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05 Gennaio 2026 - 11:21
Dal narcotraffico allo shopping compulsivo: ecco chi ci ha guadagnato davvero dalla cattura di Maduro
Nell’era dell’iperconnessione basta un’immagine, anche fuori contesto, per accendere un desiderio. Non importa se lo scenario è drammatico, politico o giudiziario. Se passa su uno schermo, diventa automaticamente oggetto di attenzione, meglio ancora se di consumo. È successo anche questa volta.
Nei giorni scorsi, secondo quanto circolato online, Nicolás Maduro sarebbe stato catturato dagli Stati Uniti e trasferito oltreoceano per rispondere di gravi accuse legate a narcotraffico e terrorismo. Un’operazione internazionale, un evento che – almeno in teoria – dovrebbe far discutere di geopolitica, diritti, equilibri globali. E invece no.
A rubare la scena non sono state le manette, né il contesto storico, né tantomeno le accuse. A dominare la conversazione è stato un dettaglio fondamentale per la nostra epoca: la tuta. Durante il trasferimento, Maduro sarebbe stato fotografato con addosso un Nike Tech Fleece, capo sportivo già popolare ma improvvisamente trasformato in fenomeno virale. Risultato? Ricerche su Google in impennata, commenti, meme, curiosità, wishlist.
La dinamica è ormai fin troppo familiare. Vedi qualcosa sullo schermo e, senza passare dal pensiero critico, il cervello compie il salto automatico: la voglio. Non importa chi la indossa, perché, dove o in quale situazione. Il contesto politico evapora, quello giudiziario scompare, resta solo l’oggetto. Una banalissima tuta diventa improvvisamente desiderabile perché è apparsa nel frame giusto, nel momento giusto, davanti agli occhi giusti.
È l’ennesima dimostrazione di come la società moderna abbia sviluppato un riflesso condizionato perfetto. L’immagine precede il ragionamento, il desiderio anticipa il senso. Non chiediamo più perché stiamo guardando qualcosa, ma solo dove comprarla. Anche quando l’immagine arriva da un’operazione di cattura internazionale che, sulla carta, non ha nulla a che vedere con lo shopping.
Il meccanismo è semplice e spietato. Se vedo una cosa, la voglio. Se la voglio, la cerco. Se la cerco, qualcuno me la venderà. Il resto è rumore di fondo. Storia, politica, etica diventano cornice decorativa, mentre il desiderio di possesso resta sempre pronto a entrare in gioco, stimolato, solleticato, attivato.
Non è la prima volta e non sarà l’ultima. Prima erano le sneakers viste ai piedi di un rapper sotto processo, poi l’orologio indossato durante un interrogatorio, oggi una tuta sportiva nel contesto di una presunta cattura globale. Domani sarà qualcos’altro. Perché lo schema è ormai interiorizzato: lo schermo legittima il desiderio.
E così, mentre il mondo discute – o dovrebbe discutere – di equilibri internazionali, accuse pesanti e scenari complessi, una parte consistente dell’attenzione collettiva scivola su una zip, un tessuto tecnico, un logo ben visibile. Il capitalismo dell’immagine ringrazia. Il pensiero critico, un po’ meno.

C’è un meccanismo silenzioso, quasi invisibile, che governa una parte enorme delle nostre scelte quotidiane. Non passa dagli spot tradizionali, non ha bisogno di slogan, non chiede il permesso. Funziona così: vedi un oggetto sullo schermo e lo desideri. Fine del processo. È il cuore del consumismo contemporaneo, una macchina che non si limita più a vendere prodotti, ma attiva impulsi.
Il punto centrale non è più cosa viene venduto, ma dove e come appare. Un oggetto non deve essere presentato come desiderabile: lo diventa automaticamente nel momento in cui entra nel flusso delle immagini che scorrono davanti ai nostri occhi. Social network, video virali, notizie, perfino eventi drammatici o politici diventano vetrine inconsapevoli. Il contesto perde peso, il contenuto emotivo viene neutralizzato, resta solo l’oggetto.
Questo è il vero successo del marketing occulto. Non convince, non argomenta, non promette. Innesca. La mente umana è ormai allenata a ragionare per associazioni rapide: se qualcosa è visibile, è rilevante; se è rilevante, è desiderabile; se è desiderabile, va posseduta. È una scorciatoia cognitiva potentissima, che riduce il tempo tra stimolo e desiderio a pochi secondi.
Dal punto di vista psicologico, questi meccanismi sfruttano alcune leve ben note. La prima è la familiarità. Più vediamo un oggetto, più il cervello lo percepisce come sicuro, vicino, “già nostro”. La seconda è l’imitazione: se qualcosa appare associato a una persona visibile, potente o semplicemente al centro dell’attenzione, il nostro sistema emotivo registra quell’oggetto come simbolo di appartenenza. Non importa se il contesto è positivo o negativo. L’importante è esserci.
C’è poi un terzo elemento, ancora più sottile: la riduzione del pensiero critico. Le immagini scorrono veloci, si sovrappongono, non lasciano spazio alla riflessione. In questo flusso continuo, il cervello smette di chiedersi perché sta guardando qualcosa e passa direttamente al quanto costa. È una forma di consumo passivo, che non nasce da un bisogno reale ma da un’esposizione ripetuta.
Il risultato è una confusione costante tra informazione e stimolo commerciale. Una notizia non è più solo una notizia. Un video non è più solo un video. Tutto diventa potenzialmente monetizzabile, tutto può generare interesse, tutto può trasformarsi in desiderio. Anche ciò che, razionalmente, non ha nulla a che vedere con l’acquisto.
Questo ha un impatto profondo sul modo in cui percepiamo noi stessi. Il consumismo contemporaneo non ci dice più “compra per essere felice”, ma “se lo vuoi, significa che ti serve”. Il desiderio viene legittimato in automatico, senza passare dal bisogno. E quando il desiderio non viene soddisfatto, subentra una frustrazione altrettanto automatica. Non perché l’oggetto sia davvero necessario, ma perché l’impulso è stato attivato e lasciato in sospeso.
Nel lungo periodo, questi meccanismi producono stanchezza mentale, ansia da confronto e una sensazione diffusa di mancanza. Se tutto può diventare oggetto di desiderio, allora non si è mai abbastanza. Non si ha mai l’ultimo modello, l’ultima versione, il simbolo più aggiornato. Il consumo diventa una corsa continua, più emotiva che razionale.
La parte più efficace del marketing occulto è proprio questa: non si presenta come marketing. Non interrompe, non chiede attenzione, non si dichiara. Si mimetizza dentro le notizie, dentro i drammi, dentro la quotidianità. E funziona perché il nostro cervello, ormai, è addestrato a rispondere. Vedo, desidero. Desidero, cerco. Cerco, compro.
Recuperare consapevolezza non significa demonizzare il consumo, ma rallentare il processo. Chiedersi perché qualcosa ci attrae, da dove nasce quel desiderio, se è nostro o indotto. È un esercizio semplice, ma rivoluzionario in un sistema che vive di automatismi.
In un mondo in cui tutto può diventare una vetrina, l’unico vero atto di libertà è riconoscere il meccanismo. Perché non tutto ciò che vediamo merita di essere posseduto. E non tutto ciò che desideriamo nasce davvero da noi.

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