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06 Gennaio 2026 - 15:51
Disabilità e rispetto: il confine tra educazione e realtà
Un episodio avvenuto durante lo spettacolo di Natale della Scuola Secondaria di Mathi ha portato una famiglia del territorio a sollevare interrogativi che, secondo quanto riferito, vanno oltre il singolo fatto e chiamano in causa il modo in cui l’istituto affronta temi come inclusione, disabilità e rispetto.
Lo spettacolo, svoltosi lunedì 15 dicembre in una tensostruttura che ospitava circa duecento persone tra studenti e adulti, era incentrato proprio su valori dell’inclusione, il contrasto al bullismo e l’attenzione alla disabilità. Tuttavia, all’uscita, secondo quanto riferito dalla madre di uno degli studenti, il clima sarebbe cambiato bruscamente.
La donna racconta di aver notato tre studenti che, mentre recuperavano le giacche, si sarebbero scambiati sguardi e commenti, accompagnati da risatine e da espressioni che lei definisce “di compassione”, rivolte al marito, persona con disabilità e non autosufficiente. “È la prima volta, in dieci anni di recite e momenti scolastici, che vedo deridere mio marito”, ha scritto la madre in una mail inviata la sera stessa alla dirigente scolastica e a due insegnanti.
La risposta della scuola sarebbe arrivata il giorno successivo, con un messaggio di rammarico per l’accaduto e gli auguri di buone feste. Una replica che la famiglia giudica insufficiente. Secondo la madre, sarebbe stato opportuno almeno avviare un momento di riflessione con i ragazzi coinvolti e informare le rispettive famiglie. Secondo la famiglia, la scuola avrebbe invece chiarito che, per attivare una procedura formale, sarebbe stata necessaria una segnalazione ufficiale con la descrizione puntuale dei fatti e delle parole pronunciate, sottolineando il diritto degli studenti chiamati in causa a potersi difendere. 
La famiglia contesta questa impostazione, spiegando come, in un contesto affollato e rumoroso, fosse impossibile distinguere con chiarezza le parole, mentre atteggiamenti, posture e sguardi sarebbero stati, a loro dire, inequivocabili. “Le espressioni e la postura dei tre ragazzi, la ripetizione del medesimo atteggiamento prima da parte di uno dei compagni e poi dell’altro, a distanza di pochi secondi, valgono più di mille parole” ha commentato la donna. Viene inoltre segnalato che uno dei ragazzi non sarebbe nuovo a episodi di offese nei confronti del figlio, già comunicati alla scuola nel precedente anno scolastico.
La famiglia ha quindi voluto portare il caso all’attenzione dell’Ufficio Scolastico Provinciale (USP) di Torino. Ma la vicenda, secondo la famiglia, si inserisce in un quadro più ampio di criticità: dall’assenza di attività didattiche alternative all’insegnamento della religione cattolica, al peso eccessivo degli zaini, fino alla gestione dei compiti a casa e alla scarsa risposta alle segnalazioni delle famiglie. Particolare amarezza viene espressa anche per il fatto che, in fase di iscrizione, fosse stata dichiarata una situazione familiare particolarmente gravosa, senza che ciò abbia mai portato a un contatto o a un supporto concreto da parte dell’istituto.
“Le attività di sensibilizzazione non possono restare solo teoria o progetti sulla carta – ha concluso la madre – devono tradursi in comportamenti quotidiani. Altrimenti il messaggio che passa è che tutto è permesso”.
La famiglia ha chiesto di restare anonima, ma auspica che la vicenda possa diventare occasione di riflessione, non solo per la scuola coinvolta, ma per l’intera comunità educante.
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