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Iran, si muore per il carovita: quanto sangue costerà ancora il crollo del rial?

Serrande abbassate nel bazar di Teheran, inflazione fuori controllo, repressione nelle province: almeno sei morti in pochi giorni mentre il governo promette dialogo e minaccia pugno duro

Iran, si muore per il carovita: quanto sangue costerà ancora il crollo del rial?

Proteste in Iran (foto x)

La mattina del 29 dicembre 2025, nel Gran Bazar di Teheran, la notizia circola più veloce dei clienti: oggi si chiude. In poche ore le saracinesche abbassate disegnano una mappa della rabbia. Il rial iraniano continua a perdere valore, i prezzi di farina, carne e benzina aumentano senza sosta e quello che parte dal mercato storico della capitale si estende rapidamente alle università, ai quartieri popolari e alle città di provincia. È l’avvio di una protesta che nasce dal carovita e che, nel giro di tre giorni, lascia sul terreno almeno sei morti.

Le manifestazioni iniziano il 28 dicembre, quando commercianti e botteghe reagiscono al crollo della valuta e a un’inflazione che supera il 40 per cento ufficiale. Il giorno dopo, mentre il governo giustifica la chiusura di scuole e uffici in molte province con il freddo e la necessità di risparmiare energia, la tensione cresce nelle strade. Il 1° gennaio 2026 la protesta degenera nell’ovest dell’Iran. A Azna, Kouhdasht e Lordegan si verificano scontri violenti tra manifestanti e forze di sicurezza. I bilanci sono contrastanti, ma il dato centrale è chiaro: si muore durante una mobilitazione nata per il costo della vita.

A Azna, nella provincia di Lorestan, muoiono Shayan Asadollahi, Vahab Musavi e un ragazzo di 15 anni, identificato solo come Mostafa. L’agenzia semi-ufficiale Fars parla di un attacco contro una stazione di polizia e attribuisce le vittime agli scontri. L’organizzazione Hengaw Organization for Human Rights sostiene invece che si tratti di manifestanti colpiti dal fuoco delle forze dell’ordine. A Lordegan, nella provincia di Chaharmahal e Bakhtiari, vengono confermati altri due morti durante disordini che includono incendi e danneggiamenti di edifici pubblici e banche. A Kouhdasht, sempre in Lorestan, le autorità dichiarano l’uccisione di un Basij di 21 anni; secondo attivisti e testimoni si tratterebbe invece di un manifestante. L’accesso limitato dei giornalisti e le interruzioni di internet rendono difficile una verifica indipendente definitiva.

Mentre la cronaca si aggiorna ora dopo ora, la politica tenta di contenere l’impatto. Il presidente Massoud Pezeshkian, in un discorso trasmesso dalla televisione di Stato iraniana, riconosce la legittimità delle rivendicazioni economiche e ammette che la crisi dei mezzi di sussistenza rappresenta un pericolo reale per il Paese. Allo stesso tempo, la magistratura, guidata da Gholamhossein Mohseni-Ejei, e la Procura generale, attraverso Mohammad Movahedi-Azad, annunciano una linea dura contro chi, secondo le autorità, trasformerebbe il malcontento economico in insurrezione o instabilità.

L’origine della protesta è materiale e misurabile. Negli ultimi dodici mesi il rial ha perso oltre un terzo del suo valore sul dollaro statunitense, toccando a fine dicembre nuovi minimi storici sul mercato libero. L’inflazione erode salari e risparmi, con aumenti particolarmente forti sui beni alimentari. Per molte famiglie il carrello della spesa si svuota prima di arrivare alla cassa. In questo contesto, le ripetute chiusure di scuole e uffici pubblici per il freddo, ufficialmente motivate dal risparmio energetico, vengono lette da una parte della popolazione come uno strumento per ridurre la mobilità e limitare le manifestazioni.

Il malcontento non resta confinato a Teheran. Come già accaduto in altre ondate di protesta, il prezzo più alto viene pagato nelle città medie e nelle aree periferiche, dove la presenza mediatica è minore e l’uso della forza tende a essere più rapido. Secondo numerose testimonianze raccolte da ONG e attivisti, in località come Azna e Lordegan sarebbero stati utilizzati non solo gas lacrimogeni ma anche proiettili veri. Le autorità respingono queste accuse e parlano di “rivoltosi armati” e di “interferenze dall’estero”.

È in questo quadro che la crisi iraniana assume una dimensione apertamente internazionale. Il 2 gennaio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump interviene con un messaggio pubblicato sul social Truth Social: «Se il regime iraniano spara e uccide manifestanti pacifici, gli Stati Uniti interverranno. Siamo pronti a partire, locked and loaded». È una dichiarazione diretta, dal linguaggio militare, che lega esplicitamente un’eventuale azione americana all’uso della forza letale contro i civili.

Da Teheran la risposta arriva poche ore dopo. Ali Larijani, indicato come segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale, replica che qualsiasi intervento statunitense rappresenterebbe una violazione della sovranità iraniana e metterebbe a rischio la sicurezza dell’intera regione e gli interessi e i soldati degli Stati Uniti. Le parole di Trump diventano così un elemento centrale della crisi: all’esterno come minaccia, all’interno come argomento per rafforzare la narrazione dell’ingerenza straniera e giustificare una linea repressiva più dura.

Intanto la protesta continua a saldare mondi diversi. Ai commercianti del bazar si uniscono studenti universitari, lavoratori precari e giovani disoccupati. Le rivendicazioni partono dal carovita e si allargano rapidamente alla corruzione e alla gestione del potere. Non emerge una leadership unitaria né un programma strutturato, ma richieste immediate: stabilizzare la moneta, contenere i prezzi dei beni essenziali, fermare l’uso della forza letale contro chi scende in strada.

Trump

La distanza tra le versioni ufficiali e quelle delle organizzazioni non governative resta ampia. Hengaw Organization for Human Rights fornisce nomi, età e luoghi delle vittime, parlando di un numero di morti superiore a quello ammesso dallo Stato. I media governativi tendono invece a ricondurre i decessi a episodi criminali o a rivendicare l’appartenenza delle vittime alle forze lealiste. È una dinamica già osservata nelle proteste del 2019 e del 2022, quando la ricostruzione completa dei fatti è arrivata solo mesi dopo, spesso in modo parziale.

Il quadro che emerge è quello di un Paese stretto tra crisi economica e gestione securitaria del dissenso. La presidenza di Massoud Pezeshkian promette ascolto e confronto, ma il baricentro del potere resta nelle mani della Guida suprema Ali Khamenei, della Guardia Rivoluzionaria e dei Basij, che determinano soglie e modalità dell’uso della forza. Nelle grandi città l’approccio appare più cauto, nelle province occidentali più duro.

Le prossime settimane diranno se questa ondata di proteste si esaurirà o si consoliderà. Molto dipenderà dall’andamento del rial, dai prezzi di energia e carburanti e dalla capacità del governo di trasformare le promesse in misure visibili. Un ulteriore crollo della valuta o nuovi rincari rischiano di estendere la mobilitazione a segmenti più ampi della classe media urbana e del mondo rurale. Sullo sfondo resta il fattore esterno: nuove sanzioni o incidenti regionali potrebbero aggravare ulteriormente le aspettative economiche e alimentare una spirale difficile da controllare.

Quello che appare certo è che questa protesta non nasce da un complotto internazionale, ma da una realtà interna fatta di salari erosi, inflazione persistente e fiducia ai minimi storici. Le città di Azna, Lordegan e Kouhdasht, poco note fuori dall’Iran, sono diventate in pochi giorni un indicatore della tenuta del sistema. È da lì che oggi passa la misura della crisi iraniana.


Fonti: Fars News Agency, Hengaw Organization for Human Rights, Truth Social, IRIB (televisione di Stato iraniana), dichiarazioni ufficiali del governo iraniano, media internazionali.

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