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Crans-Montana. L'assessore regionale Riboldi e la politica dei "like". Anche di fronte alla tragedia!

Post, numeri e cuoricini: l’assessore Federico Riboldi annuncia 66 posti letto, ma nell’elenco mancano Alessandria, Cuneo e persino la Città della Salute con il centro grandi ustionati del CTO. La disponibilità arriva solo ore dopo. Quando l’emergenza non aspetta i social

Crans-Montana. L'assessore regionale Riboldi e la politica dei "like". Anche di fronte alla tragedia!

L'assessore regionale Federico Riboldi

Sono le 16.05 di giovedì 1° gennaio quando l’assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi affida ai social il suo messaggio. Un post secco, istituzionale, scritto con quell’urgenza tipica di chi sente il bisogno di esserci subito, di dire “noi ci siamo”, “noi abbiamo fatto”, di piantare la bandierina nello spazio della notizia prima che lo faccia qualcun altro. La politica dei tempi moderni: prima si posta, poi – eventualmente – si ragiona.

“Tragedia di Crans-Montana: il Piemonte attiva la rete ospedaliera”. Titolo efficace, contenuto rassicurante, like assicurati.

La Regione Piemonte, si legge, “ha immediatamente messo a disposizione il proprio sistema sanitario per fronteggiare l’emergenza seguita al grave incidente avvenuto a Crans-Montana”. Seguono i numeri, quelli che fanno sempre la loro figura: 66 posti letto, di cui 35 di rianimazione e 31 ordinari, distribuiti su più presìdi ospedalieri. Numeri messi lì, ben allineati, ordinati, rassicuranti. Numeri che restituiscono l’immagine di una macchina efficiente, pronta, reattiva. Magico Piemonte. Efficienza svizzera… alla piemontese. Bravo Riboldi, verrebbe quasi da dire, se ci si fermasse al post.

Poi però succede una cosa fastidiosa: qualcuno legge l'elenco delle strutture. Capita, ogni tanto.

Quello dettagliato. Quello che qualcuno ha avuto la pazienza – e la cattiva abitudine – di scorrere riga per riga. E lì iniziano i problemi. La mappa è ampia, sulla carta persino impressionante: Pinerolo, Rivoli, Susa, Ciriè, Chivasso, Moncalieri, Chieri, Domodossola, Verbania, Biella, Borgomanero, Vercelli, Saluzzo, Savigliano, Mondovì, Verduno, Asti, Novi Ligure, Acqui Terme, Torino, Novara.

Toh guarda! Manca l’Azienda Ospedaliera di Alessandria, diretta da Valter Alpe. Manca l’Azienda Ospedaliera di Cuneo. E manca – ed è qui che la faccenda smette di essere seria e diventa surrealela Città della Salute di Torino.

Non un ospedaletto qualunque. Non una struttura periferica. La Città della Salute, cioè il perno della sanità piemontese. Quella che ospita il CTO, ovvero il centro grandi ustionati, esattamente il tipo di struttura che, in una tragedia come quella di Crans-Montana, dovrebbe comparire in cima alla lista, non sparire dall’elenco come una nota a piè di pagina dimenticata.

Un’assenza che grida. Un’assenza che pesa. Un’assenza che nessuno, a quanto pare, ha ritenuto necessario spiegare.

E mentre fuori rimbalzano domande, perplessità e più di qualche malumore, il post dell’assessore Riboldi resta lì. Immobile. Congelato. Fermo a quei numeri, come se fossero scolpiti nella pietra. Nessun aggiornamento. Nessuna rettifica. Nessun “stiamo integrando”. Nessun “ci siamo accorti che manca qualcosa”. Nulla. La comunicazione, una volta pubblicata, diventa verità rivelata.

ff

Curiosamente – ma nemmeno troppo – Cuneo e la Città della Salute hanno lo stesso direttore generale: Livio Tranchida. Era in ferie? Irraggiungibile? Disperso tra un brindisi e un brindisi di Capodanno? O più semplicemente nessuno ha aspettato il tempo necessario per avere un quadro completo prima di lanciarsi nella corsa al post? Vai a capirlo. Di certo, la sensazione è di una Regione che ha comunicato prima di verificare, che ha pubblicato prima di coordinare. In entrambi i casi, con l’unico obiettivo di esserci, di raccogliere cuoricini e condivisioni.

Da quel che se ne sa, Tranchida avrebbe dato la disponibilità solo alle 21.00, quando la giornata era ormai finita e l’effetto mediatico del post aveva già fatto il suo giro. Meglio tardi che mai. Tardi. Molto tardi. Quando ormai il messaggio iniziale era già passato, digerito e archiviato dall’opinione pubblica. A conferma che non era un problema di disponibilità, ma di tempi, coordinamento e – soprattutto – di comunicazione fatta di fretta.

Ed è qui che il problema smette definitivamente di essere tecnico e diventa politico. Perché questa ansia da post, questa corsa compulsiva alla pubblicazione, non fa bene alla politica e non fa bene alla sanità. Trasforma un atto serio – l’offerta di supporto in un’emergenza internazionale – in un esercizio di immagine. E quando l’immagine prende il sopravvento sulla sostanza, il rischio è sempre lo stesso: fare bella figura online e brutta figura nella realtà.

È il sintomo di un modo di governare che confonde la comunicazione con l’azione. Che scambia un post per una decisione. Che pensa che basti scrivere qualcosa per aver risolto il problema. Ma nelle tragedie vere non bastano i numeri messi bene in fila. Servono precisione, completezza, responsabilità. Tutto, insomma, tranne l’efficienza “svizzera” della sanità piemontese raccontata da Riboldi sui social.

E a questo punto la domanda non è più retorica. È inevitabile: Tranchida dov’era, mentre il Piemonte correva a postare?

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