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Iran sull’orlo dell’esplosione: quanto può reggere un Paese tra inflazione record, morti in piazza e repressione?

Auto incendiate, scioperi nei bazar, studenti in strada e un rial in caduta libera. La protesta che attraversa l’Iran nasce dall’economia ma sfida apertamente il potere, mentre il bilancio delle vittime cresce e la risposta dello Stato oscilla tra dialogo e forza

Iran sull’orlo dell’esplosione: quanto può reggere un Paese tra inflazione record, morti in piazza e repressione?

Iran sull’orlo dell’esplosione: quanto può reggere un Paese tra inflazione record, morti in piazza e repressione?

Auto in fiamme, studenti in corteo, serrande abbassate e un’economia allo stremo: tra aperture al dialogo e uso dei manganelli, l’Iran si risveglia ogni giorno più teso. Una notte qualunque a Teheran è illuminata da bagliori arancioni: un’auto brucia davanti a un commissariato, l’odore dei gas lacrimogeni resta sospeso nell’aria, le saracinesche del Gran Bazar sono chiuse. Lungo i marciapiedi si allineano le motociclette della polizia antisommossa, mentre dai vicoli e dalle piazze sale un coro che ripete una sola parola, azadi, libertà. È l’immagine di un Paese entrato nella seconda settimana di agitazioni diffuse, con scontri, arresti, incendi e un numero di morti che cresce giorno dopo giorno. Al centro delle proteste non c’è uno slogan astratto, ma una realtà concreta: una crisi economica che ha ridotto salari e risparmi e ha incrinato la fiducia di ampie fasce della popolazione.

I dati sulla violenza restano parziali e contestati, ma le ricostruzioni di organizzazioni indipendenti per i diritti umani convergono su un quadro pesante. Nelle prime giornate di disordini si parla di almeno 16-20 vittime, comprese alcune persone minorenni; aggiornamenti successivi, tra il 4 e il 5 gennaio 2026, portano alcune stime oltre quota 30. In parallelo si contano centinaia di arresti e numerosi feriti. Le autorità respingono le accuse più gravi, ma video verificati e testimonianze raccolte da osservatori internazionali descrivono l’uso di munizioni vere in alcune aree periferiche e una repressione più dura nelle province dove i manifestanti hanno preso di mira caserme e stazioni di polizia. Le immagini mostrano vetrine distrutte, pattuglie circondate, posti di blocco improvvisati e tentativi di sciopero nei principali nodi commerciali.

La miccia è economica. Nel 2025 l’inflazione ha superato stabilmente il 40 per cento su base annua, con punte vicine al 49 per cento in autunno. Il rial iraniano ha toccato un minimo storico nei circuiti informali, arrivando a oltre 1,4 milioni per dollaro tra la fine di dicembre e i primi giorni di gennaio. Pane, carne, medicinali ed elettricità costano di più e spesso sono difficili da reperire. In questo contesto i commercianti dell’Alaeddin Mobile Center, del Charsou e del Gran Bazar di Teheran hanno abbassato le serrande, trasformando lo scontento in sciopero. Da lì la protesta si è estesa a Shiraz, Isfahan, Mashhad e a decine di altri centri, fino all’isola di Qeshm nel Golfo Persico. Dai registri contabili si è passati ai cori politici, con slogan che mescolano rivendicazioni sociali, rifiuto delle priorità geopolitiche e richiami alla dinastia Pahlavi.

La mobilitazione nazionale prende forma tra il 28 e il 29 dicembre 2025, quando a Teheran i sit-in dei negozianti si trasformano in cortei e chiusure coordinate. Nei giorni successivi le serrate coinvolgono oltre 20 province, in una sequenza di episodi non omogenei, scanditi dai ritmi locali dei bazar e delle università. Con l’avvio della seconda settimana, tra il 4 e il 5 gennaio 2026, aumentano le segnalazioni di auto rovesciate e incendiate davanti a una stazione di polizia ad Azna, di inseguimenti e di nuovi arresti tra gli studenti delle principali università della capitale.

Dal vertice del potere arriva un messaggio ambivalente. Il presidente Masoud Pezeshkian, eletto con un profilo pragmatico, parla di una risposta “responsabile e gentile” alle proteste e riconosce pubblicamente la durezza della situazione economica. Allo stesso tempo, la linea istituzionale resta improntata alla fermezza: settori della leadership religiosa e degli apparati di sicurezza evocano “nemici esterni” e promettono punizioni per i “rivoltosi”. È una doppia narrativa che riflette la pressione su un sistema che negli ultimi anni ha conosciuto più ondate di protesta che periodi di crescita.

Sul piano internazionale, le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti d’America (USA), Donald Trump, hanno alimentato il dibattito. Il 2 gennaio 2026 ha avvertito che Washington “non resterà a guardare” di fronte a una repressione sanguinosa. Il contesto è quello di un 2025 segnato da attacchi e ritorsioni legati al programma nucleare iraniano, con effetti diretti sulla fiducia degli investitori e sul tasso di cambio. Per Teheran la minaccia esterna è uno strumento di coesione; per chi protesta è il segnale di un sistema che non riesce a rispondere all’inflazione e alla disoccupazione.

Le piazze mostrano una composizione eterogenea. Accanto a commercianti e pensionati compaiono studenti delle università Sharif, Amir Kabir, Beheshti, Khajeh Nasir, Università di Teheran e Isfahan University of Technology. Le donne sono spesso in prima linea, mentre nelle province occidentali e nel nord-ovest emergono arresti tra le comunità curde e lori. La notizia della morte di almeno tre adolescenti, secondo fonti internazionali, ha avuto un forte impatto sull’opinione pubblica e ha riattivato il ricordo delle proteste del 2022-2023 seguite al caso di Mahsa Amini.

Il Gran Bazar di Teheran resta un indicatore chiave. I commercianti raccontano di fornitori che cambiano i prezzi più volte al giorno, di importazioni bloccate e di consumatori che rinviano gli acquisti. La serrata diventa così una forma di protesta ma anche una difesa della liquidità, in un contesto segnato dalla volatilità del cambio e dalla stretta sul contante. Coordinato attraverso chat e messaggistica, lo sciopero si trasforma spesso in corteo quando intervengono le forze dell’ordine.

Gli slogan riflettono priorità diverse e talvolta contraddittorie. Accanto a richieste economiche compaiono attacchi diretti alla Guida Suprema e parole d’ordine geopolitiche come “Né GazaLibano”. Il linguaggio del dissenso è diventato più esplicito, spinto da una crisi che coinvolge anche chi non si riconosce nell’opposizione in esilio. Dagli Stati Uniti, Reza Pahlavi invita i manifestanti a restare in strada, offrendo visibilità internazionale ma anche argomenti all’establishment per ridurre la protesta a un’influenza esterna.

La risposta delle forze di sicurezza varia a seconda dei contesti. Nei centri delle grandi città prevalgono cordoni e cariche rapide con uso di lacrimogeni e proiettili a pallini; nelle province si moltiplicano le segnalazioni di munizioni vere, soprattutto quando vengono attaccate infrastrutture di sicurezza. A questo si aggiungono arresti mirati di presunti organizzatori online, oscuramenti intermittenti della rete e controlli negli ospedali. Le autorità parlano di teppismo e infiltrazioni straniere e promettono processi rapidi.

Sul piano economico immediato, proteste e repressione accentuano dinamiche già fragili. Cresce la corsa verso dollaroe oro, aumentano le interruzioni della logistica urbana e si rafforza la percezione di rischio per imprenditori e investitori, con effetti su prezzi e disponibilità di beni importati. I servizi pubblici, dagli ospedali alla rete elettrica, subiscono ulteriore pressione nelle città teatro di scontri prolungati.

Le cifre vanno lette con cautela. I conteggi di morti e arresti cambiano di giorno in giorno e si basano su verifiche incrociate di video, testimonianze e registri ospedalieri, in un contesto di accesso limitato all’informazione e di blackout digitali. Alcuni casi, come la morte di una giovane di 22 anni ferita al volto durante gli scontri e deceduta in ospedale secondo più fonti, rischiano di diventare simboli e di trasformare funerali sorvegliati in nuove manifestazioni.

Dal 2017 a oggi l’Iran ha conosciuto proteste legate a carburante, siccità e restrizioni civili. L’attuale fase ha una specificità: la centralità della variabile economica in un Paese schiacciato da sanzioni internazionali, calo delle esportazioni, spese per la sicurezza e costi legati ai conflitti regionali. Non c’è un singolo provvedimento scatenante, ma un accumulo di tensioni sociali che rende difficile per il governo offrire stabilità mentre la moneta continua a perdere valore.

Per capire se la tensione scenderà o salirà, gli osservatori guardano all’andamento del rial nel mercato parallelo, alla durata delle serrate nei distretti commerciali di Teheran, alla partecipazione studentesca e al linguaggio della leadership. In queste variabili si gioca l’equilibrio tra ordine pubblico e carovita. Se prezzi e cambio non trovano un punto di stabilizzazione, anche la gestione della sicurezza rischia di diventare sempre più problematica.

Fonti: Organizzazioni per i diritti umani internazionali, media iraniani, testate internazionali, agenzie di stampa, monitoraggi indipendenti sui cambi valutari, dichiarazioni ufficiali del governo iraniano, dichiarazioni della Casa Bianca, ricostruzioni video verificate da redazioni internazionali.

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