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Dopo il Venezuela la Groenlandia? Tra meme, minacce e una partita geopolitica reale

Scherzo social o strategia politica: perché un post virale ha acceso un caso diplomatico, cosa cercano Washington e Copenaghen e perché a decidere non saranno né Trump né la Danimarca, ma i groenlandesi

Dopo il Venezuel la Groenlandia? Tra meme, minacce e una partita geopolitica reale

Dopo il Venezuel la Groenlandia? Tra meme, minacce e una partita geopolitica reale

Un post di poche lettere è bastato a innescare un caso diplomatico. Dietro una provocazione nata online si muove però una partita molto concreta, che riguarda sovranità, basi militari, risorse strategiche e, soprattutto, il diritto dei groenlandesi a decidere del proprio futuro.

Una mappa colorata a stelle e strisce, la scritta “Presto” e nessun’altra spiegazione. Il 4 gennaio 2026 la podcaster conservatrice Katie Miller ha pubblicato su X un’immagine della Groenlandia coperta dalla bandiera degli Stati Uniti. Un meme, uno dei tanti che circolano nell’ecosistema MAGA (Make America Great Again). Questa volta però l’effetto non si è fermato ai social. Poche ore dopo, l’ambasciatore danese a Washington, Jesper Møller Sørensen, è intervenuto pubblicamente ricordando che Danimarca e Stati Uniti sono “alleati stretti” e che Copenaghen si aspetta “pieno rispetto dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca”. La miccia digitale è caduta su un terreno già carico di tensioni: la nomina del governatore della Louisiana, Jeff Landry, a “inviato speciale per la Groenlandia” da parte del presidente Donald Trump nel dicembre 2025, il ruolo strategico della Pituffik Space Base e la competizione globale per i minerali critici presenti nel sottosuolo dell’isola.

Dietro una sola parola, “Presto”, si concentrano temi di diritto internazionale, equilibri NATO (Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord), diplomazia artica e una questione che non ammette scorciatoie: chi decide il destino della Groenlandia.

Il post di Katie Miller, moglie del consigliere di lungo corso di Trump, Stephen Miller, ha fatto rapidamente il giro dei media internazionali. RaiNews, tra gli altri, ha collegato la provocazione alla fase di rinnovata assertività della politica estera statunitense e al peso simbolico che la Groenlandia ha assunto nel dibattito interno allo schieramento MAGA. La risposta diplomatica non si è fatta attendere. L’ambasciatore Sørensen ha pubblicato su X un messaggio dai toni misurati ma inequivocabili: alleanza solida con Washington, cooperazione artica rafforzata, e un richiamo diretto al principio dell’integrità territoriale del Regno di Danimarca. Nel testo si citavano anche gli investimenti danesi per rafforzare la sicurezza nell’Artico e nel Nord Atlantico.

Secondo documenti ufficiali del Ministero della Difesa danese, nel gennaio 2025 Copenaghen ha approvato un primo accordo per il teatro Artico–Nord Atlantico da circa 14,6 miliardi di corone danesi (pari a circa 1,95 miliardi di euro), destinato a nuove navi artiche, droni a lungo raggio e capacità satellitari. Nell’ottobre 2025 è arrivato un secondo pacchetto, da 27,4 miliardi di corone (circa 3,7–4,3 miliardi di dollari), che comprende ulteriori unità navali, un nuovo quartier generale del Joint Arctic Command a Nuuk, capacità di pattugliamento marittimo e un cavo sottomarino nordatlantico. Nel complesso, un rafforzamento che supera i 40 miliardi di corone danesi su base pluriennale. Il segnale politico è chiaro: la Danimarca non intende cedere la Groenlandia e sta aumentando in modo significativo la propria presenza civile e militare nell’area insieme agli alleati.

La fase attuale prende forma nel dicembre 2025, quando Donald Trump nomina Jeff Landry “special envoy to Greenland”. Non si tratta di un incarico diplomatico formale, ma il valore simbolico è forte. Landry ha scritto su X che considera un “onore” servire in questo ruolo “per rendere la Groenlandia parte degli Stati Uniti”. I principali quotidiani statunitensi hanno ricondotto la decisione alle ripetute dichiarazioni di Trump, secondo cui la Groenlandiasarebbe “cruciale” per la sicurezza nazionale americana e per la quale la Casa Bianca “non esclude” opzioni militari. Parole che hanno provocato reazioni immediate a Copenaghen e a Nuuk, con convocazioni dell’ambasciatore statunitense e richiami espliciti al diritto internazionale.

Nello stesso periodo, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth, in audizione al Congresso, ha evitato di escludere l’esistenza di piani di contingenza che coinvolgano Groenlandia e Panama, precisando che il Pentagono pianifica “per qualsiasi eventualità”. Un linguaggio tipico della deterrenza militare, che nel clima politico attuale ha però alimentato preoccupazioni in Europa su un possibile irrigidimento dell’approccio statunitense nel Nord Atlantico.

C’è un dato che resta centrale e verificabile. Secondo un sondaggio dell’istituto Verian, pubblicato tra il 28 e il 29 gennaio 2025, l’85% dei groenlandesi è contrario a diventare parte degli Stati Uniti, mentre solo il 6% si dichiara favorevole e il 9% indeciso. La rilevazione è stata riportata da Reuters, DW (Deutsche Welle), Euronews e altri media internazionali. Lo stesso sondaggio mostra che una parte significativa della popolazione guarda con interesse a un percorso di maggiore autonomia o di indipendenza dalla Danimarca, a determinate condizioni. È una dinamica di lungo periodo, sintetizzata in una formula ripetuta sia a Nuuk sia a Copenaghen: “Greenland belongs to the Greenlanders”. Non è solo uno slogan. La legge sull’autogoverno del 2009 riconosce alla Groenlandia la possibilità di dichiarare l’indipendenza tramite referendum, con successiva ratifica del Parlamento danese.

La Groenlandia è enorme, circa tre volte il Texas, e scarsamente popolata. Ma per la sicurezza statunitense il suo valore è strategico. Nel nord-ovest dell’isola si trova la Pituffik Space Base (ex Thule), che ospita l’821st Space Base Group e il 12th Space Warning Squadron della U.S. Space Force (Forza Spaziale degli Stati Uniti). È la base del Department of Defense più a nord del pianeta, a circa 750 miglia oltre il Circolo Polare Artico, ed è parte integrante del sistema di allerta precoce missilistica e di controllo satellitare. In un contesto di competizione crescente tra Stati Uniti, Russia e Cina nell’Artico, quella posizione geografica pesa molto più della sua distanza dalle capitali.

A questo si aggiunge il tema delle risorse. Il sottosuolo groenlandese contiene minerali critici come terre rare, nichel, grafite, zinco e potenzialmente litio. Due progetti sono diventati simbolici. Il giacimento di Kvanefjeld (o Kuannersuit), nel sud dell’isola, è tra i più grandi depositi di terre rare al mondo, ma è associato alla presenza di uranio. Il progetto Tanbreez (o Kringlerne) è invece passato sotto controllo statunitense dopo pressioni diplomatiche volte a evitare una cessione a soggetti legati a Pechino. La politica groenlandese ha però imposto limiti stringenti. Nel 2021 il Parlamento ha introdotto un divieto sull’estrazione di uranio oltre determinate soglie, bloccando di fatto Kvanefjeld e aprendo un contenzioso internazionale di tipo ISDS (Investor-State Dispute Settlement) da 11,5 miliardi di dollari. Ambiente, autonomia e geopolitica si intrecciano, rendendo la Groenlandia un caso di studio globale sulla gestione della transizione energetica e della sovranità locale.

Sul piano giuridico, i confini degli Stati possono cambiare solo con il consenso delle popolazioni interessate e nel rispetto del diritto internazionale. La Carta delle Nazioni Unite, all’articolo 2, paragrafo 4, vieta la minaccia o l’uso della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato. Questo principio è stato rafforzato dalla Dichiarazione sulle Relazioni Amichevoli dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e da una prassi consolidata. Nel caso della Groenlandia, il quadro è ulteriormente chiaro: l’isola fa parte del Regno di Danimarca, gode di ampia autonomia e qualsiasi modifica dello status deve passare dal consenso espresso della popolazione locale.

Non a caso, le posizioni ufficiali di Copenaghen e Nuuk sono rimaste allineate: i confini non si cambiano per pressione esterna, la Groenlandia non è in vendita e il futuro dell’isola spetta ai groenlandesi.

La strategia danese si misura anche nei numeri. Tra gennaio e ottobre 2025 la Danimarca ha approvato due accordi consecutivi per rafforzare la difesa nell’Artico e nel Nord Atlantico, in collaborazione con i governi di Groenlandia e Isole Faroe. Le cifre, convertite, parlano di investimenti nell’ordine di miliardi di euro e dollari, coerenti con l’obiettivo di rafforzare la postura nordatlantica nel quadro dell’Accordo di Difesa 2024–2033 e dell’impegno a superare il 2% del PIL in spesa militare. Una linea seguita con attenzione a Bruxelles, a Washington e nelle capitali nordiche.

Per gli Stati Uniti, la Groenlandia incrocia tre priorità: la difesa missilistica e spaziale, la sicurezza delle catene di approvvigionamento dei minerali critici e la deterrenza nell’Artico, tra teatro euro-atlantico e indo-pacifico. In questo contesto, la retorica sull’annessione funziona come acceleratore politico, ma non elimina i vincoli giuridici e il peso del consenso locale. Se l’obiettivo è rafforzare sicurezza e influenza, la strada più praticabile resta quella degli investimenti e della cooperazione con Nuuk e Copenaghen.

Il sondaggio Verian, con l’85% di contrari all’ingresso negli Stati Uniti, mostra un orientamento solido, rafforzato proprio dalla pressione esterna. Allo stesso tempo, una parte rilevante della popolazione guarda a una futura indipendenza dalla Danimarca, a determinate condizioni economiche e sociali. Questo crea un equilibrio delicato, in cui ogni mossa esterna rischia di produrre effetti opposti a quelli desiderati.

Tolto il rumore dei social, la sequenza dei fatti restituisce un quadro più stabile. Un alleato NATO come la Danimarcaha rafforzato in modo concreto la propria presenza nell’Artico. L’amministrazione Trump ha politicizzato il dossier con nomine e dichiarazioni forti, senza però modificare i vincoli di fondo. La Groenlandia, attraverso istituzioni e opinione pubblica, ribadisce che il proprio futuro non può essere deciso altrove. Sullo sfondo, l’Artico emerge come uno dei principali spazi di competizione del XXI secolo, tra basi militari, rotte strategiche, satelliti e risorse.

Il meme di Katie Miller ha avuto un effetto collaterale rilevante: dimostrare quanto, nell’era digitale, anche un messaggio minimale possa avere conseguenze diplomatiche. Ma a separare propaganda e politica restano i trattati, le leggi, le scelte elettorali e i bilanci pubblici. È su questi elementi, non su una timeline, che si deciderà il futuro della Groenlandia, nel rispetto del diritto internazionale e del principio di autodeterminazione.

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