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L’Italia che sfida Musk parte da Torino: nanosatelliti contro i giganti dello spazio globale

Nel distretto aerospaziale cresce Tyvak International, tra mini-satelliti, test in orbita e una visione europea alternativa ai grandi network spaziali

L’Italia che sfida Musk

L’Italia che sfida Musk parte da Torino, nanosatelliti contro i giganti dello spazio globale (foto archivio)

C’è una parte del Piemonte industriale che lavora lontano dai riflettori, senza proclami, ma con una traiettoria chiara: guardare allo spazio come a un’infrastruttura strategica del presente, non del futuro. È qui, tra capannoni tecnologici e laboratori iperspecializzati di Torino, che sta prendendo forma una delle sfide più ambiziose dell’aerospazio europeo: quella dei nanosatelliti per la connettività ad alta velocità, un terreno oggi dominato dai grandi sistemi globali come Starlink, ma sempre più aperto a soluzioni alternative, agili e meno centralizzate.

Il cuore di questa partita si chiama Tyvak International, azienda con sede in via Orvieto, inserita nel distretto aerospaziale piemontese e oggi parte del gruppo Lockheed Martin. Una realtà nata nel 2015 che, nel giro di un decennio, ha costruito una posizione riconosciuta nel panorama europeo dei CubeSat, i satelliti di piccole dimensioni che stanno rivoluzionando l’accesso allo spazio. Con circa 70 dipendenti, perlopiù giovani ingegneri altamente specializzati, e un fatturato che si aggira sui 10 milioni di euro, Tyvak rappresenta uno degli esempi più concreti di come l’innovazione spaziale non sia più appannaggio esclusivo delle grandi agenzie nazionali.

Il salto di qualità è arrivato nel settembre scorso, quando in orbita è entrato LIDE, un CubeSat 12U sviluppato nell’ambito di un progetto europeo dell’Agenzia spaziale europea e finanziato dall’Agenzia spaziale italiana. Un satellite compatto, progettato e costruito interamente in Italia, che sta testando un sistema di connettività diretta ad alta velocità tra nanosatelliti e terminali di terra di dimensioni ridotte. Una sperimentazione che guarda alla rete, all’evoluzione del 5G e del 6G, e a un’integrazione sempre più stretta tra infrastrutture spaziali e terrestri.

Non si tratta di un esperimento teorico. I test in corso stanno dimostrando la possibilità di garantire collegamenti stabili, a bassa latenza e con flussi di dati significativi, utilizzando terminali mobili o installati su veicoli. Una prospettiva che apre scenari applicativi concreti, soprattutto in contesti dove le reti tradizionali non arrivano o collassano: aree remote, territori colpiti da calamità naturali, situazioni di emergenza. Non a caso, le sperimentazioni coinvolgono anche realtà operative come la Protezione Civile e i Vigili del Fuoco della Città metropolitana di Torino.

Dal punto di vista tecnologico, i risultati sono tutt’altro che marginali. Le quattro antenne integrate del satellite consentono velocità fino a 10 Mbps in downlink e 1 Mbps in uplink, numeri rilevanti per un nanosatellite e sufficienti a garantire un flusso dati continuo e interoperabile tra reti spaziali e terrestri. In questi giorni si stanno completando anche i collaudi con il Telecom Lab dell’Esa a Noordwijk, nei Paesi Bassi, un passaggio cruciale per validare il sistema su scala europea.

Il contesto in cui si inserisce Tyvak è quello di un mercato dei nanosatelliti in piena espansione. Negli ultimi dieci anni, la combinazione di miniaturizzazione tecnologica e standardizzazione produttiva ha cambiato radicalmente il settore. Costruire e lanciare un satellite non è più un’impresa riservata a pochi grandi attori: tempi e costi si sono ridotti drasticamente, abbassando la soglia di accesso allo spazio. Oggi circa il 23% dei satelliti attivi in orbita è costituito da CubeSat e nanosatelliti, pari a 2.500–2.800 unità operative. Le proiezioni indicano che entro il 2030 si potrebbe arrivare a 27.000 satelliti attivi, quasi quattro volte il numero attuale.

In questo scenario, il Piemonte sta intercettando una trasformazione globale. Il distretto aerospaziale regionale, sostenuto da università, centri di ricerca e programmi di incubazione come l’Esa Bic di Torino, sta diventando un polo di competenze riconosciuto, capace di attrarre investimenti e progetti internazionali. La crescita di Tyvak non è un caso isolato, ma il risultato di un ecosistema che ha scelto di puntare su tecnologie abilitanti e su un modello industriale flessibile.

Il valore dei nanosatelliti non si esaurisce nella connettività. Questi veicoli spaziali rappresentano una piattaforma ideale per testare tecnologie critiche direttamente in orbita, prima di passare a servizi su larga scala. Dall’osservazione della Terra al monitoraggio ambientale, dal controllo del traffico marittimo e aereo alle telecomunicazioni a bassa latenza, fino ai nuovi scenari dell’in-orbit servicing, un settore in rapida crescita che vede i satelliti come veri e propri strumenti operativi.

È proprio qui che Tyvak ha scelto di specializzarsi ulteriormente. L’idea è quella di utilizzare i nanosatelliti come “droni spaziali”, capaci di operare in prossimità di altri oggetti in orbita: satelliti, stazioni spaziali, persino asteroidi. Operazioni di ispezione, supporto scientifico, assistenza agli astronauti, che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza e oggi iniziano a entrare nelle roadmap industriali europee.

La sfida, inevitabilmente, si misura anche con i grandi player globali. Starlink, il sistema di satelliti per la connettività globale promosso da Elon Musk, rappresenta il riferimento più evidente. Ma l’approccio europeo, e in particolare quello piemontese, segue una strada diversa: meno megacostellazioni, più interoperabilità, più integrazione con le reti terrestri, maggiore attenzione alla sostenibilità orbitale e alla gestione del traffico spaziale.

È una competizione che non si gioca solo sul piano tecnologico, ma anche su quello strategico e geopolitico. Avere una filiera europea capace di garantire servizi spaziali avanzati significa ridurre la dipendenza da infrastrutture extra-UE e rafforzare l’autonomia industriale. In questo senso, le missioni come LIDE non sono semplici dimostratori tecnologici, ma tasselli di una visione più ampia.

Da Torino, dunque, parte una sfida che guarda molto più lontano delle Alpi. Una corsa silenziosa, fatta di test, orbite e dati, che potrebbe ridefinire il modo in cui lo spazio viene utilizzato come infrastruttura quotidiana. Senza proclami, ma con una traiettoria precisa. E con la consapevolezza che, oggi, anche i satelliti più piccoli possono avere un peso enorme.

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