
La moral injury, la ferita morale, è il senso di frustrazione e impotenza che nasce quando un professionista sa quale sarebbe la cura giusta, ma non è messo nelle condizioni di offrirla. È il conflitto continuo tra il dovere etico e i limiti strutturali, tra ciò che si dovrebbe fare e ciò che è materialmente possibile. Un logoramento silenzioso che rischia di allontanare sempre più medici e infermieri da un settore già in forte sofferenza di personale.
L’influenza, in questo quadro, non è la causa ma il fattore scatenante. Accelera dinamiche già presenti, porta alla luce problemi irrisolti: la debolezza della sanità territoriale, la riduzione dei posti letto, la difficoltà di dimettere pazienti fragili senza un adeguato supporto domiciliare o intermedio. Il pronto soccorso diventa così l’ultimo argine di un sistema che fatica a reggere.
Mentre l’ondata influenzale continua, l’allarme lanciato dalla medicina d’urgenza suona come un avvertimento chiaro: senza interventi strutturali, il rischio è che le barelle diventino la normalità e l’emergenza una condizione permanente.

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