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Mensa scolastica, il Comune di Chivasso fa un'altra marcia indietro: i figli dei morosi non possono essere esclusi. Cancellata la norma

Dopo aver promesso lo stop ai figli dei morosi, l’amministrazione Castello ammette che la regola non era esigibile

Nel cerchio il sindaco di Chivasso Claudio Castello

Nel cerchio il sindaco di Chivasso Claudio Castello

A febbraio 2025 la linea era stata tracciata con parole nette, senza ambiguità. «Dall’anno prossimo chi non sarà in regola col pagamento della mensa non potrà iscrivere il proprio figlio alla mensa». A dirlo, in Consiglio comunale, era Gianluca Vitale, assessore all’Istruzione. Accanto a lui, politicamente e amministrativamente, il sindaco Claudio Castello. Il messaggio era chiaro: pugno duro, segnale forte, stop alle “inadempienze”, basta tolleranza verso chi non paga. I figli dei morosi sarebbero rimasti fuori dalla mensa. Punto.

Dieci mesi dopo - e dopo che era stata concessa e sempre prorogata la possibilità di portarsi un panino da casa per i figli dei morosi -, il 29 dicembre 2025, la Giunta comunale approva una delibera che dice l’esatto contrario. Non con un annuncio pubblico, non con una conferenza stampa, ma con un atto amministrativo lungo, tecnico, blindato giuridicamente. Una di quelle delibere che, lette con attenzione, raccontano molto più di quanto sembri.

È la delibera n. 326, quella che propone al Consiglio comunale la revoca della norma che subordinava l’accesso alla mensa alla regolarità dei pagamenti pregressi. Tradotto: quella regola non si può applicare.

È qui che il caso mensa entra di diritto nel catalogo dei dietrofront dell’amministrazione Castello. Non il primo, non l’unico. Ma certamente uno dei più delicati, perché tocca la scuola, i bambini, il diritto allo studio. E perché smentisce, nei fatti, un impianto politico rivendicato con forza solo pochi mesi prima.

La delibera non usa mai la parola “errore”. Non parla di ripensamento politico. Usa un linguaggio più elegante, ma anche più pesante: “ineseguibilità oggettiva e sopravvenuta della norma regolamentare”. È un’ammissione formale: la norma esiste, ma non è esigibile. Non perché manchi la volontà, ma perché mancano le condizioni reali per applicarla. Le scuole non dipendono dal Comune per l’organizzazione del tempo mensa. Le responsabilità sulla vigilanza, sugli spazi, sulla sicurezza e sugli allergeni non sono comunali. Lo dice l’ASL, lo scrivono i dirigenti scolastici, lo impone la normativa. Il Comune può stabilire le tariffe, può inseguire i crediti, può fare regolamenti. Ma non può decidere cosa succede dentro una scuola durante l’orario scolastico.

Gianluca Vitale assessore all'Istruzione del Comune di Chivasso

Ed è qui che crolla l’impianto del “pugno duro”. Perché escludere alcuni bambini dalla mensa significa dover gestire alternative: dove stanno? chi li sorveglia? con quali responsabilità? con quali coperture assicurative? Domande rimaste senza risposta a febbraio, quando la norma è stata votata. Domande che a dicembre diventano il motivo ufficiale della retromarcia.

La Giunta scrive nero su bianco che forzare l’applicazione della regola porterebbe a discriminazioni tra alunni, a violazioni del principio di parità di trattamento, a possibili ricorsi, a conflitti istituzionali con le scuole. Non solo. Ammette che non esistono strumenti giuridici per imporre alle scuole soluzioni organizzative che il Comune non governa. In altre parole: quella norma era politicamente spendibile, ma amministrativamente fragile.

C’è poi un passaggio che suona come una giustificazione ex post. La delibera rivendica che, nonostante tutto, la norma ha funzionato come deterrente: il 94,6% delle famiglie ha regolarizzato i debiti. È il tentativo di salvare la faccia politica: la minaccia ha prodotto effetti, anche se non poteva essere applicata fino in fondo. Ma resta il dato di fatto: la promessa di febbraio non regge alla prova della realtà.

E allora il caso mensa si aggiunge alla lista. Dopo il dietrofront su TARI e strisce blu, dopo la marcia indietro sul dormitorio, ecco quello sulla scuola. Ogni volta lo schema è simile: una scelta annunciata con toni risoluti, le critiche, i problemi pratici, le resistenze istituzionali, e infine una correzione di rotta. Formalmente motivata, giuridicamente inattaccabile, politicamente difficile da raccontare.

Resta una domanda, che la delibera non pone ma che la politica dovrebbe affrontare: perché approvare regole che non si è in grado di applicare? Perché annunciare il pugno duro senza aver verificato prima se il braccio arriva davvero fino in fondo? E soprattutto: chi si assume la responsabilità politica di queste scelte e di queste retromarce?

A febbraio parlava l’assessore Gianluca Vitale, rivendicando la necessità di “dare un segnale forte”. A dicembre è la Giunta guidata da Claudio Castello che certifica l’impossibilità di quel segnale. In mezzo, ci sono mesi di polemiche, di scuole lasciate sole, di famiglie in bilico, di una norma sospesa tra rigidità proclamata e inclusività forzata.

La mensa scolastica di Chivasso diventa così un caso emblematico. Non solo di gestione amministrativa, ma di modo di governare. Dove l’annuncio precede l’analisi, e la delibera finale serve a rimettere ordine nei danni. Un dietrofront in più, messo nero su bianco. Questa volta, con i bambini al centro.

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