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Iran, la piazza invoca lo Scià mentre il Paese affonda tra inflazione e guerre lontane

Dalle proteste per il costo della vita alla contestazione della politica estera della Repubblica islamica, fino al ritorno di simboli monarchici e alla figura del figlio dell’ultimo Scià come possibile riferimento politico

Iran, la piazza invoca lo Scià mentre il Paese affonda tra inflazione e guerre lontane

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L’Iran sta vivendo una fase di tensione profonda che non può essere letta come una semplice stagione di proteste cicliche, né come l’ennesima esplosione di malcontento destinata a essere riassorbita dall’apparato repressivo dello Stato. Quello che emerge dalle strade delle grandi città e delle province, dai bazar chiusi, dalle università, dalle periferie urbane e dai centri industriali è qualcosa di più stratificato e radicale: una crisi di fiducia complessiva, che investe il presente economico del Paese, il suo ruolo regionale e persino il suo racconto identitario. È una crisi che non si esprime più soltanto in termini di richiesta di riforme, ma che mette in discussione il senso stesso delle priorità del regime e la direzione intrapresa dall’Iran negli ultimi decenni.

Le proteste nascono ancora una volta dall’economia, ma non si fermano lì. L’inflazione è diventata una presenza costante, quotidiana, soffocante. Non è un numero astratto nei report ufficiali, ma una realtà che si manifesta ogni mattina nei mercati, nei negozi di quartiere, nelle farmacie. I prezzi cambiano nel giro di pochi giorni, a volte di poche ore. Il rial continua a perdere valore, rendendo instabile qualsiasi pianificazione familiare. Chi lavora nel settore pubblico vede il proprio stipendio eroso mese dopo mese, chi opera nel privato è spesso costretto ad accettare paghe irregolari o ridotte, mentre pensionati e classi popolari scivolano progressivamente sotto la soglia di una vita dignitosa.

In questo contesto, i dazi, le sanzioni e l’isolamento economico non sono più percepiti come un sacrificio necessario per la “resistenza” nazionale, ma come il sintomo di una scelta politica che ricade sempre e solo sulla popolazione. Le restrizioni sull’importazione di beni, le difficoltà nel commercio internazionale e il sistema di scambi informali hanno creato un’economia distorta, in cui prosperano reti opache legate ai centri di potere, mentre la maggioranza degli iraniani paga il prezzo più alto. Sempre più spesso, nelle manifestazioni, si sente una domanda che non è solo economica ma morale: perché il Paese deve continuare a sopportare privazioni in nome di una strategia che sembra non avere fine?

La folla che scende in strada rinfaccia apertamente al regime di guardare costantemente fuori dai confini nazionali, di investire risorse, energie e retorica in conflitti lontani mentre l’Iran reale fatica a sopravvivere. Gaza, il Libano, la Siria, lo Yemen diventano nei cori dei manifestanti il simbolo di una politica estera percepita come invasiva, costosa, distante dai bisogni interni. “Pensate all’Iran”, gridano in molti. Non è un rifiuto astratto della solidarietà internazionale, ma la denuncia di uno squilibrio: miliardi spesi per alleanze, milizie, guerre per procura, mentre ospedali, scuole, infrastrutture e salari restano in condizioni critiche.

Questo scarto tra le ambizioni regionali della Repubblica islamica e la realtà quotidiana dei cittadini è uno degli elementi che più alimentano la rabbia. Per anni il regime ha costruito la propria legittimità anche sull’idea di essere una potenza regionale, un attore capace di sfidare l’Occidente e i suoi alleati. Ma oggi una parte crescente della popolazione non vede in questa postura una fonte di orgoglio, bensì una condanna economica e sociale. La politica estera, un tempo collante ideologico, diventa così uno dei bersagli principali della protesta.

È in questo clima che riemerge, con forza inedita, il tema della monarchia e del passato pre-rivoluzionario. Non come progetto politico definito, ma come segnale di rottura. In alcune piazze si invoca lo Scià, in altre si agitano bandiere dell’Iran pre-1979. È un linguaggio provocatorio, volutamente destabilizzante per un regime che ha fondato la propria identità sulla negazione totale di quel passato. La nostalgia non è necessariamente storica o consapevole; spesso è simbolica, generazionale, emotiva. Per molti giovani iraniani, nati decenni dopo la rivoluzione islamica, lo Scià non è un ricordo diretto, ma un’idea alternativa, una possibilità immaginata contro un presente che appare senza sbocchi.

In questo spazio simbolico si inserisce la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià. Da anni vive in esilio, principalmente negli Stati Uniti, e negli ultimi tempi ha intensificato i tentativi di accreditarsi come punto di riferimento per un Iran post-Repubblica islamica. I suoi interventi pubblici, le interviste ai media internazionali, i messaggi rivolti direttamente agli iraniani cercano di costruire un’immagine di leadership moderata, democratica, lontana dall’autoritarismo del passato monarchico. Pahlavi insiste sul fatto di non voler imporre una restaurazione, ma di sostenere un processo di autodeterminazione popolare, un referendum sul futuro del Paese.

Il suo messaggio trova ascolto soprattutto nella diaspora iraniana e in una parte delle proteste interne, ma resta controverso. Per alcuni manifestanti rappresenta una possibilità di continuità storica spezzata nel 1979; per altri è una figura distante, legata a un passato che non può semplicemente essere riproposto. Tuttavia, il semplice fatto che il suo nome venga pronunciato nelle piazze iraniane è di per sé significativo. Indica che il tabù è caduto, che l’immaginario politico si è allargato oltre i confini consentiti dal regime.

Parallelamente, il potere reagisce alternando repressione e narrazione difensiva. Le autorità continuano a descrivere le proteste come il frutto di interferenze straniere, di complotti orchestrati dall’Occidente o da gruppi ostili. Ma questa spiegazione appare sempre meno credibile per chi vive quotidianamente l’aumento dei prezzi e la mancanza di prospettive. Gli arresti, le limitazioni a internet, la pressione sui media non riescono a cancellare la sensazione diffusa che il problema non sia esterno, ma interno al sistema.

Un altro elemento cruciale è la natura sempre più trasversale delle mobilitazioni. Non si tratta solo di giovani urbani o di attivisti politici. Commercianti tradizionalmente considerati una colonna del sistema, come quelli dei bazar, hanno chiuso le serrande in segno di protesta. Lavoratori industriali e impiegati pubblici si sono uniti agli scioperi. Questo allargamento sociale rende le proteste più difficili da isolare e reprimere senza costi elevati.

La dimensione simbolica resta centrale. Statue, ritratti, slogan, bandiere diventano strumenti di una battaglia narrativa. Buttare giù un simbolo, bruciare un’immagine, gridare un nome proibito significa affermare che l’ordine esistente non è più intoccabile. È un linguaggio che parla tanto al potere quanto alla società stessa, che si guarda allo specchio e si scopre meno timorosa di quanto fosse in passato.

Nonostante tutto, l’Iran non è sull’orlo di una caduta imminente del regime. L’apparato di sicurezza rimane forte, organizzato, le élite conservano risorse e controllo. Ma ciò che sta accadendo segnala un cambiamento più profondo: la perdita progressiva di consenso passivo, l’erosione dell’idea che “non ci sia alternativa”. Le proteste non offrono ancora un progetto unitario, ma mostrano chiaramente ciò che una parte crescente della popolazione rifiuta: un Paese che sacrifica il proprio presente in nome di guerre lontane, un’economia piegata a interessi ideologici, un sistema politico impermeabile alle esigenze reali dei cittadini.

In questo senso, la crisi iraniana non è solo una questione di piazze e repressione. È una crisi di priorità, di visione, di futuro. È la domanda, sempre più esplicita, su che cosa debba essere l’Iran e per chi debba funzionare lo Stato. Ed è una domanda che, una volta posta apertamente nelle strade, difficilmente può essere cancellata. Anche se le manifestazioni dovessero rallentare o disperdersi, il nodo resta. E con esso resta l’impressione che il Paese sia entrato in una fase in cui il confronto tra potere e società non può più essere rimandato senza conseguenze.

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